Senza il coinvolgimento dei docenti, ogni tentativo di riforma è destinato al fallimento. Lettera

di redazione
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Fernando Mazzeo- Per chissà quale strano meccanismo, forse perché è ancora vivo il ricordo della sconfitta al referendum promosso da Renzi, la scuola sta diventando il cavallo di battaglia di tutte le più importanti forze politiche.

I loro portavoce, demagogicamente, stanno proponendo le soluzioni e le ipotesi più accattivanti (pensioni, stipendi, riduzione del numero di alunni per classe, abolizione delle prove Invalsi ecc.), pur di acquisire consensi in un contesto, quello scolastico, che vanta numeri di tutto rispetto: 720 mila docenti, 7,8 milioni di studenti e un potenziale potere sulle famiglie.

Premesso che queste attenzioni e questo improvviso amore per la scuola possono apparire sospetti, occorre ribadire che la scuola non ha bisogno di inciuci, proclami, rivoluzioni o svolte epocali, ma necessita di fondi, strutture, dignità, fiducia, serenità, stabilità, credibilità… Occorrono, in pratica, iniziative e interventi concreti per riportare la scuola al suo antico splendore.

Per fare ciò, si dovrà, in primo luogo, riaffermare l’inderogabilità, l’importanza, il valore della cultura e dei contenuti di una scuola che educhi, che insegni, che faccia studiare e non si dissolva in cervellotiche, inautentiche e vuote formalità.
La legge 107 imposta dall’alto e priva di qualsiasi ispirazione pedagogica e didattica, ha inevitabilmente generato confusione, sfiducia e alterato l’equilibrio tra centro e periferia, tra dirigenti e docenti, tra alunni e famiglie, facendo così venir meno quel pluralismo che sta alla base di ogni innovazione o tentativo di riforma. Il problema della scuola sta, dunque, nel fatto che i docenti sono stati arbitrariamente privati del potere decisionale, sono stati estromessi, declassati, ridotti a meri operatori (operatore, uno che agisce fuori e da fuori; educatore, uno che si dedica a trar fuori), esecutori materiali di pratiche o modelli produttivi che generano conflittualità ed equivoci.

Una scuola degna di questo nome, seria, responsabile, non può consentire o permettere la marginalità dei docenti e il controllo politico e socio-culturale più di qualsiasi altro gruppo professionale. Per combattere questo male oscuro che veicola la funzione docente e tocca la sua stessa legittimazione sociale, occorre un sistema burocratico-gestionale non centralizzato, piramidale, ma a stella, secondo una partecipazione organizzata che coinvolge tutti, lontana dal sistema azienda e vicina al sistema società, comunità.

La scuola in quanto organizzazione di servizi educativi di benessere pubblico deve, pertanto, trovare una configurazione che tenga conto non della produttività e dell’efficienza in quanto tale, ma delle interazioni che ne caratterizzano e ne determinano le finalità e l’autonomia funzionale. In definitiva, il legislatore e i politici non possono non tener conto del principio della partecipazione organizzativa in ambito educativo che vede i docenti parte attiva di un governo, quello della scuola, che è fondamentale in relazione alla estrema diversità e variabilità dei complessi meccanismi operativi, gestionali e di funzionamento.

In questo modo si dovrebbero avere, sul modello dei Consigli provinciali e regionali, utilizzando le strutture degli Uffici Scolastici Provinciali e dell’Ufficio Scolastico Regionale, Consigli di docenti democraticamente eletti nei vari ordini di scuola, con il compito di gestire le istanze di cambiamento, valutare e analizzare i bisogni educativi all’interno delle differenti aree geografiche. All’interno di ogni Consiglio provinciale saranno eletti un Presidente e dei referenti competenti nelle diverse aree d’intervento (edilizia scolastica, valutazione, dispersione, innovazione didattica ecc.) che insieme ai rappresentanti delle altre province, costituiranno il Consiglio regionale. Presidente e referenti per ambiti di competenza di tutte le regioni discuteranno, insieme al Ministro, le diverse strategie di intervento e cambiamento.
Altro aspetto oggetto di riflessione e discussione potrebbe essere quello degli Istituti Comprensivi. Nati nell’ambito di un provvedimento di Legge molto a-specifico e generale sulla tutela delle zone di montagna (legge n.97 del 31-1-1994), nel corso degli anni ha subito diversi cambiamenti e interpretazioni, dal curricolo verticale alle unità scolastiche in funzione del conferimento dell’autonomia (Dpr 233/98), anche se la verticalità non è mai stata compensata dalla gioia della comprensività. Infatti, Scuola dell’ Infanzia e Scuola Primaria, per caratteristiche e impostazione metodologica e didattica, camminano su strade diverse rispetto alla Secondaria di Primo grado.

Forse, sarebbe stato più naturale associare Scuola dell’Infanzia e Scuola Primaria con la guida di un coordinatore pedagogico, Scuola
Secondaria di Primo e Secondo grado con una dirigenza unica, sicuramente più funzionale e più agevole, anche per la messa in atto
dei vari processi di continuità e orientamento.

Con le novità introdotte dalle legge 107 la figura più controversa e dibattuta rimane quella del Dirigente Scolastico.
Gli anni ’80 segnano l’avviarsi, a livello internazionale, di tutta una serie di interventi legati alla complessità e alle problematiche della dirigenza scolastica, all’interno dei quali si afferma sempre più l’idea di un leader scolastico riconosciuto come elemento determinante nella realizzazione di innovazioni significative e durevoli, capaci di tracciare e far emergere determinati tratti distintivi del buon dirigente scolastico.

Si afferma la necessità di dare corso a nuove politiche formative che poggino più sui modi informali di autorità che su quelli formali. Un leader che sappia lavorare coinvolgendo gli insegnanti nelle decisioni, una visione dinamicamente relazionale e partecipativa nella leadership educativa, ben lontana dalla concezione elettiva e per niente praticabile del dirigente. Un orientamento che va nella direzione del management collaborativo, nel quale l’intento centrale è di dare più potere agli insegnanti (primus inter pares) coinvolgendoli nelle decisioni in modo da condividere con loro il potere.

La legge 107, fortemente influenzata dal tema dell’autonomia, senza alcuna previa formazione (nel lontano 1976 il governo svedese
stabiliva che tutti i dirigenti scolastici partecipassero ad un corso di formazione di base di due anni) ha assegnato ai dirigenti compiti e funzioni che esulano da ogni ragionevole forma di guida e gestione della complessità in ambito educativo.

Attualmente, nella scuola, qualsiasi tentativo di riforma non può non tener conto di questi tre importanti nodi da sciogliere: Consigli dei docenti, Istituti Comprensivi, Dirigenti.
Innovare nella scuola è un compito complesso e difficile che richiede, necessariamente, un coinvolgimento ad ampio raggio, la partecipazione di una base professionale pienamente condivisa capace di operare delle scelte e determinare l’azione sotto diversi punti di vista.
La politica dell’annuncio senza alcun concreto coinvolgimento della base e senza alcun investimento economico e culturale certo è poco
credibile.

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