Sempre meno famiglie versano volontariamente soldi alla scuola. L’allarme dei presidi: “Le cose da fare sono tante e i soldi che ci dà lo Stato bastano solo per i servizi di base”

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La crescente dipendenza delle scuole superiori dai contributi volontari illustra un dilemma educativo crescente. Nonostante l’aumento delle donazioni, sempre meno famiglie contribuiscono. Questa tendenza minaccia la qualità dell’istruzione, poiché molti presidi sottolineano che tali fondi sono essenziali per mantenere standard elevati.

A La Repubblica, Antonio Signori, dirigente scolastico del liceo Paolo Sarti di Bergamo, ha esposto chiaramente la situazione: mentre i fondi statali coprono le necessità di base, sono i contributi volontari a permettere alle scuole di offrire quel “valore aggiunto” che distingue un istituto. Si tratta di iniziative ed opportunità che arricchiscono l’esperienza educativa degli studenti.

Le difficoltà economiche e i budget limitati dello Stato rendono sempre più pressante il bisogno di tali donazioni. Anche se in teoria spetterebbe allo Stato finanziare completamente l’istruzione, la realtà è ben diversa. Daniele Vallino, dirigente dell’istituto superiore 25 aprile/Faccio di Cuorgnè/Castellamonte, sottolinea l’importanza di investire sul futuro dei giovani, nonostante le sfide finanziarie.

Gli istituti fanno appello ai genitori, spiegando dove vengono destinati questi fondi. Ad esempio, l’istituto Sarpi di Milano ha utilizzato le donazioni per finanziare servizi come sportelli psicologici, acquisti di libri, licenze software e attrezzature didattiche.

Tuttavia, nonostante l’importanza di tali contributi, c’è stata una diminuzione significativa nel numero di famiglie che donano. L’intervento medio per studente nel quadriennio 2022/2025 è di 86,3 euro. Ma, solo quattro anni prima, l’importo medio era di 52,6 euro. Inoltre, il numero di scuole superiori che richiedono contributi è diminuito drammaticamente, portando a una riduzione complessiva dei fondi raccolti.

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