Secondo ciclo TFA, graduatorie, PAS, concorso docenti 2014. La parola all’Ispettore del Ministero, Max Bruschi

di redazione
ipsef

di Eleonora Fortunato – Riprendendo  l’iniziativa lanciata da OS, Max Bruschi, ispettore del ministero dell’Istruzione, sta moderando sulla sua pagina pubblica di Facebook un ricco di scambio di idee sulle Graduatorie di Istituto. Lo abbiamo raggiunto per un commento in più, a partire dalle ultimissime di Viale Trastevere.

di Eleonora Fortunato – Riprendendo  l’iniziativa lanciata da OS, Max Bruschi, ispettore del ministero dell’Istruzione, sta moderando sulla sua pagina pubblica di Facebook un ricco di scambio di idee sulle Graduatorie di Istituto. Lo abbiamo raggiunto per un commento in più, a partire dalle ultimissime di Viale Trastevere.

Dopo il comunicato diffuso la scorsa settimana dal Miur sulla priorità nelle supplenze agli abilitati e sulla possibilità di aggiornamento annuale e non triennale per loro, sta iniziando a sciogliersi il nodo PAS e TFA (peccato per il 2013/2014…). Secondo alcune anticipazioni potrebbe esserci una differenziazione di punti, che scarto prevede? Giusto che però stiano nella stessa fascia?

Premessa necessaria: come la pensi su ogni percorso di abilitazione “speciale” è noto. Ma oggi i PAS sono norma, dunque ciò che va fatto è applicare le norme, nella maniera più lineare possibile. Ebbene, occorre lasciare da parte ciò che, secondo i pareri personali, sarebbe “giusto”, per valutare ciò che, invece, è giuridicamente corretto. Voglio essere netto. A mio avviso, non è possibile distinguere gli abilitati in fasce: non si tratta di volontà, ma dei principi su cui si basa  la produzione di norme. Se un titolo è valido per l’accesso a una qualsiasi graduatoria, lo è, punto e basta. L’unica leva sulla quale si può agire, e si è sempre agito anche in passato, è quella del punteggio: ma anche in questo caso, occorre prestare attenzione alle sentenze in materia. Insomma, la differenza deve essere in qualche modo equa e proporzionata. Senza grossi problemi, sarebbe corretto operare in analogia con quanto a suo tempo disposto tra SSIS, SFP, Bienni AFAM e altre abilitazioni, sia pure con la permanente questione aperta dei “6 punti”, su cui peraltro ci sono diverse sentenze dei tribunali del lavoro e ci fu a suo tempo un pronunciamento del Tar e del Consiglio di Stato.

Per l’accesso alla terza fascia delle Graduatorie di Istituto continuerà a essere sufficiente il solo titolo di studio: che ne pensa? Questo non alimenterà il precariato e l’aspettativa su nuovi PAS?

Mi dispiacerebbe se quella disposizione fosse stata abbandonata, ma c’è tempo per ripensarci, perché a mio parere era ed è la conclusione logica di un percorso “a sanatoria” che volesse, davvero, essere l’ultimo. Lasciamo perdere il termine “precariato”. Non è questa la questione. La questione, al nocciolo, è se, come capita in tutti i Paesi, diciamo così, con i migliori sistemi di istruzione e nella gran parte dei Paesi europei, per entrare in classe, a qualunque titolo, devi essere “qualified”, ossia abilitato, oppure se ti basta una laurea. Per me, senza ledere naturalmente le aspettative di chi “già c’è”, aver affermato il primo principio era un successo. Mi piacerebbe capire le motivazioni di una eventuale scelta diversa, ovviamente, che non può consistere in un “materasso” alla disoccupazione intellettuale. Lei ha, inoltre, perfettamente  ragione, e l’ho vissuto sulla mia pelle quando, per tre anni, impedii che si istituissero percorsi “speciali”: uno degli argomenti principali era “siccome avete sempre fatto così, siccome ci avete fatto entrare in classe, allora dovete farlo anche ora”. Ecco, iniziare a dire che per entrare in classe occorre essere abilitati, punto e basta, era un punto di svolta. 

L’annuncio del II ciclo TFA e quello di un nuovo concorso bandito già nel 2014 vanno nella medesima direzione? Ossia quella di inaugurare un canale stabile di abilitazione e reclutamento?

Se anche l’annuncio del concorso avesse un seguito, ne sarei strafelice. Naturalmente, le disposizioni dovrebbero essere stabili, dando inizio a una stagione di regole certe e di aspettative che non devono avere bisogno di sponsor per trovare soddisfazione. Le disposizioni di legge ci sono: c’è una delega a un nuovo regolamento concorsuale (e anche delle bozze predisposte, tra l’altro). C’è, anche, la possibilità attraverso una clausola di salvaguardia di tutelare le sacrosante posizioni dei vincitori del concorso, creando una riserva di posti senza bloccare le procedure. Insomma, con volontà politica e sapienza normativa si potrebbe davvero dare una svolta di serietà al sistema. Dico di più: se si vuole legittimamente cambiare il sistema di reclutamento o di abilitazione, lo si può fare, ma senza interrompere il canale che già è previsto dalla normativa. Bloccare tutto in nome di una riforma palingenetica ha provocato disastri: per me, i tredici anni senza concorsi sono stati catastrofici per la qualità dell’insegnamento e per le aspettative di tanti validi docenti, come anche bloccare le SSIS in attesa del nuovo sistema. Una scelta che all’epoca impedii fosse estesa anche a SFP e ai percorsi AFAM, che hanno continuato ad essere felicemente attivati. Purtroppo, nel 2008, fummo a torto rassicurati sul fatto che la revisione delle procedure di abilitazione per la secondaria sarebbe stata faccenda di un anno, e fu così dato il via libera alla norma di legge che bloccava le SSIS. Fu un errore, fatto in buona fede, ma un errore che non farei rifare.

Tornando al confronto animato sulla sua pagina Facebook, ha già un termometro della situazione? Quali istanze prevalgono?

Sono in pochi coloro i quali proclamano che “non si deve toccare niente ora, ma per la prossima volta”. C’è attenzione nei confronti di titoli davvero “professionalizzanti” (le certificazioni linguistiche “doc”, ad esempio), c’è meno resistenza a considerare anche i titoli accademici (a partire dagli assegni di ricerca, per arrivare alle abilitazioni scientifiche a ordinario e associato); si chiede di valorizzare l’esperienza all’estero (Comenius, assistentati). Insomma, nella comunità dei giovani docenti (chiamiamoli così: giovani di spirito, magari, se non di anagrafe) c’è, rispetto al passato, meno attenzione al “totem del servizio” e maggiore attenzione al merito. Il che è estremamente positivo.

A quanti punti farebbe corrispondere una valutazione ‘adeguata’ dei titoli professionali?

Prendo il ragionamento da un altro punto di vista, se me lo consente. E provo a fissare un paio di principi. Oggi i titoli “professionali” hanno un tetto. Anzi, una serie di tetti, molto “italiani”… In parte giustificabili per ragioni che ben conosciamo. Anche in questi giorni, sono bombardato di richieste e riflessioni in merito alla validità “quantitativa” di questo o quel master. Piaccia o meno, invertire la rotta dopo che si è stabilito di valutare un titolo e che i “clienti” lo hanno conseguito, sia pure, con eccezioni, dopo aver scelto su parametri discutibili (il maggior punteggio, il minor costo e la minor fatica), è impossibile. Ma se il Ministero selezionasse alcuni titoli dal valore indiscutibile (come il CLIL o la specializzazione sul sostegno), o fissasse lui i requisiti per aprire percorsi “doc” (e penso al decreto sulle certificazioni linguistiche, ma dovremo, prima o poi, discernere il grano dal loglio nel fiorente mercato del “multimediale”), ed estraesse questi titoli dal “tetto” valutandoli in maniera adeguata, otterremmo il risultato di orientare la formazione docenti su un profilo di eccellenza e sulla “strumentazione” che il ministero (ma la koiné educativa nel suo complesso) ritiene utile per un docente.

Lei proporrebbe di dare un peso maggiore rispetto a quanto avviene oggi ad attività di ricerca, pubblicazioni e abilitazioni nazionali a associato. Questo travaso di professionalità contribuirebbe veramente ad accorciare le distanze ancora siderali tra scuola e accademia?

In realtà, per quanto sia d’accordo e le abbia, nel mio piccolo, sposate, sono proposte che sono arrivate dalla mia platea sul web (direi trasversalmente rappresentativa, visto che i miei account sono aperti a tutti, salvo che a chi viola le regole della buona educazione). Ho perplessità “operative” sulle pubblicazioni, ad esempio, vista la fioritura, in occasione proprio delle procedure di idoneità, di iniziative, come dire, “simoniache”. Detto questo, creare raccordi tra i due tronconi dell’infrastruttura del sapere è stato, in questi anni, uno degli obiettivi che ho cercato di perseguire, con alterni risultati. Alcuni TFA, ad esempio, si sono rivelati diversi da quella che era la “volontà del legislatore”, e forse sarebbe opportuno compiere delle valutazioni non tanto sullo strumento, ma sulla sua attuazione, stringendo i requisiti per l’apertura dei percorsi come è stato fatto per il Sostegno e il Clil e monitorando i percorsi. Ma poi ci sono iniziative come il Piano lauree scientifiche che ti allargano il cuore. Le distanze, di questo sono convinto, si accorciano solo col lavoro comune e abbattendo gli ostacoli al lavoro comune. Quanto al travaso di professionalità, ci vorrebbe ben altro.. ci vorrebbero, come in Francia, figure che si dividono tra i due mondi. Ma la strada è ancora lunga. Avevamo gli allievi di Giosuè Carducci che insegnavano all’Alma Mater e negli istituti tecnici (e per tutta la vita…), oggi abbiamo due mondi che si guardano, troppo spesso, con sospetto reciproco. Conta, e molto, il lavoro fianco a fianco delle persone, il sedere allo stesso tavolo, la riflessione su temi specifici condotta senza che l’appartenenza a questo o a quell’istituzione si tramuti in “militanza armata”. Ho avuto il privilegio di presiedere commissioni e gruppi dove questo linguaggio comune è stato trovato, il che dimostra che non è impossibile riunire ciò che fu (malauguratamente) separato.

Il suo forum registra molte osservazioni interessanti, per esempio si parla di ‘supervalutazione’ delle classi disagiate o della seconda laurea. Su questi due casi specifici cosa pensa?

Più che di supervalutazione, parlerei di valutazione equa. Il Decreto legge 70/2011, all’articolo 9 comma 17, prevede un particolare riconoscimento al servizio prestato in modo continuativo nelle sedi disagiate. Dunque, si tratta di applicare la norma. Quanto alla seconda laurea, sussiste e persiste una certa resistenza, che davvero non comprendo, a considerare, ad esempio, titoli presi prima dell’abilitazione o le lauree triennali: un problema che mi auguro di veder superato, ad esempio, per quanto riguarda la laurea triennale o magistrale “in lingua inglese” per la primaria.

Pensa che il servizio svolto nei Centri di formazione professionale (CFP) debba essere equiparato al servizio svolto nelle scuole statali e paritarie?

Sì. Ricordo, prima di tutto a me stesso, che il decreto legislativo 226/2005, anche dopo le modifiche cui è stato sottoposto,  prevede un sistema fondato su licei, istituti tecnici, istituti professionali e percorsi di IeFP. Le premesse impongono delle conseguenze. Se poi sono le premesse a non piacere, le si cambi, ma sino a quando il quadro degli ordinamenti degli studi prevede (e per me è sacrosanto che lo preveda) la possibilità di assolvere al diritto dovere all’istruzione tanto nelle istituzioni scolastiche nazionali quanto nelle istituzioni formative regionali, non vedo perché non riconoscere il giusto punteggio al servizio.

Molti dei docenti che ci hanno scritto in questi giorni trovano ingiusto e penalizzante il limite delle venti scuole: come giudica la proposta di aumentare il numero delle sedi da scegliere nella domanda di aggiornamento?

Fosse per me, istituirei una graduatoria provinciale per le supplenze annuali e sino al termine del servizio, cui attingere in subordine alle GAE. Affidare ai “bussolotti” supplenze del genere è sintomo di un sistema i cui vari pezzi non tengono conto del quadro complessivo delle norme e del fatto che, di pari passo con lo svuotamento delle GAE, molte supplenze di questo tipo sono affidate alle graduatorie di istituto e più alla sorte che al merito. Tra l’altro, senza toccare nulla della legge, basterebbe una modifica all’attuale regolamento supplenze: sarebbe sufficiente stabilire che le supplenze annuali e sino al termine del servizio, in mancanza di aspiranti da GAE, sono attribuite incrociando le graduatorie di istituto in una stessa provincia. Basterebbe un click…

"In occasione del prossimo aggiornamento delle Gae facciamo un appello al Miur e ai sindacati affinché siano previsti tre moduli di domanda, uno per incarichi a t.i., uno per incarichi a t.d. e un altro per le Gi, anche in province diverse”. Cosa pensa di questa proposta giunta alla redazione di Orizzonte Scuola da parte di un gruppo di docenti precari? 

Mi limito a dire che ne comprendo le motivazioni. Ma preferisco operare su altri aspetti, più incentrati su quelle che ritengo essere ricadute positive nelle classi e per gli studenti.

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