Seconda primavera con Italia in zona rossa, attenzione agli occhi bassi dei bambini. Lettera

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inviata da Giancarlo Gennari – Seconda primavera che inizia con il paese per buona parte del territorio in zona rossa, chiusura di alcuni negozi, apertura ad handicap per altri, attività di ristorazione al minimo sindacale, scuola in didattica a distanza, la tristemente nota DAD.

Ecco, qui mi fermo, respiro profondamente e analizzo, che cosa? Questa situazione dal mio punto di vista, che è doppio in quanto padre e in quanto commesso in uno dei negozi per i quali è prevista l’apertura sia pure ad handicap.
Vendo divertimento, articoli con cui dare vita alle proprie idee, siano esse di plastilina o pennellate su tela o carta. Sono indispensabile in questo momento storico, contento di esserlo.
I ritmi in questi giorni sono lenti, cadenzati da una routine più lenta del solito; mancano molte cose, molti visi, occhi.
Ecco, gli occhi, lo specchio dell’anima si dice, si dice anche che non mentano.
Perso nella routine ovattata di un negozio invendibile per metà, o per metà vendibile dipende dai punti di vista, mi accorgo che manca il vociare scomposto di tutta quella fascia di clienti catalogabile sotto la voce “studenti”; ovviamente ora non ci possono essere, sono nelle loro case alle prese con la sopracitata DAD. E sono studenti di tutte le età e con ognuno è bello scambiare qualche parola, battute, sorrisi e sguardi.
Ecco, gli occhi.
Le scuole chiuse li hanno resi più acquosi e persi, piccoli per le sollecitazioni degli schermi di PC e tablet.
Io osservo, loro che sono anche miei clienti e osservo i miei figli quando sono a casa e chiedo come sia andata la loro giornata.
Mentre osservo l’ultimo pulcino pasquale da colorare uscire dentro il sacchetto di una nonna entrano una mamma con sua figlia, contente di vedermi, di vedere il negozio aperto.
So che prenderanno colori e album perché la piccola è una cliente abituale ormai. Abbiamo aperto in negozio che lei stava per nascere e ora frequenta le primarie. Una cliente abituale insomma.
Lei come tantissimi altri bambini della mia città.
Nonostante il fastidio che può creare la mascherina sul suo volto delicato la porta con disinvoltura, come se quel pezzo di tessuto rosa fosse il più bello degli accessori possibili.
Arriva alla cassa silenziosa, mi saluta con la mano. Saluto anche io con la mano, parlo con la madre, chiedo come va.
La bambina ha gli occhi bassi, spenti. Non sono quelli di sempre.
Me lo conferma la madre con uno sguardo; la piccola ha un piccolo deficit cognitivo, va seguita, può frequentare le lezioni in presenza.
Chiedo quasi imbarazzato come vanno le cose in questa situazione, altrettanto imbarazzata la madre risponde che è improponibile in queste condizioni.
Osservo la piccola che mi guarda. Le chiedo se mi porterà un disegno la prossima volta, sorride e si avvia all’uscita con la mamma.
Gli occhi non mentono mai penso, i suoi oggi sono tanto spenti.
Ecco un altro problema al quale nessuno al MIUR, alla Cabina di regia, chiunque ha mai pensato.
Il Decreto Legge consente di svolgere lezioni in presenza solo per gli studenti che hanno laboratori, giusto, e per tutti quegli studenti che necessitano di un insegnante di sostegno, giusto anche questo ma con delle considerazioni enormi da disporre sul tavolo.
In qualsiasi istituto scolastico, dalle primarie in poi, la socialità, la condivisione, è parte integrante dell’istruzione, della crescita dell’alunno. E di questa condivisione ne hanno tratto vantaggio sempre tutti, insegnanti e alunni, uno scambio naturale di educazione, di crescita.
E negli studenti affetti da disabilità questo scambio è sempre stato sinonimo di crescita, di uguaglianza. Uno scambio emozionale fra compagni di classe, capace di accendere gli sguardi e i sorrisi.
In questi primi giorni di didattica a distanza gli sguardi di questi studenti si sono spenti, sono lontani perché ora si trovano in un mondo avulso a quello abituale. Un mondo sconvolto in un mondo già di suo distorto.
Sono sguardi cui nessuno ha pensato, cui nessuno da dato un peso.
La Scuola in anni di pandemia sarà sempre un tasto dolente, incompleto, troppo articolato da poter essere gestito in maniera completa.
Gli occhi, ecco, vanno riaccesi tutti.

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