Se un ragazzino non rispetta l’autorevolezza di un docente, difficilmente saprà porsi in posizione di ascolto con i genitori. Lettera

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Inviato da Giancarlo Pennati – Ci giungono quotidianamente notizie di guerre, di stupri, di femminicidi e di carestie, mentre rimane tristemente attuale anche il problema della fame nel mondo. Gli eventi a noi contemporanei dimostrano in modo evidente e inequivocabile che la “Storia” non si è rivelata “magistra vitae”.

Come è stato possibile, nonostante le periodiche riflessioni sulla Shoah, i dibattiti sulle drammatiche condizioni in cui si trovano ancora oggi alcuni nostri simili e il grido di dolore delle donne, alle quali talvolta viene negata la pari dignità umana? Bisogna riscoprire innanzitutto la responsabilità individuale di ognuno di noi, nei vari ruoli di educatori, sia come docenti che come genitori.

La Pace non si dovrebbe fare “a valle”, istituendo tavoli politici per decretare le condizioni per la fine di un conflitto.
La Pace va sempre più riscoperta “a monte”, nutrita dall’educazione familiare alla convivenza civile, che non può essere sostituita dalla “delega incondizionata” dell’educazione civica alla scuola. Il lavoro educativo più importante avviene e si sviluppa tra le mura domestiche, proponendo quotidianamente esempi virtuosi e credibili.
Pur rispettando la libertà di opinione e l’autonomia confessionale, occorre che tutti, indistintamente, elaboriamo la consapevolezza che la Pace nel mondo non può essere il “regalo” di alcune superpotenze che si siedono ad un tavolo per discuterne le condizioni.

Occorre un impegno sempre più personale, che riscopra innanzitutto il rispetto dei ruoli, tornando a essere più rigidi e rigorosi nel riconoscere l’autorevolezza di chi ci può educare e guidare nel nostro percorso di crescita.
Si è innescata una galoppante criticità nei confronti di chi ha il solo “torto” di essere preposto a educare e formare le nuove generazioni, non comprendendo che l’autoritarismo non appartiene all’istituzione scolastica. Semmai si potrà parlare di autorevolezza, talvolta umiliata da alcune prese di posizione genitoriali, con influenze negative sui figli stessi.

Se un ragazzino non rispetta l’autorevolezza di un docente, difficilmente saprà porsi in posizione di ascolto in riferimento ai consigli genitoriali, finendo con il disattendere qualsiasi tipo di obbedienza.

Non riconoscere l’autorità è il primo passo verso quegli screzi che portano a profonde incomprensioni e litigi.
Non si può sottovalutare il fatto che queste “piccole guerre”, magari modeste e circoscritte, potranno costituire il drammatico seme di eventi più catastrofici quando questi “attori” assumeranno cariche più importanti, alla guida di un organismo internazionale o di un Paese.

Occorre educare alla consapevolezza di sé e delle proprie qualità, in modo che le aspirazioni giovanili non diventino dei miraggi irraggiungibili, dei sogni irrealizzati che generano frustrazioni che possono poi sfociare in reazioni sconsiderate e incontrollate.

Senza voler riportare in auge un francescanesimo oggi anacronistico, occorre porre un freno educativo alle richieste dei nostri ragazzi di avere solo abiti firmati e oggetti costosi, seguendo incondizionatamente le ultime mode.
Anche nelle fortunate situazioni in cui ci si possa permettere tutto dal punto di vista economico, occorre educare a maturare il senso del valore delle cose, imparare a “guadagnarsele” con il proprio impegno e con il proprio “lavoro”, che può essere anche quello, per un ragazzo, di studiare in modo responsabile. È evidente che si possa fare un regalo per il raggiungimento di una promozione, ma un ragazzino non può porre sotto ricatto i genitori, minacciando di sospendere lo studio se non gli vengono concessi dei benefici, sotto forma di oggetti o di denaro.

A proposito di rapporti interpersonali, ho maturato la convinzione che la disattenzione nei confronti del sesso femminile sia una diretta conseguenza delle incondizionate concessioni elargite ai ragazzi.
Il ragazzino che ha ottenuto tutto, fin dalla nascita, non si capacita che una donna possa negargli il soddisfacimento delle proprie pulsioni. Talvolta le forme di richiesta appaiono “più nobili”, in virtù del fatto che il “pretendente” si senta sinceramente e convintamente innamorato della ragazza in questione. Da qui matura una sorta di “diritto” a essere contraccambiato, volendo solo “fare del bene” alla “malcapitata”. L’insistenza, prima verbale, abbiamo più volte osservato come possa poi sfociare nell’aggressione fisica, a vari livelli, con atteggiamenti che indicano palesemente una mancanza di rispetto della libertà altrui e, peggio, implicano la considerazione, spesso inconscia, della donna come un oggetto, da acquistare e/o da “consumare”.

Mai come oggi l’impegno di educare si impone come un imperativo imprescindibile.
Quando ero un giovane insegnante e sentivo dire che il mio lavoro non produceva ricchezza, in quanto non forniva un prodotto commerciabile, ci rimanevo male, ma non sempre comprendevo la “potenzialità” straordinaria del lavoro di educatore.

Oggi ho compreso pienamente che investire in Educazione è enormemente e insospettabilmente remunerativo anche dal punto di vista squisitamente economico.
Mah, quanto bene può fare l’educazione all’economia di un Paese?
Pensiamo all’educazione stradale. Meno incidenti porterebbero ad avere un minor numero di disabili, che determinano un importante onere economico a carico dello Stato.

Il costo sociale degli incidenti stradali avvenuti nel 2022 è stato di quasi 18 miliardi di euro (0,9 % del Pil nazionale).
Riflettiamo sull’educazione all’affettività e sul suo enorme potenziale nel ridurre il fenomeno dei femminicidi.
Il costo della violenza domestica, annualmente, stimato per difetto da un’indagine Istat, è di 16,7 miliardi di euro. I costi della violenza rappresentano, quindi, circa l’1% del Pil.

Al femminicidio si associa la perdita di capitale umano, un costo monetario, psicologico, affettivo per i figli, parenti ed amici della vittima, e un costo investigativo, giudiziario, sanitario e detentivo per il responsabile.
Per non parlare dei costi della guerra o anche solo delle armi in tempo di Pace. Nell’ultimo decennio, la spesa per le armi nei Paesi NATO della UE è cresciuta quattordici volte più del loro Pil complessivo. Se pensiamo che questo sperpero di risorse talvolta si risolve nella distruzione di edifici, nella drammatica crescita del numero di morti e di soggetti mutilati, dovremmo prendere consapevolezza del danno socio-economico che ne consegue.
Non credo sia inutile ribadire che un numero tale di risorse potrebbe essere destinato a favorire la crescita di alcuni Paesi poveri, risanando proprio quei contesti che diventano “terreno fertile” per lo scoppio di guerre.

Occorre una riflessione collettiva sulla risorsa economica fornita dall’Educazione, la migliore “azione” sulla quale investire. Uno Stato e, più in generale, il nostro Pianeta, potrebbe trovare uno straordinario beneficio economico attraverso l’educazione dei propri cittadini. Da questa riflessione nasce la consapevolezza dell’importanza del ruolo di tutti gli educatori, sia nella famiglia che nella scuola, e della reale possibilità di incidere sulle sorti del nostro Pianeta ammalato.

La Pace, in primis, deve essere costruita all’interno delle famiglie. Occorre prendere consapevolezza che la Pace mondiale può solo essere “figlia” della Pace individuale. Da qui la grande importanza dell’educazione come il più grande evento salvifico che possiamo sponsorizzare e sul quale, quindi, investire importanti risorse.

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