Se si svolge attività d’insegnamento avendo dichiarato un titolo falso si deve restituire lo stipendio? Non necessariamente. Due sentenze

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Commentiamo due recenti sentenze della Corte dei Conti che intervengono sulla questione riguardante il possesso o meno del titolo per insegnare e se in mancanza di questo, pur avendo svolto l’attività lavorativa, lo stipendio debba essere restituito integralmente o meno.

In ipotesi di danno erariale come si quantifica il risarcimento?

La Corte dei Conti per il Piemonte con sentenza N. 221/21 afferma che in primo luogo, richiama quanto precisato dalle Sezioni riunite di questa Corte, con sentenza n. 24 del 12 ottobre 2020, ovvero che “in ipotesi di danno erariale conseguente alla illecita erogazione di emolumenti lato sensu intesi in favore di pubblici dipendenti (o, comunque, di soggetti in rapporto di servizio con la Pubblica Amministrazione), la quantificazione deve essere effettuata al lordo delle ritenute fiscali Irpef operate a titolo di acconto sugli importi liquidati a tale titolo”.

Si devono verificare i vantaggi conseguiti dall’Amministrazione

Questa Sezione giurisdizionale, al riguardo, ritiene pienamente condivisibile l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale ricade sul Giudice contabile un vero obbligo, ai sensi della normativa vigente, di tener conto dei vantaggi conseguiti dall’Amministrazione, onde impedire che possa verificarsi un ingiustificato arricchimento della stessa (cfr. Sezione I d’appello, n. 160 del 18 aprile 2018; Sez. giur. Liguria, n. 7/2020). Per quanto nota al Collegio la presenza di pronunciamenti di questa Corte tesi a ritenere che, laddove sia prevista una competenza specifica, dalla mancata attestazione della medesima debba derivare l’inidoneità dell’insegnamento impartito e l’inutilità della prestazione (cfr. da ultimo, Sez. giur. per la Regione Siciliana sent. n. 211/2021), dalle circostanze dello specifico caso concreto all’esame, come risultanti agli atti, risultano invece ricorrenti tutti i criteri in base ai quali debba trovare applicazione il principio della compensatio lucri cum damno, ovvero: l’effettività della utilitas conseguita, lo stesso fatto generatore del danno e del vantaggio, l’appropriazione dei risultati da parte della PA o della comunità amministrata, la rispondenza dell’utilitas ai fini istituzionali dell’Amministrazione che la riceve (cfr. Sezione appello Sicilia, n. 32/2019).

La mancanza di un titolo non sempre implica l’inidoneità a svolgere l’attività d’insegnamento

Del resto, come già precisato dalla giurisprudenza di questa Corte “non sempre la mancanza di un titolo, di un attestato o di un’abilitazione implicano la totale inidoneità allo svolgimento di determinata attività “, ferma restando l’illiceità della condotta (Sez. giur. Campania, n. 129/2017; fra le sentenze tese a riconoscere l’utilitas anche nel caso di prestazioni rese da soggetti privi di titolo qualificante, Sezione giur. Lombardia,. n. 48/2015 e Sezione giur. Emilia Romagna,. n. 3/2013)”.

Ma la mancanza del titolo può determinare la richiesta del risarcimento danno

Con sentenza 238/2021 la Corte dei Conti centrale d’Appello invece, ha affermato : “Infondato è anche il motivo di censura relativo ad una presunta erronea applicazione del principio della compensatio lucri cum damno, dedotto sotto il profilo che l’illecito contestato non avrebbe creato alcun danno erariale, in quanto: – l’attività lavorativa svolta, in considerazione della sua genericità e fungibilità, non trovava un fondamentale presupposto nel possesso di competenze specialistiche; – la docente prestava servizio nella scuola dell’infanzia e, pertanto, possedeva di fatto i requisiti per svolgere correttamente il lavoro; – la retribuzione corrisposta è stata pienamente correlata alla prestazione richiesta, pattuita ed espletata. Ed invero, il comportamento fraudolento posto in essere dall’appellante ne ha consentito l’indebito inserimento nelle graduatorie permanenti, il cui presupposto era il superamento di un precedente concorso, ai fini del conferimento delle supplenze annuali (legge n. 124/1999). Cagionando, in tal modo, all’amministrazione scolastica un danno di rilevante entità, consistente nelle retribuzioni erogate per prestazioni lavorative rese sine titulo, in quanto espletate in carenza della specifica e indispensabile qualificazione professionale richiesta dalla legge, prive come tali, di equivalenza qualitativa rispetto a quelle di un docente munito del relativo titolo abilitativo, ulteriore rispetto al diploma. Correttamente, peraltro, la Corte territoriale, in applicazione del principio di cui all’art.1, comma 1-bis, della legge n.20/1994, in via equitativa, ha valutato l’utilità delle prestazioni rese, nella misura di un terzo della retribuzione percepita dalla convenuta, pervenendo alla condanna nella misura di € 100.774,03, pari a due terzi di quanto contestato in citazione; quanto precede, dopo aver rilevato che dalla documentazione versata in atti non emergevano contestazioni relative a insufficiente qualità delle prestazioni professionali rese dalla convenuta, ancorché le stesse fossero da ritenersi qualitativamente inferiori a quelle che avrebbe fornito una insegnante abilitata”.

Va sanzionato il comportamento fraudolento consistente nell’aver esercitato l’attività senza il titolo
Da segnalare anche la sentenza della Prima Giurisdizionale Centrale d’Appello n°238/21: “il comportamento fraudolento posto in essere dall’appellante ne ha consentito l’indebito inserimento nelle graduatorie permanenti, il cui presupposto era il superamento di un precedente concorso, ai fini del conferimento delle supplenze annuali (legge n. 124/1999). Cagionando, in tal modo, all’amministrazione scolastica un danno di rilevante entità, consistente nelle retribuzioni erogate per prestazioni lavorative rese sine titulo, in quanto espletate in carenza della specifica e indispensabile qualificazione professionale richiesta dalla legge, prive come tali, di equivalenza qualitativa rispetto a quelle di un docente munito del relativo titolo abilitativo, ulteriore rispetto al diploma. Correttamente, peraltro, la Corte territoriale, in applicazione del principio di cui all’art.1, comma 1-bis, della legge n.20/1994, in via equitativa, ha valutato l’utilità delle prestazioni rese, nella misura di un terzo della retribuzione percepita dalla convenuta, pervenendo alla condanna pari a due terzi di quanto contestato in citazione; quanto precede, dopo aver rilevato che dalla documentazione versata in atti non emergevano contestazioni relative a insufficiente qualità delle prestazioni professionali rese dalla convenuta, ancorché le stesse fossero da ritenersi qualitativamente inferiori a quelle che avrebbe fornito una insegnante abilitata. Valutazione equilibrata ed immune da vizi logici, che questa Corte di appello, per quanto suesposto, ritiene di dover confermare”.

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