Se questo è…un docente. Non siamo liberi dalle catene del precariato. Lettera

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Inviato da Rosy Torrisi – All’indomani della commemorazione della Liberazione dal nazifascismo, purtroppo devo constatare che ancora, noi insegnanti, non siamo liberi.

Non siamo liberi dalla schiavitù della supplentite, non siamo liberi dalle catene del precariato, non siamo liberi dalla prigionia dell’incertezza.

È per questo che oggi mi va di ringraziare, sì di ringraziare il Ministro Bianchi e tutti i suoi predecessori, tutti i Ministri ed ex Ministri della Pubblica Istruzione italiana.

Non c’è uno a cui va meno gratitudine degli altri, ma tutti a parimerito hanno contribuito allo sgretolamento, giorno dopo giorno, della scuola italiana, al depauperamento della figura dell’insegnante, alla mortificazione del sapere e del saper fare dei docenti. Non entro nel merito del dibattito tra competenze e conoscenze, dico solo che ancora una volta sono delusa e scoraggiata.

Non si può decidere a tavolino della vita di migliaia di persone, di italiani, che ogni giorno si alzano, fanno sacrifici, svolgono diligentemente il proprio lavoro, senza lamentarsi, anche in contesti difficili, dove i nostri ministri vanno solo in “visita”; persone che ci mettono l’anima, che prendono batoste e si rialzano, che hanno imparato tra i banchi, dietro la cattedra e nei corridoi come si diventa insegnanti, nel senso etimologico del termine cioè imprimere un segno (nella mente) dei propri studenti.

Invece adesso scopro che sarò condannata a un altro anno da precaria, da supplente e tutto perché? visto che – stiamo riformando la scuola e garantendo (forse?) un prossimo reclutamento con cadenza annuale… – perché si è deciso, si è stabilito (con quale criterio poi) che chi potrà partecipare al concorso straordinario bis per il ruolo dovrà possedere tra i requisiti d’accesso tre annualità di servizio negli ultimi cinque anni.

Cinque? Ma perché 5 e non 4, 6, 7, 8, ecc…

Dostoevskij diceva «ama la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso», appunto non sai mai cosa ti riserva la vita, ma sapere che il tuo futuro è legato a un numero ha del grottesco.

Direi che il “destino” si sta accanendo un po’ troppo con gli insegnanti. La beffa delle beffe è che io ho alle spalle ben 9 anni di insegnamento, racimolati così, a spizzichi e bocconi, accettando qualunque supplenza pur di fare esperienza e capire se era davvero questo il mestiere che volevo fare nella vita. Tuttavia di questi nove anni solo tre coprono un intero anno scolastico. Direte, qual è il problema allora? Un anno è antecedente al 2017-18, termine ultimo dei cinque anni. Ecco il problema.

Probabilmente chi ha meno esperienza d’insegnamento entrerà in ruolo prima di me. Che ingiustizia – direte – invece io sono contenta per quel collega che riuscirà ad avere un contratto a tempo indeterminato, perché anche lui ha scelto la scuola e questo mi basta per essergli solidale.

Non c’è tempo per scatenare una guerra tra poveri, siamo tutti sulla stessa barca, chi più chi meno, vorrei solo sapere quando anch’io potrò arrivare in un porto sicuro. Per ora all’orizzonte vedo solo tempesta.

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