“Se per correggere hai bisogno di umiliare, allora non sai insegnare”, INTERVISTA a Camilla Sgambato

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“L’altra sera, nel leggere la notizia, non volevo crederci. Come può stare in classe una docente che umilia uno studente pubblicando il suo tema su Facebook con relativo voto? Quale sadismo contraddistingue la sua azione educativa? Quale esempio potrà dare sull’uso consapevole dello smartphone? E poi… 1? Ma che voto è?”.

Camilla Sgambato, già parlamentare e responsabile Istruzione, Università e Ricerca del Pd di Zingaretti, poi sostituita da Manuela Ghizzoni nel nuovo Pd di Letta, non usa mezzi termini per stigmatizzare l’episodio che ha visto come protagonisti una docente di un istituto padovano e un proprio alunno, accusato, quest’ultimo, di avere copiato un compito dalla rete, e accusata a propria volta, l’insegnante, di avere inopportunamente pubblicato su Facebook il tema, corredato da un commento in merito all’accaduto. Camilla Sgambato – che è anche professoressa presso l’Istituto tecnico economico di Santa Maria Capua Vetere oltre che membro della Direzione del Partito democratico. Nel frattempo sui social non sono mancate le difese della professoressa, che si sono aggiunte alle critiche per l’accaduto. Secondo molti docenti non si sarebbe nulla di male nel pubblicare un tema quando non si riesca a identificarne l’autore.

On. Camilla Sgambato, copiare un tema è comunque un fatto grave.

“Penso che un docente – nonostante la gravità dell’atto del copiare del ragazzo, che va sicuramente stigmatizzato – debba mantenere un rapporto di empatia con gli studenti e dunque pubblicare il compito non va benem anche se non si violasse la privacy. E’ vero che non c’è il nome sul documento pubblicato ma al limite si può sempre risalire a lui, tuttavia non è tanto questo il problema. Il problema è l’umiliazione che si infligge a uno studente. Con i miei alunni non mi comporto così. Cerco di capire dove sbaglia, glielo faccio capire che ha fatto una cosa grave, ma un docente non può mettere alla gogna uno studente, addirittura esponendo un compito sui social”.

C’è una questione di educazione, anche sull’uso delle tecnologie a scuola.

“Abbiamo il dovere di educare i nostri studenti all’uso consapevole dei social e non mi sembra proprio che pubblicare una verifica di un alunno sia espressione di un uso consapevole dei social e delle tecnologie. E poi, un docente che per correggere un alunno ha bisogno di umiliare dovrebbe rivedere la propria metodologia. Io e i miei ragazzi spesso usiamo i cellulari in classe per ricerche per commentare qualcosa che è accaduto, non demonizzo certo le tecnologie, ma dobbiamo promuoverne l’uso consapevole. Per esempio quell’altra docente che ha ripreso una studentessa che se ne andava in giro per il corridoio della scuola mostrando l’ombelico e che poi ha pubblicato un video su Tik Tok avrebbe dovuto usare un’altra terminologia. Però se la preside inizierà un procedimento disciplinare nei confronti della professoressa credo che dovrebbe iniziarlo anche nei confronti della ragazza, poiché a parte il modo di vestire, non si possono girare i video e postarli sui social. Il cellulare va bene, è utile per tante attività, ma io lo faccio posare. Se serve lo usiamo ma se serve per un video, proprio no”.

Torniamo alla pubblicazione del tema copiato

“La docente sarà magari partita con buone intenzioni è c’è da sottolineare la disonestà intellettuale da parte dello studente, però è sbagliato, andava punito, certo, ma non sui social. Va bene la punizione ma non l’umiliazione”.

Lei ha raccontato la storia del docente anziano che incontra un suo vecchio alunno che era diventato a sua volta insegnante

“Era per far comprendere che il ragazzo ha capito benissimo di avere sbagliato, non c’era bisogno di andare oltre”.

Ce la racconta?

“Un anziano incontra un giovane che gli chiede:

– Si ricorda di me? E il vecchio gli dice di no.

Allora il giovane gli dice che è stato il suo studente. E il professore gli chiede: – Ah sì? E che lavoro fai adesso?

Il giovane risponde: – Beh, faccio lʼinsegnante.

– Oh, che bello, come me? gli dice il vecchio.

– Beh, sì. In realtà, sono diventato un insegnante perché mi ha ispirato ad essere come lei.

L’anziano, curioso, chiede al giovane di raccontargli come mai. E il giovane gli racconta questa storia: – Un giorno, un mio amico, anch’egli studente, è arrivato a scuola con un bellissimo orologio, nuovo e io lʼho rubato. Poco dopo, il mio amico ha notato il furto e subito si è lamentato con il nostro insegnante, che era lei. Allora, lei ha detto alla classe: – L’orologio del vostro compagno è stato rubato durante la lezione di oggi. Chi l’ha rubato, per favore, lo restituisca. Ma io non l’ho restituito perché non volevo farlo. Poi lei hai chiuso la porta ed ha detto a tutti di alzarci in piedi perché avrebbe controllato le nostre tasche una per una. Ma, prima, ci ha detto di chiudere gli occhi. Così abbiamo fatto e lei ha cercato tasca per tasca e, quando è arrivato da me, ha trovato l’orologio e l’ha preso. Ha continuato a cercare nelle tasche di tutti e, quando ha finito, ha detto: – Aprite gli occhi. Ho trovato l’orologio. Non mi ha mai detto niente e non ha mai menzionato l’episodio. Non ha mai fatto il nome di chi era stato quello che aveva rubato. Quel giorno, lei ha salvato la mia dignità per sempre. È stato il giorno più vergognoso della mia vita. Non mi ha mai detto nulla e, anche se non mi ha mai sgridato né mi ha mai chiamato per darmi una lezione morale, ho ricevuto il messaggio chiaramente. E, grazie a lei ho capito che questo è quello che deve fare un vero educatore. Si ricorda di questo episodio, professore? E il professore rispose: – Io ricordo la situazione, l’orologio rubato, di aver cercato nelle tasche di tutti ma non ti ricordavo, perché anche io ho chiuso gli occhi mentre cercavo. Questo è l’essenza della decenza. Se per correggere hai bisogno di umiliare, allora non sai insegnare”.

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