Se le scuole dovessero nuovamente chiudere, dove andrebbero e cosa farebbero i nostri alunni? Lettera

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inviata da Fernando Mazzeo – A pochi giorni dalla riapertura delle scuole, il futuro appare estremamente complesso e contraddittorio, gravido di incertezze e rivela abbastanza facilmente il grigiore di una sostanziale ambiguità che nasconde, spesso, il vuoto.

Attraversata da continue diatribe, la scuola viene messa alla prova da una serie di fatti, di insuccessi, di bisogni, di problemi che la imprigionano in un dibattito che evapora nella retorica e nella sterile ripetizione di formule inconcludenti.

C’è un’attesa viva per il rientro che supera ogni fantasia. Tuttavia, la proliferazione di problemi e polemiche, la ricerca di regole sempre nuove (mascherine, distanziamento, banchi, temperatura ecc.) che, spesso, creano una domanda maggiore di quella che intendono soddisfare e il tentativo di allargare le responsabilità non servono; istituzioni, docenti, alunni e genitori devono riprendere il controllo degli strumenti educativi, indispensabili per lo sviluppo di un processo di graduale ristrutturazione e modernizzazione del sistema scolastico.

Priva di orgoglio e di vitalità, avida soltanto di annunci, la politica nasconde qualcosa di imprevedibile, per questo, la scuola soffre e rischia di diventare un bene di consumo, una merce che spoglia famiglie, alunni e docenti da una protezione istituzionale che genera debolezza.

Per capire i problemi della scuola, per evitare che le difficoltà dell’educazione e della sicurezza rischino di sfuggire di mano ed evaporare in semplici declamazioni utopistiche, occorre rimettere in moto la nave del riformismo scolastico ed avviare un dialogo costruttivo per ciò che riguarda i temi del diritto all’istruzione e alla salute.

Credere nella scuola significa capire l’intelligenza della verità che essa propone, avvertire il bisogno di interventi contrassegnati da una autenticità, una freschezza, un’originalità e una forza per nulla offuscata dalla improvvisazione.

Appare pertanto evidente che, a causa di interventi estemporanei, stratificazioni, divergenze, conflittualità e pregiudizi che impediscono alla politica di capire cos’è realmente la scuola, l’obiettivo di riaprire in sicurezza è fortemente in dubbio.

Mancano quelle operazioni vitali, quelle intelligenze agili, quelle intuizioni didattiche che, attraverso la rigenerazione di contenuti, metodi e relazioni, possano dar vita al sogno di incrociare, nonostante tutto, gli sguardi rivelatori dell’umano cui nessuno può sottrarsi.

Non c’è nulla che convinca più di uno sguardo che afferri e riconosca ciò che la relazione è e che scopre la persona a se stessa.

Durante la chiusura la Didattica a Distanza ha funzionato solo in parte e molti bambini, soprattutto i più svantaggiati, sono rimasti indietro, sono stati privati da conversazioni vitali, da concrete e significative occasioni di apprendimento che hanno determinato una vera e propria denutrizione mentale, che hanno alterato quelle esperienze reali che legano la scuola alla vita, che stabiliscono una stretta correlazione con l’ambiente che la circonda.

L’ alunno ha sempre più bisogno di essere accolto e penetrato da uno sguardo che lo riconosce e lo ama. La possibilità di imparare, di progredire e di apprendere non dipendono dalla consegna di un computer o un tablet che attestano semplicemente l’assistenza ricevuta per vere o presunte inefficienze, ma dalla globalità dell’esperienza educativa.

Purtroppo, al di là dei problemi contingenti legati al Coronavirus, la struttura ministeriale, dipendente com’è dalle decisioni del Ministro in carica, è istituzionalmente precaria. La necessità di accrescere il consenso o ridurre il dissenso, porta i ministri ad essere indaffarati fino all’inverosimile, ad essere poco propensi alla continuità, alla credibilità dell’istituzione e, soprattutto, ad ascoltare i pedagogisti.

La questione è sanitaria e pedagogica insieme. La scuola è un servizio pubblico essenziale che lo Stato deve garantire a tutti non solo formalmente, ma con provvedimenti che rifuggano da tentazioni demagogiche.

Con le scuole nuovamente chiuse dove andranno e cosa faranno i ragazzi? Solo la scuola dà senso e valore alla vita e i giovani non hanno bisogno di schermi di natura politica e sociale, ma di conoscenza, di sostegno, di creatività, di un trasporto rigenetarore che rimetta al centro la cultura come servizio sociale.

Dunque, né rassegnazione, né scetticismo, ma il coraggio di una missione nuova, di un modo nuovo di guardare l’istruzione dove il guardare diventa sguardo che arricchisce il luogo umano, relazionale e conoscitivo per eccellenza, la scuola che, in questo modo, diventa il sostegno necessario ai molti bambini che hanno bisogno di una forza a cui attaccarsi: come chi avesse inciampato, ha bisogno di sorreggersi a qualche cosa per rimanere in piedi.

La concretezza e la capacità di spendersi socialmente restano, pertanto, le più efficaci e naturali linee educative.

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