Se la Maturità ultralight fosse confermata, la scrittura a scuola scomparirebbe gradualmente. Lettera

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Prof. Lorenzo Bergerard – Il fatto che oggi (20 novembre) ancora non si sappia nulla di ufficiale circa le modalità di svolgimento dell’Esame di Stato 2022 è già di per sé grave. Ma ancor più grave è che – stando a quanto trapela e viene lasciato trapelare – verosimilmente tali modalità ricalcheranno quelle del 2021, cioè si tratterà di un esame ipersemplificato: senza scritti, con commissione interna e con un orale che per carità di patria definirei ‘guidato’.

Penso che il valore formativo delle prove scritte e in particolare della prova di italiano sia riconosciuto dalla stragrande maggioranza dei docenti e – spero – degli Italiani. Mi limito dunque a far mie le parole dell’accademico della Crusca Paolo D’Achille: “L’Esame di Stato non può prescindere dalla verifica del sicuro possesso, da parte degli studenti, della lingua scritta, della loro capacità di argomentare per esporre e sostenere le proprie idee, commentare un brano non conosciuto in precedenza, mostrare doti di analisi e sintesi nella ricostruzione di un momento storico o di una corrente artistica. […] Solo il dominio della lingua scritta consente quella capacità di astrazione che è tuttora essenziale per la crescita di ogni singolo individuo”.

Sarebbe poi ipocrita negare che questa maturità ultralight, qualora fosse istituzionalizzata, avrebbe una ripercussione negativa sull’intero percorso di studi superiore: gli studenti, tranne quelli dotati di un’eccezionale forza di volontà, sarebbero infatti psicologicamente dissuasi dall’impegnarsi nello svolgere prove (testo argomentativo, analisi del testo, tema e – a seconda degli indirizzi – traduzione dalle lingue classiche, problemi di matematica etc) che saprebbero di non dover mai sostenere in un esame, cioè in una sede che – nonostante tutto e checché se ne dica – aveva in generale mantenuto, fino al 2019, un carattere di ufficialità e ‘solennità’ che non sarebbe immaginabile per nessuna verifica scritta ordinaria svolta nel corso dell’anno. Del resto temo che, se la modalità 2021 venisse confermata e diventasse la ‘nuova normalità’, la pratica della scrittura a scuola scomparirebbe gradualmente, sostituita dalla somministrazione di comode verifiche a risposta multipla.

Ritengo altresì sbagliata la scelta della commissione interna, scelta che risponde, oltre che a meschine logiche di risparmio (ma non c’erano i soldi del PNRR?), alla volontà di proteggere i ragazzi, mettendoli al riparo dal rischio di imbattersi nel ‘lupo cattivo’, ossia in un membro esterno troppo esigente. Ma una scuola che appiana tutte le difficoltà e le asperità in che modo può preparare alla vita? Aggiungo che, come docente, mi sento umiliato dal dover fare il passacarte di una commissione che appare come una sorta di ‘ufficio timbri’. Inoltre, il fatto che l’Esame di Stato preveda una commissione esterna, a mio parere, è anche una garanzia del livello qualitativo generale dell’istruzione: è importante, infatti, che un docente sappia che l’insegnamento non è un ciclo chiuso e autoreferenziale, e che dunque è necessario che egli prepari i suoi allievi all’eventualità di confrontarsi con un altro insegnante. Se uno studente è veramente preparato deve poterlo dimostrare anche di fronte a ‘estranei’ e non solo in un contesto protetto.

Mi chiedo perché il ministro si stia orientando verso questa soluzione che la maggior parte di noi ritiene dannosa e non giustificata. Forse ha accolto l’appello rivoltogli da un gruppo di studenti che hanno lanciato una petizione per la “Maturità senza scritti” sul sito Change.org. (vi pregherei di leggerlo: se non è una burla, è tragicamente istruttivo). L’argomento principale degli appellanti è che gli studenti sono stati danneggiati da due anni di DAD e DDI. Ora, è vero che la didattica a distanza si è rivelata inefficace e dannosa, ed è vero che l’Italia è stata il Paese che ha tenuto le scuole chiuse più a lungo; vorrei però far notare quanto segue: a) non mi risulta che gli studenti italiani, tranne qualche rara eccezione, si siano mobilitati negli ultimi venti mesi per rivendicare il diritto alla scuola in presenza (se i firmatari dell’appello hanno rappresentato una delle suddette eccezioni, la cosa mi è sfuggita e sono pronto a scusarmi); b) nel corso dell’anno scolastico 2020-2021, pur tra mille difficoltà, le prove scritte sono state svolte, almeno per quanto mi riguarda e a quanto mi consta; c) quest’anno i ragazzi stanno andando a scuola ‘normalmente’, pur sotto la spada di Damocle di nuove chiusure, sempre incombenti visto che da parte del governo si è fatto ben poco sul fronte dei trasporti, del sovraffollamento delle classi e della sanificazione dell’aria; sicché sarebbe stato forse più ragionevole appellarsi al ministro per avere garanzie concrete circa lo svolgimento delle lezioni in presenza fino a giugno.

Io penso che, con questa decisione – che ancora non è stata formalizzata ma che sembra ormai più che probabile – si sia giunti all’esito estremo di un processo di smantellamento dell’istruzione e della cultura iniziato negli anni ’60. Il pensiero pedagogico ‘progressista’, magari animato dalle migliori intenzioni, ha infatti pensato di aiutare le classi disagiate sancendo il principio del diritto al successo formativo. Ci si è dimenticati, però, che non ci sono diritti senza doveri e che un successo formativo che prescinda dall’effettivo merito è solo formale e apparente. Si è pensato che la semplificazione e l’assenza di selezione avrebbero aiutato le classi inferiori, ma in realtà è accaduto esattamente il contrario: si è creata, cioè, una società in cui le posizioni di privilegio si perpetuano di generazione in generazione, mentre ai figli delle classi inferiori resta la consolazione di un ‘pezzo di carta’ (a tal proposito suggerisco la lettura del recente libro di P. Mastrocola e L. Ricolfi, Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza, La Nave di Teseo 2021).

Infine, mi sia consentita una considerazione di ordine generale. Quanto sta avvenendo nel mondo della scuola, a mio avviso, è legato alla grande trasformazione sociale, politica, economica e – oserei dire – antropologica che ha iniziato a manifestarsi nel marzo 2020. Non entro, in questa sede, nel merito delle misure di contrasto e contenimento della pandemia (oggettivamente inaudite) adottate in questi venti mesi, né mi esprimo circa la loro proporzionalità; constato però che è cambiata la gerarchia dei valori: lungo la Storia dell’Occidente il pensiero filosofico, e prima quello religioso, aveva affermato il primato dei valori spirituali e morali, ossia di tutto ciò che rende umana e quindi degna di essere vissuta la vita degli uomini; oggi, invece, ci viene detto più o meno esplicitamente che esiste solo il diritto alla salute – peraltro ormai ridotta alla condizione di negatività rispetto all’infezione da SarsCov2. Tale diritto è stato assolutizzato a scapito di tutti gli altri, compreso evidentemente quello all’istruzione, pur tanto retoricamente celebrato. Insomma, non rimane che la tutela di quella che Giorgio Agamben chiama la ‘nuda vita’, e tutto il resto può aspettare la fine di un’emergenza che probabilmente è destinata a cronicizzarsi.

L’inosservanza delle norme anticovid, da parte di studenti e insegnanti, può costare carissima (e su questo non intendo discutere qui), come anche il mancato adempimento un’incombenza burocratica; ma al di fuori di questi due ambiti – profilassi e burocrazia – il lassismo e la negligenza dominano incontrastati.

Troppo pessimista? Spero di sì, ma penso che qualsiasi tentativo di cambiamento di una situazione debba partire da una riflessione sincera e priva di indulgenza.

Maturità, la prova scritta d’italiano non deve sparire: si moltiplicano gli appelli a Bianchi che a breve deciderà

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