Se fossero i bambini a costruire le prove Invalsi

di Lalla
ipsef

inviato da Pina Montesarchio – Costruiamo una prova INVALSI. Prendiamo un brano di lettura. Poniamo attenzione alla necessità di riferirci alle varie “facce” della comprensione linguistica. Questa la consegna ai bambini. Avviare i bambini a saper costruire prove insieme ad altri bambini, perché un gruppo sottoponga le proprie all’altro gruppo.

inviato da Pina Montesarchio – Costruiamo una prova INVALSI. Prendiamo un brano di lettura. Poniamo attenzione alla necessità di riferirci alle varie “facce” della comprensione linguistica. Questa la consegna ai bambini. Avviare i bambini a saper costruire prove insieme ad altri bambini, perché un gruppo sottoponga le proprie all’altro gruppo.

La legge 59 del 1997 richiama l’idea di “produttività culturale” della scuola e della sua rendicontazione sociale attraverso le prove elaborate dall’INVALSI, l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione che ha raccolto, in un lungo e costante processo di trasformazione, l’eredità del Centro Europeo dell’Educazione (CEDE) istituito nei primi anni settanta del secolo scorso.

Si valuta la prestazione non la persona, il passato non il presente, ciò che l’individuo ha fatto e non come si manifesta. Lo sappiamo noi docenti che quelle prove somministriamo agli alunni, lo sanno bene i componenti del gruppo di lavoro dell’INVALSI che quelle prove elabora.

Piero Cipollone, presidente dell’INVALSI, afferma che l’invito alle scuole è quello di non accogliere le prove come un dato ineluttabile, ma di entrare nel merito, di “smontare il giocattolo” per capire come funziona. Il Quadro di Riferimento (QdR) per le prove di valutazione dell’INVALSI di italiano e di matematica presenta le idee chiave che guidano la progettazione delle prove, per quanto riguarda:

• gli ambiti della valutazione, cioè quali aspetti della matematica e dell’italiano si valutano e la scelta degli argomenti oggetto della valutazione,
• i modi della valutazione, ossia le caratteristiche degli strumenti di valutazione e i criteri seguiti nella costruzione delle prove.

La costruzione di un quadro di riferimento è un processo aperto e in continua evoluzione che consente all’INVALSI di recepire le istanze più interessanti e rilevanti provenienti dal mondo della scuola e della cultura in generale.

I quadri di riferimento in base ai quali sono state costruite le prove INVALSI tengono conto dei programmi attualmente vigenti in Italia, di quello che si fa quotidianamente a scuola e hanno sullo sfondo le grandi indagini internazionali; quella più nota sulle competenze dei quindicenni (PISA), ma anche quelle che indagano sulla capacità di lettura dei bambini di 9 anni (PIRLS) e quelle che prendono in considerazione il livello di apprendimento di matematica e scienze negli alunni di 9 e 13 anni (TIMSS). Sono prove messe a punto da docenti che insegnano a scuola. Prove che prima di entrare nel fascicolo finale vengono provate sul campo su di un campione rappresentativo di studenti.

La necessità di capire il “meccanismo” delle prove INVALSI è anche dei bambini.

Spinta dal desiderio di restituire ai bambini un quadro di riferimento delle prove, ho consegnato loro la prova di italiano INVALSI di anni addietro come fosse un giocatolo per provare a costruirne una da soli. Parliamo di educazione al pensiero complesso. Utilizzare un brano di lettura come luogo su cui si aprono mille e più porte; saperle attraversare senza timore, senza disagio.

Un brano di lettura si legge, si spiega. Un brano di lettura si può convertire in tante domande relative ai vari ambiti disciplinari. Un brano di lettura per dire quanti verbi in una frase, quanti nomi femminili, quanti aggettivi. Un brano di lettura per saper distinguere tra più parole (non citate nel testo) quella più appropriata per indicare il carattere di uno dei personaggi della storia. Tante azioni non dislocate nel tempo, ma presenti nella stessa prova in un solo momento.

Costruiamo una prova INVALSI. Prendiamo un brano di lettura. Poniamo attenzione alla necessità di riferirci alle varie “facce” della comprensione linguistica. Questa la consegna ai bambini. Avviare i bambini a saper costruire prove insieme ad altri bambini, perché un gruppo sottoponga le proprie all’altro gruppo.

Avverto forte la necessità di sfatare il clima pesante che accompagna le prove perché sia chiaro ai bambini che è necessario acquisire questa competenza per una maggiore padronanza della lingua, non perché soggetti a controllo. Parlo della necessità di riferirci a principi intrinseci dell’educazione.

Come insegnanti siamo impegnati nella quotidiana attività didattica a formare menti che possano disporre di un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi e i principi organizzativi che permettano di collegare i saperi e di dare loro un senso.

Come sostiene Anna Maria Bernardinis, spetta alla filosofia ritrovare la “sua vocazione riflessiva su tutti gli aspetti del sapere e della conoscenza per far convergere la pluralità dei loro punti di vista sulla condizione umana” (A. Bernardinis, “Narrazione e pedagogia. Appunti per una ricerca”, in G.F. D’Arcais (a cura di), Pedagogie personalistiche e/o pedagogia della persona, p. 29.).

Ma come rilevare questa attitudine negli alunni della scuola dell’obbligo?

Quando descriviamo l’altro parliamo di noi. Questo me lo insegnò la piccola Giulia quando proposi agli alunni di descrivere il proprio compagno di banco. Giulia osservò che la sua descrizione avrebbe parlato di lei.

Nella sua descrizione sarebbe emersa non l’immagine del proprio compagno ma i suoi gusti, le sue preferenze. Così le prove INVALSI. Nel mentre “misurano” le prestazioni degli alunni dicono in che modo è pensata la scuola, la relazione educativa, l’alunno diversamente abile, l’alunno straniero.

Recenti prove INVALSI di italiano per la scuola primaria richiedevano agli alunni di riferire alla parola cautamente il significato più appropriato da scegliere tra le voci:
a) prudenza
b) b) attenzione

Ho discusso con alunni delle classi terze e quarte di scuola primaria sul tema “fiducia” (l’esperienza è documentata sul sito della Scuola Primaria “G. Mazzini” di Frattamaggiore, (www.secondomazzini.it). Francesco ha precisato che la fiducia è la condizione per la cooperazione, ovvero un lavoro di gruppo dove ci sia collaborazione, un lavorare insieme secondo un progetto comune. Alessandro ha chiarito che la fiducia va intesa come possibilità di spazio e tempo che concediamo alle persone di cui abbiamo fiducia. Mimmo ha aggiunto che hai fiducia se credi nell’altro. Ho chiesto ai bambini se la fiducia si insegna e/o si impara. Olga ha risposto che la fiducia la senti dentro, come l’amore, come l’odio o la tristezza. La fiducia è un’emozione. Ti avvicina agli altri mentre la noia ti allontana. Elena ha riferito alla parola fiducia tre voci: promessa, sincerità, generosità. Ha detto che la fiducia è sempre un atto di generosità, crediamo nell’altro anche se non ci ha ancora dimostrato che di lui possiamo fidarci. Giovanni è stato d’accordo con i suoi compagni nel ritenere che la fiducia non si apprende e non si insegna tuttavia, ha chiarito, l’esperienza ti fa capire.

Tutto questo non può stare dentro una risposta data con una crocetta.

Tutto questo rimanda a un’idea di scuola che pensa la conoscenza come co-costruzione insieme nel gruppo, dove tutti i bambini trovano modalità per esprimere se stessi, magari anche solo con un disegno.

Di questa scuola vogliamo si dica.

“L’INVALSI sta facendo uno sforzo per inserire nelle prove domande a risposta aperta che permettono un apprezzamento di uno spettro più ampio di conoscenze, abilità e competenze. Comunque le prove sono solo uno spicchio di un più ampio universo valutativo: l’esempio più banale è quello della valutazione della competenza nell’espressione verbale, che non può essere indagata con gli attuali strumenti.” Dichiara Piero Cipollone, Presidente dell’INVALSI, in un’intervista curata da Giancarlo Cerini pubblicata sul bimestrale della casa editrice Maggioli, “Rivista dell’istruzione”, n. 3, maggio-giugno 2010.
È su quest’ultimo punto che noi docenti attenti alla dimensione dialogica, possiamo provare a dire qualcosa. Una sfida che varrebbe la pena raccogliere.

La scheda dell’esperienza riportata è inserita sul sito Gold, le buone pratiche della scuola italiana

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