Se critico la scuola su Facebook o metto un “mi piace” ad una critica, commetto reato? Cosa dicono i tribunali

Oramai i social sono diventati uno strumento sempre più diffuso e anche a volte impropriamente di lavoro per il personale scolastico. Nel corso degli anni si è perso il conto delle denunce per diffamazione, che sono seguite per post sbagliati, così come tanti sono stati anche i procedimenti disciplinari avviati, ma quando si ha a che fare con il mondo di internet, l’onere della prova a carico di chi accusa a volte è più complicato di quanto possa immaginarsi.

Un mi piace ad un post può comportare un procedimento disciplinare

Non solo a ciò che si scrive, ma anche al mi piace bisogna stare attenti. Si ricorda ad esempio il noto provvedimento del T.A.R. Lombardia, Sezione III, ordinanza 03/03/2016, n. 246 con il quale si è sostenuto che l’aggiunta del commento “mi piace” ad una notizia pubblicata sul sito facebook che può comportare un danno all’immagine dell’amministrazione, assume rilevanza disciplinare; – sebbene la notizia avesse un contenuto complesso, in quanto oltre all’informazione sul suicidio dava anche quella del pronto intervento della Polizia penitenziaria, la mancanza di un tempestivo recesso dal giudizio espresso, dopo che esso era stato seguito da altri giudizi inequivocabilmente riprovevoli, esclude che la condotta possa considerarsi irrilevante.

Una foto tra commissari e candidati su Facebook non è prova di incompatibilità

Il caso in questione riguardava una contestazione mossa da alcuni ricorrenti i quali affermavano che dalle fotografie pubblicate sul social network Facebook appariva che tra il commissario ed alcuni candidati che insegnavano tutti la stessa materia presso la medesima scuola, ci potessero essere rapporti non di semplice conoscenza ma di amicizia, frequentazione e confidenza. All’uopo i ricorrenti depositarono fotografie scaricate dal citato social network che avvalorerebbero la loro tesi. Il Tribunale Amministrativo Regionale Sardegna-Cagliari, Sezione Prima, Sentenza 3 maggio 2017, n. 28 ha rilevato che Le cosiddette “amicizie” su Facebook sono del tutto irrilevanti poiché lo stesso funzionamento del social network consente di entrare in contatto con persone che nella vita quotidiana sono del tutto sconosciute. Né si può pretendere che gli utenti (escluso un utilizzo sconveniente del mezzo) debbano controllare ogni possibile controindicazione del social network posto che esso, per come si è evoluto, costituisce ormai una modalità di comunicazione difficilmente classificabile (ognuno ne fa l’utilizzo che ritiene più appropriato ma per lo più si tratta di attività ludica e ricreativa). Insomma, non è certo Facebook in sé che può concretizzare una delle cause di incompatibilità previste dall’art. 51 c.p.c.. La questione è talmente pacifica che non necessita di particolare approfondimento. In ordine alle foto “scaricate” dal social network la questione non muta. Esse non valgono a provare alcuna “commensalità abituale” prevista dall’art. 51 c.p.c.. Ricordando altresì che nei pubblici concorsi i componenti delle commissioni esaminatrici hanno l’obbligo di astenersi solo ed esclusivamente se ricorre una delle condizioni tassativamente previste dall’art. 51 del c.p.c., senza che le cause di incompatibilità previste dalla predetta norma, proprio per detto motivo, possano essere oggetto di estensione analogica (Cons. Stato, sez. V, 24 luglio 2014, n. 3956, T.a.r. Sardegna, Cagliari, Sez. I, 28 dicembre 2016, n. 986).

Un post su Facebook è libertà di critica e di pensiero?

Il Tribunale Roma, con Sent., 19-05-2020 ha affrontato il caso di una contestazione disciplinare mossa nei confronti di una docente che veniva accusata di aver pubblicato sulla chat del social network Facebook frasi che lasciavano intendere una cattiva gestione della scuola e si accusava di aver inviato quei post in orario di servizio tramite il proprio telefono. Il Giudice, accogliendo la difesa come proposta in modo efficace dai legali della docente, ha riconosciuto che “una formulazione siffatta, relativamente all’addebito inerente l’offesa all’immagine dell’istituto, deve ritenersi generica in quanto, non riportando l’esatto tenore delle frasi attribuite alla ricorrente, e non contenendo specifici e puntuali riferimenti a fatti e circostanze oggettivi che ne avrebbero costituito oggetto, non consente di poter verificare se quanto dalla stessa affermato nella chat del social network facebook in contestazione sia stata una corretta manifestazione del diritto alla libera manifestazione del pensiero, comprensivo del diritto di critica, costituzionalmente riconosciuto anche nei rapporti e nei luoghi di lavoro, o se invece abbia ecceduto i limiti posti a tale diritto, trasmodando in una gratuita o indebita lesione dell’immagine e del prestigio della pubblica amministrazione datrice di lavoro. La genericità di talune delle espressioni utilizzate tale da non poter essere disgiunta da un ampio margine di soggettività delle relative valutazioni, unitamente alla mancata descrizione dell’oggetto delle dichiarazioni anzidette, non può considerarsi idonea a consentire alla dipendente di comprendere l’esatta portata degli addebiti mossi a suo carico e quindi quali fossero le accuse specifiche dalle quali doveva difendersi, non potendo considerarsi a tal fine sufficiente il riferimento alla data ed all’ora di pubblicazione delle affermazioni censurate. (…)”.

Si deve provare che l’uso del telefono sia avvenuto in orario di servizio

“Per quanto riguarda l’ulteriore addebito mosso alla ricorrente, e cioè l’aver utilizzato il cellulare durante l’orario di servizio, sulla chat anzidetta le comunicazioni ritenute offensive, ritiene il giudicante che esso sia rimasto sfornito di prova. Non è stato in alcun modo fornita la prova che i messaggi anzidetti siano stati inviati facendo uso del telefono cellulare della ricorrente, non potendosi escludere che essi siano stati inviati con altro mezzo di trasmissione e non dalla ricorrente, potendo quest’ultima aver anche incaricato qualcuno di provvedere a tale invio”.

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