“Se Cappuccetto è il bullizzato e il Lupo è il bullo, il Cacciatore che sente rumore, interviene e risolve è il docente”. INTERVISTA a Roberto Lipari

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Roberto Lipari, giovane comico siciliano, ha vinto nel 2016 Eccezionale Veramente su La 7, diventando noto per il suo talento comico e la capacità di unire comicità, informazione e riflessione. Ha lavorato per Rai 2, è ospite fisso in Colorado su Italia 1 e inviato a Striscia la Notizia. Sul palcoscenico ha portato in oltre 400 repliche lo spettacolo “Batti panni lipari”. Ha debuttato al cinema con Classe Z nel 2017 e ha scritto e interpretato il film TuttAPPosto! con Luca Zingaretti nel 2019. Dal 2021, è anche conduttore del tg satirico di Antonio Ricci con Sergio Friscia. Con lui abbiamo parlato di scuola e di cosa, questa esperienza, lascia in ognuno di noi.

Nella tua attività di comico e attore hai molto parlato di scuola, nel film “TuttAPPosto!” hai estremizzato alcuni aspetti negativi del mondo universitario. Cosa ti ha spinto e ancora ti spinge a parlare di scuola in chiave comica ma anche critica?

Quando tieni a qualcosa gli fai i complimenti su ciò che fa bene, ma soprattutto la critichi quando fa male, perché se non ti interessasse non gli diresti nulla. Voglio bene alla scuola e al mondo dell’istruzione e mi interessa molto tant’è che dico sempre che potrebbe arrivare qualunque tipo di crisi in questo Paese, abbiamo affrontato quella sanitaria, quella climatica, da sempre quella economica, perché è da quando sono nato che sento dire che c’è crisi riferita agli aspetti economici, ma se sei preparato a livello culturale la saprai gestire meglio. Quindi se c’è un cavallo su cui punterei sempre è quello della cultura e la cultura passa tramite la scuola. Siccome alla “Scuola” capita di non fare sempre tutto alla perfezione, per usare un eufemismo, per questo io ne parlo sempre. Nel film “TuttoAPPosto!” ho parlato degli aspetti legati al baronato universitario che ho vissuto in prima persona da ex studente di medicina, e credo di avere salvato più vite non facendo più medicina, però mi ha dato modo di conoscere quel mondo e poi è stato facile scrivere quel film perché era un mondo già paradossale di suo, nel senso che c’era poco da esagerare comicamente. Quindi ne parlo perché voglio bene al mondo dell’istruzione e quando sbaglia diventa l’occasione per farglielo notare e uso il linguaggio che mi è più consono che è la comicità.

In un liceo palermitano sei stato invitato ad una conferenza su bullismo e cyberbullismo. Per raccontare cosa è possibile fare per contrastare questo fenomeno hai portato l‘esempio della favola di “Cappuccetto Rosso”. Ci spieghi il perché di questa scelta e qual è la morale?

Cappuccetto Rosso ha una morale di suo nella favola che è quella di ascoltare i genitori, perché la mamma gli aveva detto di stare attenta nel bosco e via dicendo. Però credo che ci sia una profondità in più perché c’è una figura che mi affascina da sempre ed è quella del cacciatore. Del cacciatore non sappiamo il nome, non sappiamo perché era lì, insomma non sappiamo niente se non il mestiere che è quello, appunto, del cacciatore. Questo cacciatore ad un certo punto sente un rumore e va a casa della nonna e risolve la situazione. A mio avviso la favola si dovrebbe chiamare “La favola del Cacciatore” e non “Cappuccetto Rosso” che fa tutto il danno. In un parallelismo con il Bullismo potremmo dire che Cappuccetto Rosso è la persona bullizzata, il lupo cattivo è il bullo, tant’è che si chiama Cattivo di cognome perché evidentemente cattivo era pure il suo papà, in genere il cognome si eredita, questo per dire che chi è figlio di cattivi generalmente viene fuori più cattivo, mentre il cacciatore è colui che interviene, che rappresenta la maggior parte di noi. Nel fenomeno del bullismo gli elementi sono due e gli altri sono quelli che “sentono il rumore”, come il cacciatore, e possono decidere di intervenire e cambiare la storia. Credo che alla fine tutti noi siamo chiamati a fare i “Cacciatori”, cioè a non tirarci indietro, nel caso del bullismo a fare in modo che un video non diventi virale, ritirarci da un commento, fermare qualcun altro, poter denunciare atti di bullismo e sostenere chi è vittima, insomma dobbiamo intervenire, solo in quel caso tutti vivranno felici e contenti.

Oggi hai raggiunto il successo, ma riguardandoti indietro come ti ha segnato la tua esperienza scolastica nel percorso che hai fatto fino a qui?

Non so se ho raggiunto il successo, perché il successo è un concetto relativo, ad esempio secondo me mia madre e mio padre sono persone di successo ma nessuno le conosce, per dire che il concetto di successo nel mondo prettamente capitalista sembra quasi quando fai una bella carriera, ma il successo secondo me è altro. Detto questo io alla scuola devo tantissimo, perché è lì che ho avuto le prime relazioni sociali ed è lì che ho scritto le prime battute e si è creato il punto di vista che è la base della comicità. Nel mio caso di comico di osservazione se non si forma uno strato culturale per poter osservare il mondo di fatto non puoi esistere. Devi dotarti di un tuo punto di vista ed un modo comico di raccontare quello che noi tutti vediamo ogni giorno, perché alla fine la comicità e quello di raccontare la verità che tutti vediamo in modo comico, a volte solo dirla la verità che taciuta da tutti diventa comicità. La scuola è dove si forma tutto questo, nel mio spettacolo riporto tutt’ora un episodio accaduto a scuola con la mia professoressa di biologia, questo per dire che ci sono cose che ho scritto a scuola che ancora uso. In pratica Questa professoressa parlandoci dell’argomento della lezione fece una gaffe dicendo “Oggi parleremo dell’anidride carbonica e di altri gas che in questo momento mi sfuggono”, che fu un momento esilarante per tutta la classe. Da quel momento quella cosa lì l’ho semplicemente presa e riportata. A volte la comicità nasce proprio tra i banchi di scuola, per me è stato fondamentale questo passaggio. Sicuramente oggi tra i banchi ci saranno comici più bravi di me che stanno nascendo.

La scuola l’hai vissuta da studente ma è stato anche il tuo primo palcoscenico dove andavi a parlare di legalità. Ci racconti questa tua esperienza?

Quando iniziai a fare questo mestiere lavoravo per un’agenzia che vinse un appalto per fare degli spettacoli sulla legalità nelle scuole. A quel tempo ero già autore per altri comici e decisi di scrivere questo spettacolo, nel quale eravamo in 4, ed è stato il mio primo ritorno a scuola. Giravo per le scuole di Palermo a parlare di legalità che non è una cosa semplice, perché dipende da quale zona vai di Palermo e non è sempre facile parlare di legalità perché ci sono dei nomi che tutt’ora danno fastidio. Credo che alcuni dei pezzi più belli che ho scritto nella mia vita li abbia scritti in quel periodo perché ero mosso da un grande obiettivo, più grande di me forse, perché parlare di legalità è impegnativo. Però in quel caso la comicità diventa veicolo, perché la comicità è una macchina sulla quale metterci dentro tutto quello che vuoi, dalla risata di pancia allo sberleffo ma ci puoi mettere pure del contenuto, in quella occasione la comicità è diventato un veicolo meraviglioso. Sono convinto che la comicità andrebbe studiata a scuola perché è la più alta forma di evoluzione. Quando nell’arco evolutivo da scimmie diventiamo uomini, per raccontarla in maniera molto sbrigativa, perdiamo la forza bruta e sviluppiamo un’area del cervello, che gli animali non hanno, che è quella dell’ironia, questo l’ho scoperto da studente di medicina. Quindi l’ironia è la più alta forma di evoluzione dell’uomo, per questo studierei la comicità e i comici, perché secondo me fanno parte della letteratura e non di una letteratura qualunque, ma della più alta che esiste. Se ci pensiamo la divina commedia è un’opera satirica ed è quella che ci ha reso famosi in tutto il mondo. L’ultimo premio Oscar lo ha vinto Benigni, Troisi ha avuto due nomination allo stesso premio, Dario Fo ha vinto il premio Nobel per la letteratura, per dire che in questo Paese la comicità è alle sue fondamenta.

Un’ultima domanda. In un tuo video su un canale social hai parlato di come oggi sia abitudine realizzare contenuti semplicemente ripubblicando altri video, in pratica non utilizziamo più la nostra vena creativa. In un’epoca dove l’intelligenza artificiale può realizzare molti contenuti, cosa comporta la riduzione dell’uso creativo della nostra intelligenza?

Penso che creare è un’altra grande fortuna che abbiamo come essere umani, anche in questo caso gli animali non possono creare, insomma gli animali non possono ridere, non possono fare ironia e non possono creare. Se siamo nati come essere umani dobbiamo approfittarne, se noi essere umani non creiamo qualcosa, non facciamo ironia e non ridiamo stiamo probabilmente sprecando un’occasione. L’intelligenza artificiale è figlia di un periodo in cui ci siamo abituati a riportare e non più a creare, se sui social va forte un trend lo facciamo tutti. E questo ti fa fare numeri, realizzi video su TikTok, fai visualizzazioni, chiudi il contratto, poi ti chiama l’azienda per la pubblicità e in questo modo fai soldi, ma non hai fatto niente e violentiamo una parola che è quella di “creatore” che chi fa questo mestiere e non ha mai inventato nulla, poi c’è anche chi crea contenuti ma è un’altra cosa e in quel caso sei realmente un creatore. Insomma, definirsi creator per persone che non hanno creato nulla lo trovo fuori luogo. Siamo in un mondo in cui l’intelligenza artificiale non è casuale che arrivi, è la risposta. L’intelligenza artificiale non avrebbe mai potuto attecchire nell’epoca in cui c’era Caravaggio, perché in quel momento storico il plagio era una cosa positiva tanto da mettere in evidenza da chi si era presa l’idea. Invece oggi siamo in un periodo in cui tutti plagiamo, citiamo frasi di altri, costruiamo dei format prendendo un pezzo di qua e uno di là, che è esattamente quello che fa l’intelligenza artificiale. A questo punto mancando la fase di rielaborazione, che può fare benissimo e anche meglio un software, consegniamo all’intelligenza artificiale la possibilità di attecchire. Credo che una parte di colpa ce l’abbia anche il pubblico, perché se avessimo il senso critico per capire che quello non è creare allora quella cosa non attecchirebbe. Tuttavia credo che per quanto possiamo parlarne questo sia un processo inevitabile. In un mondo in cui ci piace un po’ che le cose siano finte, in un periodo di liti finte, di storie finte, che se anche sappiamo che sono finte va bene a tutti, perché non vivere in un mondo nel quale dietro un pensiero non ci sia niente di vero ma in realtà ci sia solo un’intelligenza artificiale. Penso che ci conviveremo con tutto questo perché ormai è inarrestabile, ma almeno in futuro avrò la possibilità di dire che quando è successo ho difeso il vero mondo della creazione, perché alla fine la storia è così, ti chiederanno da che parte stavi e io voglio essere dalla parte di quelli che credevano che creare fosse un’altra cosa.

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