Scuole superiori come incubatori di impresa, è nella riforma. Due esempi in Puglia

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La riforma ne propone un potenziamento, ma non si tratta di una vera e propria novità quella degli istituti superiori (in particolare tecnici e professionali) come incubatori di impresa. Sono già previsti nell'autonomia.

La riforma ne propone un potenziamento, ma non si tratta di una vera e propria novità quella degli istituti superiori (in particolare tecnici e professionali) come incubatori di impresa. Sono già previsti nell'autonomia.

Parliamo del Decreto del Presidente della Repubblica dell'8marzo 1999, n. 275 (il decreto sull'autonomia) che punta anche ad una implementazione di azioni rivolte al tessuto produttivo, formando figure professionali in armonia con il contesto e interagendo con le realtà del territorio.

L'idea della scuola come "Incubatore d'impresa" viene da oltreoceano dove esiste già da tempo ed ha avuto grande successo. Basti pensare che nel 2005, prima dell'aggravarsi della crisi economica, negli Stati Uniti gli incubatori d'impresa hanno assistito più di 27.000 imprese, creando 100.000 posti di lavoro.

Di cosa si occupano gli incubatori d'impresa?

Di solito forniscono supporto alle nuove idee che possono essere trasformate in business che vanno dall'assistenza per le basi dell'avvio dell'attività, al marketing, dall'aiuto per l'accesso a qualche forma di finanziamento pubblico a quello dei prestiti bancari, fondi di credito e programmi di garanzia. L'aiuto si rivolge anche alla gestione della contabilità, a quella finanziaria. A ciò si aggiungono anche programmi di formazione o l'aiuto per la conformità normativa.

Insomma, si prendono per mano giovani intraprendenti e li si accompagna per l'avvio di un'attività, frutto della propria iniziativa e creatività.

Perché gli incubatori di impresa?

Questo tipo di azioni hanno quale scopo "trasversale" di favorire la mentalità e un clima imprenditoriale, di stimolare l'innovazione, la sperimentazione e la creatività. In altre parti del mondo sono diventati importanti motori per l'ingresso nel tessuto economico anche delle donne o degli extra comunitari.

Chi li finanzia?

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La realtà a riguardo è molto varia, negli USA i programmi di "business incubation" sono sponsorizzati da varie organizzazioni. Gli enti governativi rappresentano il 21% dei finanziamenti, mentre le istituzioni accademiche sono al 20% inclusi gli istiutti tecnici.

In alcuni paesi, i programmi di incubazioni sono parte integrante delle politiche governative sullo sviluppo economico e finanziati a livello regionale e nazionale.

Gli incubatori nella riforma Renzi

Nelle "Linee guida del Governo" per la riforma della scuola, gli incubatori di impresa sono citati come facenti parte di una strategia di revisione "dell'interfaccia" della "scuola aperta", insieme ai FabLab che ho affrontato in quest'articolo: Le scuole come fabbriche.

L'idea espressa nel testo governativo vuole una convivenza tra iniziative pubbliche e private, queste ultime incentivate da sgravi fiscali.

Alcuni esempi

Gli incubatori di impresa non sono certo una novità, soprattutto in ambito universitario. Basti pensare al Politecnico di Torino o alla "Scuola Sant'Anna di Pisa" dove venerdì 26 settembre si è svolto il terzo Forum d'investimento organizzato da Samba (Sant'Anna Milky business angels), associazione costituita da ex allievi e che ha visto la presentazione di 10 start-up che saranno inserite in un percorso di "incubazione".

Esistono numerosi esempi di "incubazioni" anche tra gli istituti superiori di secondo grado. Tra i più conosciuti, l'esperimento del "Centro Polifunzionale di Servizio Teseo" che si trova presso l'Istituto "Salvemini" di Fasano e realizzato in collaborazione con il Comune di Fasano, la Provincia di Brindisi, vari enti, imprese, associazioni di categoria. Il Centro ha come obiettivo di promuovere e sostenere ed implementare azioni di supporto allo start-up di neo imprese, divenendo una scuola/laboratorio che segue le giovani imprese anche dopo il loro avvio, garantendo un flollow up per ridurre al minimo i rischi di errore che le start-up commettono soprattutto nei primi anni di vita e che sono alla base di una mortalità che arriva anche al 50% nei primi 5 anni di vita.

Altro illustre esempio, è quello dell'Istituto Tecnico "Galilei-Costa" di Lecce che lo scorso anno ha avviato una decina di progetti, start-up, che guardando al territorio e all'innovazione tecnologica. Così, troviamo il progetto Nectàrea che ripropone un prodotto tipico pugliese, l'olio d'oliva, non soltanto come alimento, ma da un punto di vista cosmetico e farmacologico, grazie alle sue proprietà salutistiche. Oppure il progetto Salèntide, che permette la possibilità di connettere quei salentini che a causa di studio o lavoro si trovano lontano dalla propria terra.

Questi ultimi, davvero ottimi esempi di ciò che può significare coniugare innovazione, spirito imprenditoriale e dialogo con il territorio. Tutti elementi che si trovano già in quell'autonomia delle istituzioni scolastiche che è legge dal 99.

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