Scuole e famiglie sono sfidate dall’emergenza del nuovo anno scolastico

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Di Giuseppe Richiedei, ex dirigente scolastico ed esperto di politiche scolastiche – Dopo che per sei mesi le scuole italiane sono rimaste rigidamente chiuse, mentre in altri Paesi europei erano aperte, dopo che otto milioni di allievi di ogni età sono stati chiusi in casa a carico dei genitori impegnati nella cura e spesso nell’istruzione dei figli, genitori che si sono trovati nelle più differenti situazioni lavorative (lavoro agile, disoccupazione, in cerca di lavoro), economiche e sociali (con più figli, isolati, senza tate o parenti), sui media si trovano dichiarazioni e situazioni sorprendenti fino al disorientamento.

– Il verbale del Comitato Tecnico Scientifico Ministeriale ( del 13 agosto) rassicura: “in eventuali situazioni in cui non sia possibile garantire nello svolgimento delle attività scolastiche il distanziamento fisico prescritto, sarà necessario assicurare la disponibilità e l’uso della mascherina, preferibilmente di tipo chirurgico”. Come dire che sarebbero bastate le mascherine per riaprire?
– In un istituto di Lugano, al confino con la Lombardia, infettata (!) i genitori vengono rassicurati che “Il distanziamento di almeno 1.5 metri va garantito tra persone adulte e tra le persone adulte e gli allievi, all’interno dell’edificio e all’esterno sul sedime scolastico. Per gli allievi in classe non vi è la necessità di distanziamento, essi potranno sedersi regolarmente due per banco. – L’utilizzo delle mascherine negli spazi condivisi (corridoi, aula docenti, entrata e uscita da scuola) è obbligatorio per tutti gli adulti: L’uso delle mascherine per i docenti sarà facoltativo nelle aule scolastiche”. Come dire che nemmeno le mascherine sono indispensabili per i ragazzi e nemmeno i banchi monoposto?
– Uno pneumologo, membro del Comitato tecnico scientifico in un’intervista al Corriere della Sera spiega che “Siamo consapevoli che il rischio di riaprire c’è eccome, ma anche che questo rischio si può modificare… Vorrà dire che aggiorneremo i protocolli adeguandoli alla situazione e l’intenzione è di andare comunque avanti…”. Come dire che l’eventuale rischio di chiusura e riapertura non è sufficiente per continuare a tener chiuse le scuole a tempo indeterminato, come fatto per sei mesi?

Di fronte a questi dati che contraddicono clamorosamente nel nostro Paese i comportamenti seguiti nei mesi scorsi, è spontaneo chiedersi come mai ragazzi siano stati privati del servizio scolastico per un periodo così prolungato e che i genitori abbiano dovuto far fronte a situazioni di grave disagio organizzativo e relazionale per così tanto tempo.
Persino nell’ultima nota ministeriale si ribadisce che: “ Vi è da un lato la necessità di garantire il diritto costituzionale all’istruzione; dall’altro, una esigenza sociale di supporto alle famiglie che, a loro volta, devono guardare il più serenamente possibile ai pur difficili mesi del prossimo autunno; perché dalla ripartenza del sistema scolastico si valuta la capacità di ripresa dell’Italia, la capacità di risposta dello Stato, la capacità di ogni pubblico dipendente, ma innanzitutto dei sui dirigenti, di essere “al servizio esclusivo della Nazione”(Nota 1436 del 13 agosto 2020). I diritti e le esigenze di milioni di ragazzi e di genitori, quindi avrebbero dovuto avere la precedenza rispetto ad altre pur legittime esigenze e timori, in quanto ne andava di mezzo “uno dei diritti principali della persona”. Al contrario in questi mesi abbiamo dovuto vivere un’esperienza per certi versi drammatica, che hanno disatteso i principi costituzionali e portato ad un’esperienza unica in Europa.

Non è facile ipotizzare le ragioni, perché spesso sottaciute, che sono all’origine delle molte e contraddittorie decisioni prese ai tavoli istituzionali. Risulta però evidente che a quei tavoli non c’erano chi rappresentasse e si facesse carico dei ragazzi e dei loro genitori. In Italia, purtroppo, non è una convinzione comune, come lo è in Gran Bretagna che “sia il genitore a conoscere e garantire meglio il diritto del figlio”.

A quei tavoli molti sono i rappresentanti, soprattutto del personale e delle varie istituzioni, ma non delle famiglie, nonostante che in questi mesi avessero dimostrato di rimanere l’unica istituzione a garantire cura e istruzione ai ragazzi. Anzi nel protocollo per l’apertura del prossimo anno scolastico si continua a riversare sulle famiglie ogni responsabilità sanitaria, mentre gli istituti tendono a sottrarsi dal vigilare, perché si assicuri la sicurezza per tutte le componenti scolastiche (Art 2048 del Codice Civile). Così si è deciso di non rilevare la temperatura corporea all’ingresso né per gli alunni, né per il personale, come avviene, viceversa, in tutti gli ufficio pubblici. Nel sito ministeriale si giustifica questa scelta con il fatto che “ uno studente che ha la febbre e non sa di averla non deve salire sull’autobus o stare in fila insieme ad altre centinaia di ragazzi davanti alla scuola”, quasi a dire che la famiglia deve garantire anche per l’autobus e le file, la scuola è dispensata dal farlo nel proprio istituto. Mentre la singola famiglia avrà
l’obbligo di documentare in forma scritta le eventuali fragilità del figlio, l’individuazione del lavoratore fragile è effettuata dal medico competente solo su richiesta dello stesso lavoratore, senza alcun coinvolgimento dell’istituto.

Eppure, sempre nello stesso documento, si raccomanda, proprio per l’emergenza in corso, di stipulare un nuovo Patto di Corresponsabilità educativa scuola famiglia, a conferma dell’indispensabile apporto dei genitori e degli studenti per superare le inevitabili difficoltà che si prospettano per avviare il nuovo anno scolastico. Il Patto implica, però, per non essere una formalità inefficace o un’ulteriore imposizione, che tutti i firmatari siano informati, ne condividano i contenuti, assicurino il proprio apporto disinteressato e coerente. Se responsabili devono essere genitori e ragazzi lo devono essere anche gli operatori e le istituzioni tutte, evitando gli atteggiamenti irresponsabili delle formalità burocratiche e delle chiusure corporative, indifferenti ai bisogni e inconcludenti nei risultati. I genitori chiedono anzitutto un riconoscimento del loro diritto – dovere costituzionale di istruire i figli, che implica opportunità reali di proposta, di scelta e di collaborazione nel realizzare i Piani dell’offerta formativa. Chiedono che siano riconosciute e sostenute le loro associazioni, alla pari di quelle degli studenti, dei docenti e dei dirigenti, in modo che la loro voce e la loro proposta sia ascoltata nelle sedi
dove si prendono decisioni che condizionano poi la vita familiare, scolastica e sociale delle famiglie.

Per il nuovo anno scolastico il Ministero suggerisce ancora di stipulare Patti di Comunità che non possono non coinvolgere anzitutto le scuole del territorio, statali e non statali, dove le differenze tra gli istituti siano una risorsa per rispondere al meglio alle esigenze del territorio e non fonte di contrapposizioni superate e ingiustificate. In tale contesto i genitori chiedono di essere riconosciuti, come in tutta Europa, nel loro diritto di scegliere la scuola, ritenuta più sicura, senza costi aggiuntivi delle rette, tra statali e paritarie.
La nuova scuola del dopo – COVIT potrà essere realizzata solo attraverso la libera iniziativa, la creatività e l’apporto di tutte le componenti, di tutte le scuole, di tutte le istituzioni , tutte concordi nel perseguire il bene dei ragazzi. Il nuovo anno scolastico sarà davvero una sfida per l’intelligenza e la solidarietà tra tutti i protagonisti.

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