Scuole di classe: ci sono perchè manca realismo. Lettera


item-thumbnail

Inviato da Silvia Tancredi – Gentile Redazione,
sono una madre e un’insegnante di Storia e Filosofia di Roma. Riguardo la polemica tra scuole di serie A e scuole di serie B, come quasi sempre accade in Italia, l’approccio al problema è totalmente astratto e non realistico.

Se il ministero sentisse gli stakeholders tramite i processi di partecipazione digitale, ad esempio, già in uso da anni, riuscirebbe a proporre soluzioni migliori. Come mai esistono ancora scuole di classe? Iniziamo dalla geolocalizzazione.

Le scuole di classe A spesso si trovano in quartieri dove i costi delle case in affitto o acquisto sono inaccessibili all’operaio, come, molte volte allo straniero. Le scuole di classe B sono spesso collocate nelle periferie. Leggendo i RAV delle scuole di periferia, emerge come i contesti sono spesso definiti socialmente disagiati e spesso multiculturali, per cui si tende a privilegiare, giustamente, progetti e didattica inclusiva con conseguente poca attenzione per le eccellenze. Le eccellenze sono, ovviamente, equamente distribuite tra maschi, femmine, italiani e non, ricchi e poveri, ma, ad un certo punto, se l’eccellenza non viene coltivata, deperisce. I genitori che vedono nel proprio figlio un potenziale, scelgono quindi spesso di uscire dalla periferia e segnare il proprio figlio in una scuola di un altro quartiere giudicata più promettente. Una mini fuga di cervelli con conseguente concentrazione di talenti in poche scuole (classe A).

Come risolvere il problema? Prendiamo spunto da un case study d’eccellenza in Italia: il calcio. Nel calcio esiste una figura di talent scouting: l’osservatore sportivo. Il suo compito è ricercare le eccellenze e sa bene che, anche in una squadra scolastica in mezzo alle favelas, può esserci un Pelè. Una volta individuato il talento, però, va messo in “prima squadra”. Ecco: nelle nostre scuole mancano le prime squadre.

Nella classe multilivello, purtroppo, i talentuosi sono disincentivati all’impegno, potendo ottenere ottimi risultati con poco sforzo e non trovando spessi confronti stimolanti con i compagni. Tendono quindi a rapportarsi prevalentemente con il docente che, purtroppo, non ha modo di dedicargli tempo e attenzioni dovuti, dovendosi occupare dell’intera classe. Inoltre i talenti, sopratutto quelli che non hanno mezzi propri in famiglia, hanno bisogno di spazi attrezzati, sfide, materiali, contesti stimolanti, tempo dedicato, in breve di una didattica differenziata. Questo fatto è sotto gli occhi di tutti, genitori e insegnanti. Eppure c’è una forte resistenza a sperimentare classi di livello, come se fosse la consapevolezza del talento a generare disuguaglianza ed esclusione. Trovo questo approccio semplicistico e poco realistico. Ai miei figli insegno che il talento è anzitutto una responsabilità: per ogni persona con talento che nasce, ce ne sono dieci che hanno bisogno di essere aiutate grazie a quel talento. È quindi un dovere coltivarlo non per sè, ma per gli altri. Temo che finchè si ragionerà opponendo le categorie di eccellenza a quella di inclusione, continueranno ad esserci scuole “inclusive” (di serie B) ed “eccellenti” (di serie A).

Versione stampabile
soloformazione