Scuole aperte d’estate, alcune riflessioni sulle potenzialità del piano. Lettera

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Inviato da Mario Maviglia e Laura Bertocchi. Con la circolare 643 del 27 aprile 2021 è stato lanciato il “Piano scuola estate 2021”, con il quale si rendono disponibili alle scuole “risorse economiche e strumenti che consentano di rinforzare e potenziare le competenze disciplinari e relazionali degli studenti, gettando una sorta di ‘ponte’ che introduca al nuovo anno scolastico 2021/2022”.

L’iniziativa è stata da subito al centro di un acceso dibattito, infervorando gli animi di sostenitori e detrattori.

La cornice di senso che inquadra il progetto invita, con rinnovato impegno, a “non lasciare indietro nessuno”, “contrastando vecchie e nuove povertà educative, così come pregresse e sopraggiunte fragilità”. Questa affermazione è, ovviamente, universalmente condivisibile e condivisa. Le perplessità infatti non nascono dalle finalità attese, quanto piuttosto dalle modalità proposte per realizzarle.

L’incipit del Piano riconosce a tutto il personale scolastico “uno straordinario impegno” per assicurare, nonostante la pandemia, “il percorso scolare”. Viene rimarcato però come tale situazione abbia esacerbato le differenze, facendo “emergere con maggiore chiarezza diffuse privazioni sociali, culturali, economiche”, riversando gli effetti più dannosi della pandemia sulle fasce sociali più deboli, sulle famiglie a basso reddito, sugli studenti con bisogni educativi speciali, determinando così nuove “povertà educative”. Si sottolinea come la didattica a distanza “può non essere stata sufficiente ad impedire un rallentamento degli apprendimenti”, mettendo in evidenza il “gap che si è venuto a creare tra i livelli di apprendimento teoricamente definiti e quanto effettivamente appreso”.

Innanzitutto sarebbe interessante capire se e in che misura la didattica a distanza abbia ridotto gli apprendimenti. Le prove Invalsi, cartina di tornasole dello stato di salute della scuola italiana, misurando l’apprendimento di alcune competenze fondamentali, permettono – tra gli altri – un raffronto diacronico dell’evoluzione dei medesimi studenti. Purtroppo però, durante l’a.s 2019-2020, non sono state svolte. Si sono invece tenute quelle relative all’attuale a.s. 2020-2021, ma al momento non sono ancora disponibili i risultati. Quindi, quando parliamo di “ritardi nell’apprendimento”, ci basiamo su evidenze o piuttosto su sensazioni personali che, al momento, non poggiano su nessun dato certo? La domanda è legittima.

Altro tema dibattuto riguarda il ruolo e il valore della scuola. Storicamente attengono alla scuola funzioni specifiche, legate all’educazione e all’istruzione, che si concretizzano in apprendimenti formali, caratterizzati da norme chiare e definite. Il Piano sembra invece voler annullare la distanza tra apprendimenti e luoghi formali e informali, non solo avvicinandoli, ma quasi sovrapponendoli ed equiparando funzioni e attività specifiche dell’istituzione scolastica con quelle che, fino ad oggi, sono state tradizionalmente gestite e coordinate dai comuni e dagli enti locali. Senza dare un giudizio di valore a queste scelte che soggiacciono all’idea di scuola, è importante chiarire il ruolo e il valore che vogliamo attribuire alle istituzioni scolastiche tutte.

Analizziamo poi nel dettaglio le tre fasi proposte:

Nel mese di giugno è previsto un “rinforzo e potenziamento delle competenze disciplinari e relazionali”.

Alcune domande sorgono spontanee: come conciliare queste attività con gli impegni curricolari dei docenti (scrutini, esami, collegi docenti) che, proprio in questo momento – normalmente conclusivo dell’anno scolastico – presentano un’agenda particolarmente fitta? Inoltre: le scuole del primo ciclo, durante questo anno scolastico, sono quasi sempre restate in presenza; se ciononostante riconosciamo un ritardo negli apprendimenti, possiamo pensare che tre settimane nel mese di giugno possano permettere un recupero degli stessi? Oppure è più opportuno pensare che le difficoltà nascano dalle modalità  di insegnamento, rese necessarie dalla pandemia, più fredde e meno empatiche?

A questo proposito, il Piano suggerisce di restituire agli studenti “ciò che più è mancato in questo periodo”, favorendo gli apprendimenti cooperativi, lo studio di gruppo, il lavoro in comunità. Il tutto nel rispetto delle normative di emergenza Covid-19. Possiamo ragionevolmente immaginare di poter riappropriarci, tra poco meno di un mese, di questa vicinanza, anche fisica?

La seconda fase prevede un “rinforzo e potenziamento delle competenze disciplinari e della socialità”, attraverso una stretta collaborazione con il territorio.

Un progetto di questa portata chiede grande coordinazione e rigorosa organizzazione. Alcuni EELL, come ad esempio altri i comuni di Venezia e Bolzano, si erano già mossi negli anni passati in questa direzione. Laddove non esistono ancora questi progetti è però molto difficile immaginare possano essere pianificati e predisposti in meno di un mese, questo il tempo che intercorrerà tra la pubblicazione della circolare (27 aprile) e la data del 21 maggio, prima scadenza prevista per la presentazione da parte delle scuole della propria candidatura di accesso ai finanziamenti.

La terza fase, prevista per il mese di settembre, si concentrerà sul “rinforzo e potenziamento delle competenze disciplinari e relazionali con intro al nuovo anno scolastico”.

Queste attività, declinabili in progetti d’accoglienza e corsi di recupero e potenziamento, vengono già normalmente svolte da molte scuole.

L’idea che il Piano disegna è quella di una scuola centro di aggregazione e coordinamento di progetti anche normalmente extrascolastici. In questi anni alle istituzioni scolastiche sono stati demandati sempre più compiti (a mero titolo esemplificativo: dall’educazione civica all’educazione all’affettività, dallo sviluppo delle soft skills all’educazione stradale). Alcuni docenti temono si possa perdere di vista il focus sugli apprendimenti disciplinari, soprattutto nel settore della scuola secondaria di secondo grado.

D’altro canto, la proposta è anche quella di una scuola sempre più inclusiva e aperta al territorio. Questa idea di scuola, che richiama i campus americani, chiede però ben altri ambienti. Come a ragion veduta sottolinea il Piano stesso “si tratta di moltiplicare gli spazi, i luoghi, i tempi, le circostanze di apprendimento, dentro e fuori la scuola”.

Questo Piano, arrivato così in corsa e che rischia di mettere le scuole ancor più in affanno dopo un anno davvero difficile, può comunque essere l’inizio di una sfida che, se si decide di affrontare, potrebbe dare il la a grandi cambiamenti nella scuola.

Quella eterna corsa contro il tempo (Mario Maviglia)

Sembra ormai diventata una prassi per le scuole dover inseguire le novità (normative o organizzative) lottando continuamente contro il tempo. È già successo nel corso proprio di questo anno scolastico con l’introduzione del “giudizio descrittivo” nella scuola primaria in sostituzione dei voti espressi in decimi: l’OM 172/2020, che detta le norme specifiche in questa materia, è stata emanata alla fine del primo trimestre, quando le scuole avevano già ampiamente avviato il processo valutativo secondo la prassi tradizionale. Sta succedendo adesso con la CM 643/2021 che propone il “Piano scuole estate 2021”.

Naturalmente i decisori politici e amministrativi hanno tante ragioni per giustificare queste scelte così disallineate rispetto alla vita e ai ritmi delle istituzioni scolastiche. Ma rimane sempre il dubbio che non si conoscano adeguatamente i meccanismi di funzionamento di una scuola, il tempo che occorre per far maturare certe scelte, la filiera decisionale con tutti i suoi passaggi. Oppure, cosa ancor più grave, questi meccanismi si conoscono, ma non ci si cura, o comunque non più di tanto, riversando sulle scuole un carico di adempimenti fortemente stressogeno. C’è in tutto questo un atteggiamento profondamente irrispettoso nei confronti delle istituzioni scolastiche, oltre che una lettura palesemente distorta della loro realtà. Per loro natura le istituzioni pubbliche (e tra queste anche la scuola) non hanno quelle capacità reattive tipiche di un’agenzia o di un’azienda privata rispetto alla presa di determinate decisioni. Alcune innovazioni, inoltre, richiedono necessariamente, prima della loro messa in atto, un training formativo da parte degli operatori (docenti), come qualsiasi organizzazione matura sa bene. Ma sembra che tutto ciò non valga per la scuola. Le reazioni sono facilmente immaginabili, come anticipato sopra: vi può essere un’adesione finalizzata a rimpinguare il bilancio scolastico (si veda la partecipazione a progetti PON), oppure un mero adempimento burocratico.

Tenere aperte le scuole anche in estate è un’idea che era stata avanzata già nel passato, ma non si è mai tradotta in un progetto operativo, per tutta una serie di ragioni, alcune anche molto prosaicamente giustificate (“fare scuola” a luglio o agosto senza che gli edifici scolastici siano dotati di sistemi di condizionamento dell’aria può essere molto impegnativo per docenti e allievi). Vi è poi un ulteriore elemento da considerare: questa proposta troverà uno sviluppo anche nel prossimo anno, oppure è esclusivamente legata a questo particolare anno scolastico? Questo non è irrilevante ai fini della prospettiva che si può dare alle proposte, in quanto può determinare anche la finalizzazione delle risorse: ad esempio, in una prospettiva pluriennale i finanziamenti previsti per questa prima annualità avrebbero potuto essere utilizzati per rendere idonei gli edifici per lo svolgimento di attività estive o per altre esigenze specifiche delle scuole. Tutto ciò presuppone una progettualità che per essere dispiegata ha bisogno di tempi adeguati. Ma darsi il tempo che serve sembra diventata un’opera titanica anche per le scuole, sollecitate a correre, a fare, a stare dentro ritmi predefiniti e stringenti.

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