Scuole al sud: far svolgere i compiti durante il tempo prolungato. Lettera

di redazione
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Gaetano Vergara – Eccoci qua, di nuovo di fronte a queste classifiche che mostrano una scuola meridionale al di sotto dei livelli medi europei e una scuola del Nord che avanza rapida come una Porsche o una Ferrari.

Non sono certo che si tratti di dati affidabili al 100%, anche perché trovo discutibile lo strumento di valutazione offerto dall’INVALSI. Tuttavia, riconosco che il divario esiste e reputo che un’estensione del tempo prolungato nelle scuole del Sud Italia possa aiutare a colmare questo gap che osserviamo ogni anno in silenzio, come se fosse un dato strutturale senza possibilità di soluzione.

Chiaramente il prolungamento del tempo scuola non può essere la soluzione di tutti i mali che rendono meno efficace l’azione educativa nel Sud del Paese.
Tuttavia, considero la sua estensione ancor più necessaria proprio in questi territori in cui i livelli di alfabetizzazione delle famiglie di provenienza degli alunni sono spesso molto bassi o scadenti (e, guarda un po’, proprio qui il prolungamento o il rientro a scuola per attività extracurricolari risultano essere meno radicati e diffusi).

D’altra parte, questi sono dati già in possesso dell’INVALSI che sulle famiglie degli alunni incentra una parte cospicua dei suoi questionari.

Provo a spiegarmi meglio aiutandomi con qualche esempio.

È chiaro che, se vivo in una famiglia che può aiutarmi nei compiti a casa, ho molte più possibilità di successo in una scuola che punta molto sul lavoro domestico. Tanto più considerando il fatto che, laddove non c’è il tempo prolungato, si dà ancora più importanza ai compiti a casa come parte indispensabile per completare la formazione dei discenti. Pertanto, gli alunni le cui famiglie sono più sprovviste di mezzi sono lasciati soli di fronte a libri e quaderni che, con l’avanzare dei programmi, finiscono per considerare sempre più ostici e ostili; mentre è più probabile che acquisiscano un’abitudine allo studio gli alunni che vivono in situazioni più agiate e sono accompagnati dalle famiglie nel lavoro domestico.

Il che giustifica anche le grandi differenze tra alunno e alunno della stessa classe nelle zone in cui i livelli risultano meno elevati.

Svolgere nel tempo prolungato i compiti che ora si assegnano per casa potrebbe contribuire ad abbassare questi divari geografici e sociali (non dimentichiamo che, spesso, chi è aiutato a casa ha alle spalle anche professori privati, amici di famiglia e precettori).

Aggiungo che un alunno che vive in un ambiente in cui c’è una diffusa abitudine alla lettura e in cui si parla la stessa lingua che si parla in classe, ha più possibilità di successo formativo in una scuola che parla esclusivamente in italiano e passa la maggior parte dei suoi dati in forma scritta. Anche questo va considerato e anche su questo deve ragionare chi vuole lavorare per colmare i divari esistenti nel Paese e nelle singole classi del Paese.

Insomma, diamo pure per buoni i risultati dell’INVALSI, ma poi rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo una soluzione all’interno del mondo della scuola, visto che abbiamo poca possibilità di incidere sulle famiglie in una società che alla scuola sembra dare sempre meno centralità e importanza.

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