Scuola superiore in quattro anni o media in due anni? Anief: siamo all’improvvisazione. Si anticipi obbligo a 5 anni

di redazione
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comunicato Anief – Sulla riforma dei cicli scolastici il Governo naviga a vista. Nelle passate settimane, la Ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, aveva caldeggiato “una rivisitazione complessiva dei cicli scolastici” premiando “la qualità dei percorsi didattici interni”: il contemporaneo allargamento della sperimentazione del liceo breve a 100 istituti, faceva presupporre l’intenzione di volere portare da 5 a 4 anni il percorso della scuola secondaria superiore.

Alcune dichiarazioni, delle ultime ore, rilasciate da un alto rappresentante del Miur e del Governo, la sottosegretaria Angela d’Onghia, cambiano tutta la prospettiva.

“La sperimentazione del diploma delle scuole superiori in 4 anni può aiutare gli studenti ad affrontare meglio le sfide del mercato del lavoro sempre più dinamico e specializzato. Ma perché non esaminare l’intero percorso scolastico degli otto anni rimodulandolo nella sua interezza e semmai modificando il ciclo di studi delle scuole medie da tre a due anni?”, si chiede la senatrice pugliese. La quale chiede pubblicamente, dunque, di mettere mano non alle superiori, ma al ciclo precedente. La motivazione del taglio di un anno di scuola, comunque, è sempre la stessa: “consentirebbe alle nuove generazioni di accelerare l’ingresso nel mondo del lavoro come accade già in numerosi paesi europei uscendo dalla scuola a 18 anni. Dopotutto ce lo chiede già l’Europa di realizzare un unico segmento di scuola secondaria di 7 anni. Non si tratta solo di risparmiare – mette le mani avanti la d’Onghia – ma piuttosto di un investimento serio e innovativo”.

Il sindacato ritiene che questo modo di procedere non conduca versa nulla di costruttivo: un Esecutivo che mette continuamente in dubbio gli assi portanti della nostra scuola, proponendo, a turno, soluzioni diverse, addirittura contrapposte, non può essere nemmeno presa in considerazione. Anche il continuo accostamento con l’Europa appare quantomeno forzato: perché l’Unione Europea non viene presa in considerazione, anzi viene totalmente ignorata, quando dice che non bisogna discriminare i precari rispetto al personale di ruolo e ci sono sentenze che ribadiscono la tesi dell’equiparazione? Perché non si guarda agli stipendi dei docenti europei, molto più alti dei nostri? Perché non si vede l’istruzione europea anche per le ore di lavoro settimanali di lezione dei loro docenti, decisamente più basse di quelle dei nostri insegnanti?

Sulla riforma dei cicli scolastici, Anief ha da anni presentato una proposta ragionata e supportata da studi scientifici: portare sì l’obbligo scolastico fino a 18 anni, anziché gli attuali 16, riprendendo il progetto avviato quasi vent’anni fa dall’allora Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, ma non andando ad intaccare la durata del percorso formativo. La condizione che pone il sindacato, infatti, è quella di anticipare la scuola primaria a cinque anni, prevedendo in quella delicata annualità ludico-formativa anche la compresenza dei maestri della scuola dell’infanzia. In caso contrario, si tratterebbe solo di un’operazione risparmio, finalizzata a far sparire a regime 35mila cattedre della secondaria.

La proposta sindacale, rilanciata qualche mese fa durante le audizioni a Montecitorio e a Palazzo Madama, se attuata permetterebbe anche dirisolvere l’annoso problema della mancata assunzione a tempo indeterminato di migliaia di docenti dell’infanzia, molti pure “storici”, estromessi dall’ultima riforma 0-6 anni, inclusa nella Buona Scuola, dopo essere stati incredibilmente dimenticati dall’impianto base della Legge 107/2015 che non li ha considerati né nel piano di assunzioni straordinario né nel potenziamento scolastico che ne è seguito.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief e segretario confederale Cisal, “è evidente la differenza tra chi cambia prospettiva in continuazione, anche dentro lo stesso Governo, e chi, come noi, crede nell’obbligo formativo sino alla maggiore età da raggiungere attraverso un progetto ragionato. Bisogna guardare sia alle necessità pedagogiche, sia a quelle del personale scolastico. La riforma dei cicli è un terreno troppo importante, sul quale non si possono commettere errori, perché a pagare dazio sarebbero gli studenti, già penalizzati dai troppi tagli del tempo scuola e del personale dell’ultimo decennio: diciamo basta alle proposte improvvisate, utili più alla visibilità personale che a migliorare il sistema”, conclude Pacifico.

30 agosto 2017

Ufficio Stampa Anief

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