Scuola, spazio di Umanità (risposta alle sfide e al degrado del presente)

di redazione
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Franco Lorusso – Qualche anno fa fui invitato a partecipare a una riunione di volontari di un Gruppo di Aiuto allo Studio, per offrire un contributo di riflessione arricchito della mia esperienza di scuola, in particolare dall’angolo visuale di preside.

Era, come altre situazioni, un’occasione per riflettere sulle emergenze educative e sulla scuola in modo svincolato da leggi e normative del momento. Ed è proprio questa libertà dalle scadenze e dagli adempimenti che consente, volendo, di focalizzarsi sull’essenziale dell’educare, sul suo valore costitutivo che spesso, recitato nelle premesse di regolamenti, norme e progetti, nella vita reale si dà per scontato fino a sfuggire dalla consapevolezza degli operatori stessi, distratti, se non vinti, dagli adempimenti e dalle procedure. E allora, quando e come ti ritrovi a chiederti il senso e il valore reale dell’esperienza educativa nel- la scuola? Quando forse hai la capacità di astrarti, magari prima di addormentarti, col pensiero libero di vagare, provocato dalla disperazione di una mamma per una situazione familiare di difficile gestione, dagli occhi di un bambino che ti fissa, ti guarda dentro e ti saluta “ciao preside”, o talvolta da una docente che “non ce la fa” e, disperata, ti chiede aiuto, o al contrario da un docente sicuro di sé, che non si chiede nulla e va avanti “sparato”, lamentandosi di una gioventù che non segue e non ne vuol sapere di studiare. Mentre tu ben sai che è l’educatore, l’adulto a non riuscire a guardare quella gioventù che gli è affidata e a non saper rispondere alle domande che quella gioventù vorrebbe porre e porrebbe, se solo ricevesse uno sguardo curioso e desideroso di conoscenza, come dovrebbe accadere. Dalle mille situazioni che ti sfiorano ogni giorno trapelano domande “strane”: che ci fai qui? Quale è il senso? Che roba è questa scuola? E queste persone che si muovono dentro che ci fanno?”

In quella riunione, rispondendo ad alcune domande e fornendo alcuni suggerimenti, mi venne spontaneo, come accade talvolta quando ti lasci trascinare dall’impeto di una tua verità che si esprime, di definire la scuola (il mio intendere la scuola) e l’esperienza dell’educare (il mio intende- re l’esperienza dell’educare) come uno “spazio di umanità”.
Con la definizione “spazio di umanità” intendo oggi, e già in quell’occasione intendevo istintiva- mente, una dimensione comunitaria ricca di scambi e di relazioni, guidata da “maestri” capaci di mettersi in gioco e di orientare i giovani loro affidati all’avventura del mondo. Un’avventura affascinante che per essere vissuta con pienezza richiede padronanza di saperi, capacità di esprimerli nella vita e fiducia in sé, nei propri specifici talenti da coltivare e orientare. Ciò è possibile all’interno di dinamiche comunitarie positive, gestite da un’adultità responsabile, generosa e orgogliosa di accompagnare personalità in formazione, sostenendole verso la ricerca del proprio destino di bene.
In queste torride giornate di agosto, sfogliando i giornali e cercando qualche articolo interessante tra le consuete cronache politiche e giudiziarie e le sempre più inverosimili ma più che mai reali, assurde storie di violenze, sono colpito dalle analisi proposte da tre acute personalità (Giuseppe De Rita, Angelo Panebianco e Maurizio Bettini) che mi hanno aiutato a dare sostanza e pertinenza storica a quella definizione di scuola come spazio di umanità.

Degradazione dell’eloquio e assenza di misura

Riflettendo sui diversi aspetti di un presente degradato tanto nella comunicazione quanto nelle dinamiche relazionali e politiche, risulta spontaneo chiedersi se non ci sia, in tale processo degenerativo della comunicazione e delle interazioni, un’oggettiva responsabilità della scuola degli ultimi decenni. Una scuola di adulti incapace di formare efficacemente cittadini, classi dirigenti e senso civico, il cui esito si rivela nei linguaggi, nei dibattiti, nelle dinamiche di ricerca del consenso sempre più rozze e semplificate, sapientemente orientate a far leva su aggressività, paure di massa e proposte difensive e autoritarie.

Interessante per questo, riprendendo l’analisi di De Rita (“Le parole e la misura perduta”, Corriere della sera del 3 agosto 2019), osservare come certe degenerazioni della comunicazione non sia- no proprie soltanto della dialettica sociopolitica; dimostrazione ne sia il fatto che “l’eloquio misurato” sia sempre meno rappresentato, anche nei luoghi e nelle comunità deputate alla formazione. La degenerazione di linguaggi e una comunicazione “teatrale, aggressiva, volgare” appare espressione, anche nella scuola, di un sentire e un modo di rapportarsi sempre più diffuso, tra adulti, discenti, genitori e docenti. Se come dicevano gli antichi greci “la misura non è un dono di natura, ma l’espressione di una buona cultura generale”, assistiamo al venir meno della cultura, del prendersi cura delle cose e degli altri, dell’osservazione e dell’ascolto di sé, dell’altro, del mondo. Resta quindi il delirio di affermazioni smisurate e isteriche di sé, sintomo di una progressiva fragilità del tessuto culturale ed emotivo, relazionale e sociale, con la conseguente crisi dei rapporti di fiducia fondanti gli indispensabili legami tra attori sociali. Mi appare dunque quanto mai essenziale, per rifondare un’autentica vita civile, comunitaria e democratica, esercitare anche attraverso conoscenze, solide e radicate, la pazienza, l’abitudine alle precisione, al lavoro ben fatto, l’attitudine alla misura e all’equilibrio.

Con i buoni docenti, infatti, continua De Rita, vien meno quella cultura “liceale si diceva una volta; cultura che è nei fatti il frutto di un continuato esercizio culturale, dove si deve sapere cosa è l’esametro, ripetendo ad alta voce Eschilo e Catullo; dove si deve imparare qualche orazione ciceroniana per capire cosa è la retorica e come parlare in pubblico; dove si deve mandare a memoria Foscolo e Leopardi per avvertire il senso profondo dell’espressione e la sua durata.” Si individuano quindi, pur implicitamente, responsabilità gravi della scuola, del suo governo, dei docenti e di certi processi educativi corresponsabili di questa perdita di “modus” di misura e di moderazione che, in quanto tale è sempre e ovunque un esercizio di mitezza, generosità, cultura… in una parola di civiltà. Ancora un nesso tra lo stato del nostro sistema educativo e il basso livello della cultura delle classi dirigenti lo evidenzia nel suo articolo Angelo Panebianco (“Distrazioni colpevoli sulla scuola” Corriere della sera, 7 agosto 2019) che evidenzia una sorta di blocco cognitivo, rilevabile nella catti- va qualità dei nostri dibattiti pubblici.

A proposito, osserva che “le istituzioni educative in Italia sono immerse in un mistero che nasconde un dramma il quale avvolge un paradosso. Il mistero è che, fianco a fianco con molti inetti, ci sono, nelle nostre istituzioni educative, molti insegnanti di qualità. La loro presenza è un mistero date le pessime politiche di reclutamento praticate in Italia. Se ciò fosse politicamente possibile, quei docenti potrebbero diventare il nucleo duro intorno al quale costruire un progetto di rigenerazione del sistema educativo.” Tuttavia, così, purtroppo non è, con due gravi conseguenze: 1. gravi danni su un capitale umano mediamente dotato di un sempre più basso livello di competenze (linguistiche e non) al di là dei titoli di studio – e lo si rileva, ahimè, non solo dalle prove standardizzate nazionali ma anche, con più eclatante evidenza, nella bassa qualità della comunicazione e nei linguaggi di una classe politica formata nella scuola degli ultimi decenni. 2. (ammesso e non concesso che ci sia nell’attuale classe dirigente la consapevolezza della centralità del sistema educativo e delle sue conseguenze sulla politica e sulla progettazione del futuro di un paese e di un continente) gli interventi correttivi espletabili, comunque oggettivamente improbabili, vedrebbero le loro conseguenze solo nei decenni successivi.

Si tratta insomma di processi lenti, come mostra il tangibile deterioramento della cultura delle classi dirigenti politiche attuali che certamente è il frutto anche dei decenni passati di “scuola facile”. Pertanto, nella lucida analisi di Panebianco, emerge che, pur in presenza di una fascia di docenti di spessore e di analisi di sistema di eccelsa qualità (Treelle), le classi dirigenti attuali, quand’anche condividessero le strategie per un miglioramento del sistema educativo, non accetterebbero di pagare, in termini di perdita di consensi, i costi di un’austera politica meritocratica e di rilancio qualitativo dell’istruzione, andando a destabilizzare così tutto un “management di scuderia”, dal livello locale a quello apicale, perdendone i consensi! E allora? Sembra proprio che una formazione seria e di qualità, attenta sia alle competenze sia alla maturità umana e civile, componenti indispensabili del capitale umano, sia prevalentemente il frutto della capacità elitaria o fortuita di capitare nella scuola giusta e nelle mani di docenti di qualità. E ciò a scapito di un deteriorato sistema di istruzione nazionale e della capacità di governo del- lo stesso da parte delle classi dirigenti.

Per una scuola che sia tempo e “spazio di umanità” Elementi fondamentali per un recupero della centralità del sistema scolastico ed educativo eviden- temente sono la responsabilità e la libertà dell’adulto, difficilmente riconducibili a sistema.
Ritorna pertanto quella mia istintiva definizione di scuola come “spazio di humanitas”, che se pur difficilmente realizzabile su un intero territorio nazionale nelle identiche modalità, per la variabilità dei temperamenti dei profili culturali e delle storie umane, nondimeno, se accolta, potrebbe offrire orientamenti e indicazioni chiare e autorevoli ai diversi attori in gioco. Questi ultimi, allarmati dall’ingovernabilità di sistema connessa all’assenza di linguaggi e pratiche comunicative da “eloquio misurato”, frutto di una solida cultura umanistica e scientifica, potrebbero (dovrebbero) riappropriarsi orgogliosamente di una humanitas, intesa come capacità di “adottare i comportamenti a carattere equo, mite, civile nei confronti dei propri simili”. Osserva Maurizio Bettini (“L’umanità nella musica di Mozart”, La Repubblica 7 agosto 2019), definendolo un passaggio cruciale: “in pratica la nozione di uomo viene resa direttamente traducibile in quella di equità, mitezza e civiltà; l’uomo può dirsi veramente tale solo quando applica comportamenti ispirati a questi principi.” È questa l’eredità della nostra cultura classica che rinforza il concetto di humanitas con l’ulteriore indispensabile elemento della “cultura”. Purtroppo, diversamente dall’attuale agir e pensar comune “per dirsi veramente uomini occorre non solo essere miti e generosi, ma anche avere una cultura”.

Di qui la necessità di riappropriarsi del valore della cultura umanistica e delle radici classiche della tradizione, indispensabili a dare corpo, energia e senso all’essere in comunità, a guidare e tessere relazioni positive, a esercitare quell’eloquio misurato, che basato su un’humanitas, ricca di mitezza, equità e civiltà, orienti la ricerca indispensabile del bene comune. Di qui la centralità di una scuola seria e di processi educativi e didattici efficaci, guidati da adulti capaci di sfidare l’ignavia e l’addormentata responsabilità educativa, devitalizzata dal proceduralismo formale e dalla moderna e oggettiva sfiducia nel ruolo che oggi può esercitare la cultura e l’antico e nobile spirito critico, capaci a ben vedere di sfidare e vincere le difficoltà di un presente dominato dalle paure del futuro e del diverso e supino di fronte ai nuovi totalitarismi. È responsabilità di ciascuno, a partire da chi ha più strumenti e posizioni di leadership nei diversi ambiti, meditare e interrogarsi sull’assoluta necessità di recuperare “spazi di humanitas” soprattutto nella scuola, sensibilizzati dall’offrire risposte ai segni regressivi dei tempi che viviamo e dalle inevitabili sfide in atto. D’altra parte, se da un lato i documenti del MIUR (dalle Indicazioni ministeriali e Linee guida al Profilo educativo, culturale e professionale dello Studente) ribadiscono il valore formativo della cultura umanistica, dall’altra, il Decreto Legislativo n. 60/2017 riconosce come finalità della scuola e requisito fondamentale del curricolo scolastico la promozione della cultura umanistica, la valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e il sostegno della creatività. Esso impegna ulteriormente le istituzioni scolastiche alla valorizzazione della cultura artistica e umanistica, di cui il nostro Paese è uno scrigno unico nel panorama mondiale ed è responsabilità del docente e del dirigente far sì che questo obiettivo, lungi dall’essere un adempimento formale, sia un modo per offrire un contributo di civiltà, educando le giovani generazioni all’esercizio costante della misura e dell’eleganza, della moderazione e della mitezza, della disponibilità positiva verso il prossimo.

A fronte di tali complessi fenomeni culturali e sociali e dei connessi rischi di degenerazione della comunicazione, dei linguaggi e della vita democratica e del tessuto sociale, che fare come gente di scuola? Confermando quanto già sostenuto in altra mia analisi, “quando i legami intersoggettivi si incrinano …è necessario sperare ragionevolmente nelle nostre capacità creative, analizzando i processi che fabbricano le attuali scordature con noi stessi, con gli altri, col mondo e approfondire con sapienza e competenze più evolute le buone pratiche di ricucitura e riaccordatura che sostengano il riappropriarsi della soggettività.

E ciò:
• con la chiara percezione della propria responsabilità di fronte ai bisogni soffocati dal malessere delle famiglie e dei giovani;
• con una creatività attenta che, pur condividendo i disagi del presente, proponga un io presente, anche autorevole nelle forme istituzionali, che mette a disposizione memoria, umanità e creatività utili per scoprire nel caos le forze di germinazione di altre forme di civiltà;
• rivitalizzando i curricoli scolastici e valorizzando autenticamente il patrimonio umanistico e artistico del Paese, al fine di maturare strumenti espressivi e argomentativi indispensabili a gestire l’interazione umana che è, sempre e prima di tutto, comunicativa.
La ricerca della felicità e del bene comune diventa centrale nell’azione politica come in quella della scuola, che la precede: essa non è più solo una sfida individuale, ma una sorta di impresa comunitaria, un lavoro di civiltà, che ora più che mai diventa necessità vitale per il mantenimento delle istituzioni democratiche ed essenziali per vivere insieme. Al fondo di tale ricerca si rintraccia ancora una volta la questione dell’amore e della tenerezza, che va oltre e fonda il lavoro di civiltà, per realizzare un’autentica “cura” delle e nelle comunità. E consiste in un’esigenza di lavoro psichico e comunitario attento a interpretare e a rispondere alle nuo- ve dimensioni in cui si esprime il desiderio di vita, di benessere di relazione: con l’orgoglio di porsi come istituzioni rispondenti, fatte di persone che si mettano in gioco, che accolgano la sfida di realizzare una creativa responsabilità educativa.”

La sfida è rivolta interamente agli adulti e alla scuola e si svolge nei delicatissimi processi educativi e didattici, affinché siano capaci di rispondere e di rilanciare il valore di un’ humanitas, che, benché in apparenza “fuori moda”, è l’unica valida possibilità di realizzare un’autentica civiltà.

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