Scuola senza voti, “ho visto i ragazzi diventare più sereni anche con insufficienze e nessuna contestazione da parte dei genitori. Ecco come faccio”. INTERVISTA

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“Ho visto i ragazzi cambiare. A loro non interessa più il voto e soprattutto questa cosa li rende più sereni”. L’ennesima esperienza di classe senza voto dimostra secondo molti l’efficacia della sperimentazione, ancora a macchia di leopardo, di una buona pratica, peraltro consentita dalla legge, sebbene osteggiata da buona parte della classe docente. Quest’ultima non vede di buon occhio l’idea che i voti numerici nelle singole prove di valutazione nella scuola secondaria siano sostituiti da una descrizione analitica dei progressi raggiunti fin a qual momento dallo studente. “Io mi trovo bene – ammette Roberto Marcotti, docente di chitarra – i ragazzi imparano meglio, nessuna contestazione da parte dei genitori, ampia libertà da parte della mia dirigente scolastica. Non significa che abbiamo eliminato le insufficienze: se uno studente non raggiunge i risultati, in pagella resta insufficiente, ma sono sereni”. E se il collegio docenti della sua scuola ha bocciato la proposta di creare una sezione senza voti, lui è andato per la sua strada, agendo in autonomia: “Comunque chi adotta un sistema di valutazione diverso non è né migliore né peggiore dei colleghi, io trovo che per me e per il mio lavoro funziona meglio”.

Roberto Marcotti ha 54 anni e insegna chitarra, di ruolo, all’istituto comprensivo Carmagnola 1, nell’omonima cittadina di 28.000 abitanti in provincia di Torino. La scuola media dell’Istituto è una SMIM, una delle scuole medie italiane a indirizzo musicale dove si suonano, secondo la prassi istituzionale che anima questo tipo di scuole, quattro diversi strumenti a scelta del collegio. Qui si suonano percussioni, sassofono, pianoforte e appunto chitarra. “Alcuni vanno poi nei licei musicali – ci racconta Marcotti, però la maggior parte prosegue o lo fa per diletto. Quel che è bello che dopo tanti anni te lo trovi su un palco, perché finito il liceo il seme è fiorito”. E’ difficile imparare la chitarra e al contempo appassionante come per tutti gli altri strumenti, tra arpeggi e polifonia. I chitarristi a scuola usano la chitarra classica e quella acustica, poi nelle orchestre accarezzano anche la mitica chitarra elettrica e il basso. Per tutti gli studenti del professor Marotti, la novità da un paio d’anni è che a differenza di tutti gli altri colleghi della sua scuola, lui non mette i voti alle interrogazioni e alle prove ma redige una minuziosa scheda di valutazione per ogni alunno, ogni volta che li valuta e consegna la scheda in fotocopia alle rispettive famiglie affinché si rendano conto dei progressi dei figli. Questi ultimi si dicono soddisfatti, non sembrano più interessati al voto e soprattutto sono sereni e imparano meglio.

La didattica senza voti sta facendo proseliti in tutta Italia, tra la curiosità di molti e l‘opposizione di altri. Sono in genere i docenti, a contestare con maggiore virulenza, spesso sui social, questo tipo di pratica, peraltro consentita dalla legge, la quale non ha mai imposto il voto numerico se non negli scrutini intermedi e finali. Lo stesso collegio dei docenti della scuola dove insegna il professor Roberto Marcotti ha bocciato la proposta di attivare un corso o alcune classi “senza voti”, ma lui ha deciso di agire in autonomia con i propri studenti. Peraltro la valutazione descrittiva richiede molto più tempo, dunque non si può certo accusare di negligenza o di lassismo chi la pratica.

L’esperienza della classe senza voti oltre che nei citati Liceo Morgagni di Roma e nell’Ic Lozzo Atestino si pratica in tante altre scuole italiane, come il Liceo Copernico-Luxemburg di Torino ad opera della professoressa Ernestina Morello, docente di materie letterarie e latino, con la collaborazione del professor Roberto Trinchero, professore ordinario di Pedagogia sperimentale e Docimologia presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino. “La funzione della valutazione – ci ha spiegato Trinchero in una nostra intervista – è una funzione formativa, cioè deve servire a migliorare gli apprendimenti. In questo senso il voto è del tutto inutile. Il voto può avere senso al termine di un percorso, come valutazione sommativa, ossia sintesi di quanto acquisito nel percorso stesso. Il voto in sé non fornisce indicazioni su come migliorare l’apprendimento, il giudizio descrittivo sì, fa capire in modo dettagliato quanto è stato appreso dagli studenti e quali sono i margini di miglioramento, li aiuta ad avere consapevolezza dei propri punti di forza e delle carenze del momento e quindi ad avviare un percorso migliorativo. E’ dagli anni ‘90 che la normativa insiste sull’adozione di questa prospettiva valutativa. Il voto può essere utile al termine di un ciclo di studi, come certificazione finale, ma se dato all’interno di un percorso non adempie proprio a questa funzione”.

Professor Roberto Marcotti, come nasce la sua idea di eliminare i voti nelle sue classi?

“Mi sono ispirato alla pratica e poi ho scoperto l’esistenza di un ampio apparato teorico. Le mie riflessioni sono nate dopo un visiting all’IC di Lozzo Atestino e dopo aver contattato il professor Vincenzo Arte e conosciuto il lavoro suo e dei suoi colleghi al liceo Morgagni di Roma. La formazione me la sto facendo sul campo. Nella nostra scuola c’è stato un tentativo di creare una sezione apposita ma il collegio docenti l’ha bocciata. Io ho tuttavia pensato che come docente autonomo lo posso fare. Mi sono appassionato e documentato, ho letto varie pubblicazioni sul tema, ho letto anche, tra gli altri, i libri rispettivamente dei professori Cristiano Corsini ed Enzo Arte e in base a questo ho elaborato il progetto. La mia dirigente scolastica mi ha dato ampia libertà di movimento. Mi ha chiesto solo di tenere informati i genitori, che peraltro sono stati disponibili e nel corso dell’anno nessuno ha mai sollevato obiezioni”

Come l’ha messa in pratica?

“Ho elaborato due tipi di scheda di valutazione, una prima pagina con una griglia, l’altra pagina con la descrizione. Nella prima pagina c’è sempre una griglia compilata da me e una stessa griglia fatta dagli studenti loro, dove sono loro ad autovalutarsi. La seconda pagina l’ho divisa in quattro parti. Nella prima sono descritti i punti di forza, nella seconda gli elementi da migliorare, nella terza le strategie di miglioramento e le indicazioni valutative. Nell’ultima pagina lascio uno spazio per una loro autovalutazione in cui loro stessi descrivono a parole quello che hanno suonato e come lo hanno suonato: Mi riesce? Devo ancora studiare? Devono insomma riflettere su quello che hanno fatto. A metà quadrimestre faccio fare loro un riassunto: descrivi come hai lavorato, come hai suonato finora. Ponendosi con uno sguardo più dall’alto, possono descrivere in maniera più dettagliata i punti di forza e di debolezza nel lungo periodo. E’ una sorta di filmato, invece che un’istantanea, che consente loro di valutare molto meglio il lungo periodo e li permette di riflettere. Il momento della valutazione è un momento in cui ci prendiamo il giusto tempo. E’ un momento di riflessione per fare in modo che l’analisi possa bilanciare anche eventuali prove che eventualmente non siano venute bene. Se un ragazzo studia costantemente e in un momento di debolezza non ha eseguito bene, questa pratica consente di bilanciare la situazione”.

Lei poi interviene sulla loro autovalutazione?

“No. Io la lascio coesistere nella scheda assieme alla mia. E’ importante perché vorrei a lungo termine incidere sulla capacità di metanalisi”.

Cioè?

“Riflettere osservando dall’alto il proprio percorso si rivela molto efficace. Se uno cammina per strada e guarda il sentiero non lo vede bene, ma se si alza in alto vede per intero il proprio percorso. E posso dire che nella maggior parte dei casi loro sono più severi rispetto a quanto dovrebbero. Non troppo, certo, ma tendono essere un po’ più bassi nei voti. Loro tendono ad abbassare la valutazione e invece vorrei che fossero in grado di descrivere e valutare fino in fondo il proprio percorso”.

Gli studenti, se non incoraggiati, tendono a svalutarsi. E’ così?

“I ragazzi in genere tendono a sottovalutarsi e questo a mio parere è una questione scolastica perché non sono abituati ad autovalutarsi, ma questo è solo un mio parere perché non ho a disposizione dati certi o ricerche sul tema. So che tanti docenti fanno fare l’autovalutazione ma da quel che vedo io nel mio campo ristretto non sono molto abituati a farlo: nella scuola media del resto non è semplice, quindi non è un difetto del sistema scuola”.

A un certo punto si deve stringere sulla valutazione

“Anche per i genitori. Per far sì che queste valutazioni descrittive possano indirizzare meglio le famiglie, a metà quadrimestre metto un voto di sintesi. Ma è un voto che nel registro non fa media. E’ il classico voto in blu previsto da tanti registri elettronici. Trovo utile che ci siano dei momenti di sintesi rappresentati da un numero”.

Dunque, alla fine si arriva sempre a utilizzare il voto

“Ho notato che è utile, perché aiuta a far comprendere, e le famiglie comprendono pure che è una sintesi nel senso che se oggi ci fosse lo scrutinio la valutazione dello studente sarebbe questa”.

Allora dov’è la novità?

“E’ che quel voto rappresenta la sintesi periodica, non è una valutazione in itinere proprio perché la costruzione di questa sintesi non è in itinere ma è riassuntiva e non è una media, anche perché non avrei elementi per fare una media.

Insomma, la mente dell’insegnante non è corrotta, al momento della valutazione, da elementi numerici, da medie e valutazioni sulla performance. E’ così?

“E’ così”

Quali risultati ha ottenuto?

“Ho visto i ragazzi cambiare. E’ come se a loro non interessi più il voto e soprattutto questa cosa li rende più sereni. Non significa che abbiamo eliminato le insufficienze: se uno studente non raggiunge i risultati, in pagella resta insufficiente, ma sono sereni”

La serenità incide molto sugli apprendimenti?

“Io dico di sì. E ho notato che se la valutazione numerica varia nel corso dell’anno loro la accettano e questo mi fa dire che capiscono anche il fatto che la valutazione è legata a un flusso di lavoro. Soprattutto quando suonano non pensano che arriverà una valutazione e in quel momento vedo che suonano più sereni”.

La scuola senza voti nelle singole verifiche, orali o scritte, è una scuola che impegna molto di più il docente, non di meno. E’ così?

“Io devo mettermi lì e invece di scrivere 7 devo fermarmi e spiegare al ragazzo com’è andato, a che punto si trova con la preparazione e poi scriverlo in una scheda”

Proviamo a quantificare: per un 7 ci si mette un attimo, almeno all’orale. Lei quanto tempo impiega per ogni singola valutazione descrittiva?

“Dieci, quindici minuti. Faccio la fotocopia e la do al ragazzo e sul registro scrivo vedi scheda di valutazione in modo che le famiglie abbiano un riscontro cartaceo. Il fatto peraltro diventa in questo modo incontestabile”.

Faccia un esempio di quel che scrive nella valutazione descrittiva

Devi lavorare sul ritmo o sulle pause: se dobbiamo raggiungere un obiettivo di un certo livello devo spiegare le strategie di miglioramento. Devi migliorare. Ok, ma come? Io glielo indico. E ancora: se, banalmente io mi rendo conto che uno ha del talento io gli scrivo se suoni solo due volte alla settimana questo potenziale non lo consolidi. E ancora: se un ragazzo non è sicuro con il ritmo delle pennate sulla chitarra gli chiedo: lo usi il metronomo? No? Allora usalo, oppure se tu usassi le dita in quel modo risolveresti il tal problema e raggiungeresti l’obiettivo”.

Certo, con un semplice voto numerico non ci si riesce a far tutto questo.

“Beh, quando si dà un voto si parla con lo studente ma è più facile che le parole siano dimenticate. Comunque chi adotta un sistema di valutazione diverso non è né migliore né peggiore dei colleghi, io trovo che per me e per il mio lavoro funziona meglio”

I ragazzi come reagiscono?

“Vedo che stanno bene, non riuscirei a descriverli in modo diverso”.

Non se ne approfittano per non studiare?

“No, una volta che passa il quadrimestre la valutazione c’è e quando c’è, c’è. Trovo utile il fatto che ci siano i voti intermedi di quadrimestre”.

I colleghi come hanno preso la sua scelta?

“Io li ho informati. Prima di attuare il sistema ho informato tutti. Un’altra mia collega di strumento è incuriosita. Diciamo che ci sono altri colleghi incuriositi ma non nella mia sezione, lo vedo quando ci troviamo in aula docenti”.

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