Scuola selettiva o scuola inclusiva? Lettera

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La mia impostazione culturale mi porta a optare per la scuola inclusiva, ma non credo che la scuola di oggi lo sia e non penso che la questione possa ridursi alla scelta se bocciare o meno, a fronte di scarsi risultati scolastici.

Penso francamente che la scuola debba cambiare a livello organizzativo e che il gruppo-classe come lo vediamo da decenni rappresenti una visione sorpassata del fare scuola.
Pedagogisti, formatori ed “esperti” di didattica propongono spesso metodologie di lavoro che non danno i risultati sperati, quando applicate al gruppo-classe.
Psicologi ed esperti di vario genere in “difficoltà scolastiche certificabili” propongono metodologie di lavoro applicabili solo a livello individuale o di piccolo gruppo.
Gli insegnanti si posizionano in un continuum che va dall’insegnante che utilizza un metodo tradizionale di fare scuola, all’innovatore e sperimentatore, che cerca di proporre nuove modalità di lavoro, ma che inevitabilmente va a scontrarsi con l’idea di un fare scuola “classico”, che permane nella mente sia di chi usufruisce del sistema scolastico, sia dell’opinione pubblica.
La scuola di impostazione tradizionale sembra oggi fallita, poiché inevitabilmente rivolta a una minoranza: studenti allo stesso tempo intelligenti, studiosi e di carattere mite. Quanti ce ne sono?
Durante i miei studi universitari era ricorrente nei libri su cui studiavo la seguente posizione: le persone, soprattutto durante l’infanzia, sono dotate di una intelligenza malleabile, l’insegnante quindi può influire fortemente, insieme alla famiglia, sullo sviluppo dell’intelligenza individuale.
Della flessibilità delle nostre capacità cognitive sono convinta anch’io, ma di fatto già all’ingresso a sei anni alla scuola primaria la strutturazione del nostro modo di apprendere deve essersi già consolidata, se è vero che la maggioranza degli insegnanti (secondo diversi studi condotti in un recente passato) crede che l’intelligenza dei propri studenti rappresenti un dato di fatto e non un fattore modificabile. E chi, se non gli insegnanti, che hanno a che fare quotidianamente con problemi di apprendimento e di memoria, può essere testimone del fatto che, in qualche modo, le condizioni di partenza degli studenti a scuola siano davvero molto eterogenee per quanto riguarda le capacità di apprendimento?

Sempre durante i miei precedenti studi ho letto diversi libri sulla motivazione allo studio. Bisogna però dire che, anche su questo fronte, il modo in cui funziona la scuola e le aspettative e valori della società e delle famiglie spesso hanno un’influenza determinante sulla motivazione allo studio degli studenti, che va oltre ciò che può essere messo in atto a livello strategico da un insegnante…
Poi esiste la questione delle caratteristiche comportamentali e del funzionamento psicologico individuale di ogni studente. Ognuno è fatto a modo proprio: sul modo con cui si sviluppa la personalità influiscono talmente tanti fattori, che davvero rappresenta un campo minato. Certo è che un insegnante ricopre anche un ruolo di educatore, però il modo in cui insegnanti, genitori e intera società si posizionano rispetto al problema educativo dipende dagli obiettivi e dalle aspettative di cui ogni attore del processo educativo è portatore. L’insegnante richiede ai suoi studenti un modo di comportarsi consono allo stare in una comunità, ma l’individualismo fuori dalla scuola propone ben altri modelli di comportamento.

Di fatto all’insegnante a scuola è richiesto di tenere delle “lezioni” che hanno come ultimo fine quello di sviluppare conoscenze, capacità e competenze.
Ciò che viene sicuramente messo a disposizione dell’insegnante è uno spazio “fisso”: un’aula con dei banchi, una cattedra e una lavagna (alcune scuole forniscono qualcosa in più, fortunatamente… ). C’è poi un tempo scuola “fisso” e un numero determinato di alunni a cui insegnare, che costituiscono un gruppo-classe sempre “fisso”.

Ciò che io metto in discussione è proprio questa “fissità”. Siamo in una società aperta: anche la scuola lo dovrebbe essere. L’esperienza scolastica dovrebbe offrire molte più opportunità. Invece di aule tutte uguali dove ritrovarsi ogni giorno alla stessa ora, compiendo gli stessi rituali, insieme agli stessi insegnanti, sempre nello stesso gruppo di studenti, immaginiamo qualcosa di diverso.
La prima cosa che sopprimerei è la classe fissa: le aule dovrebbero offrire possibilità diverse, dovrebbero essere allestite e agite in modo diverso a seconda delle materie che vi si insegnano.

Il gruppo-classe dovrebbe essere modificato in base alle esigenze e ai bisogni dei singoli studenti. Dovrebbe essere mantenuto al massimo per un anno e poi, se la realtà scolastica lo consente, si dovrebbe provvedere a un rimescolamento.
Il tempo scuola dovrebbe essere flessibile.

Gli insegnanti di una scuola dovrebbero farsi carico dei problemi e dei talenti dei propri studenti in modo solidale e collaborativo.
Gli obiettivi di apprendimento e di competenza in uscita degli allievi dovrebbero essere tarati sulle effettive possibilità di riuscita.
Niente voti, niente bocciature, ma solo effettivi certificati di competenze acquisite a fine anno.
Nuove figure di sistema, adeguatamente valorizzate, che si occupino del tutoraggio dei singoli studenti e che siano garanti del successo del percorso scolastico attuato dagli stessi.
Michela Giangualano

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