Scuola pubblica, pubblico merito. Lettera

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Inviata da Nicola Tenerelli – In una vecchia intervista Luciano Canfora avvertiva la classe politica del pericolo rappresentato da digitale, Invalsi e logica delle crocette – la «quizzologia» – a discapito dello spirito critico; la scuola diventava sempre più leggera.

«Lo spirito di democratizzazione della scuola che si manifestò verso la fine degli anni Sessanta aveva due esiti possibili, uno positivo e uno negativo. Quello positivo andava nel senso di rifiutare gli atteggiamenti inutilmente e punitivamente autoritari, allargando il più possibile il cerchio degli utenti anche ai ceti che erano tradizionalmente ai margini. Questo non è avvenuto; si è verificato invece un altro fenomeno, un abbassamento del livello scolastico a suon di demagogia».

Le scelte della politica, interpretando celebri studiosi della scuola (Goleman, Gardner, Baldacci), hanno reso facile il superamento di esami e anni scolastici: non bisogna solo essere promossi ma ottenere, più ambiziosamente, il successo formativo!

Nei fatti, però, la volontà di offrire ai giovani uno sviluppo armonico e integrale della persona si è trasformata nella leggerezza della scuola, di cui diceva Canfora. I motivi sono plurimi e tutti utilitaristici: primo, bisogna migliorare le statistiche italiane in Europa, aumentando il numero di diplomati e laureati; secondo, bisogna ridurre la spesa pubblica, diminuire le bocciature equivale a minore stazionamento degli studenti nella scuola, meno docenti e meno aule; terzo da non sottovalutare, le promozioni facili fanno in modo che i giovani e le loro famiglie non protestino contro la scuola.

Già prima dell’era covid, alla fine dell’anno scolastico 2018, il numero dei non promossi agli esami di Stato è risultato ridicolo: lo 0,5 per cento, pari a 5 studenti ogni mille candidati. Andando dallo 0,1 per cento degli studenti dei licei classici e musicali, allo 0,7 per cento di tecnici e professionali.

Ormai gli studenti medi all’ultimo anno sono solo concentrati per superare i test di ammissione all’università prescelta e non si curano degli esami di Stato, che sono solo una mera questione di calcolo semiautomatico dei crediti.

Canfora denuncia la perdita del potenziale selettivo della scuola e del metodo critico nell’insegnamento. Una scuola dove il soggetto non viene accompagnato a riflettere in sé stesso e a compiere rielaborazioni, a faticare per intuire e innovare, non è una scuola che aiuta la formazione di un giovane cosciente politicamente e intellettualmente determinato. La denuncia dello studioso barese si avventura fino a ritenere colpevoli del degrado gli organi dello stato, che vorrebbero impedire lo sviluppo del sapere e del senso critico nelle nuove generazioni.

«Il vero problema è il tentativo di trasformare i cittadini in sudditi, facendo ciò che è tipico di tutti i sistemi autoritari. Se io tolgo allo studente che si sta formando in anni decisivi della sua vita l’abito alla critica, alla capacità di comprendere e di studiare storicamente, di distinguere, lo trasformo in un pappagallo parlante dotato di memoria e nulla più. Appunto, un suddito, non un soggetto politico». [cit.]

Due noti studiosi come Ricolfi e Mastrocola hanno dichiarato che se alzassimo il livello culturale degli studenti con una scuola più selettiva potremmo ottenere implicitamente il miglioramento della coscienza democratica dei singoli.

Questi due autori mettono in evidenza che, paradossalmente, la scuola delle promozioni facili per tutti è una scuola anticostituzionale. Ricordiamo che all’articolo 34 della Costituzione, si stabilisce che i «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».

Per assurdo la scuola democratica produce un effetto per nulla democratico, perché mantiene le differenze sociali. Secondo Ricolfi e Mastrocola, dietro il cosiddetto successo formativo e la richiesta di competenze che stressano gli studenti si nasconde il disimpegno culturale, il poco lavoro sui libri.

L’abbassamento della cultura dei giovani genera: primo, l’incapacità di comprendere e adattarsi alla complessità del sistema sociale; secondo, abbandono degli studi a carico degli studenti privi delle risorse culturali per poter affrontare con ragionevoli probabilità di successo l’università.

In sintesi: «[…] se il figlio dell’idraulico non diventa notaio forse non è soltanto perché è figlio dell’idraulico; forse non arriva a laurearsi perché non ci riesce, perché ha fatto una scuola che non lo ha preparato».

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