Scuola “Pisacane”, una palestra di coesione sociale nel cuore di Roma

di Eleonora Fortunato
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Fino a qualche tempo fa nominare la scuola “ Carlo Pisacane” – situata a Torpignattara, popoloso quartiere di Roma Est – significava far scattare un’associazione immediata con una specie di ghetto per soli alunni immigrati, anche ben al di là del quadrante orientale della Capitale.

Tanta notorietà nasceva dalla straordinaria esposizione mediatica che all’incirca una decina di anni fa portò questo istituto sulle prime pagine di tutti i quotidiani, e spesso anche nei tg. Il titolo dei servizi era sempre lo stesso: 95 per cento di alunni stranieri.

Quando pronuncio questa cifra la maestra Anna Marone, che mi ha appena accolta nella scuola insieme a due colleghe della Scuola dell’Infanzia Comunale, alla Coordinatrice e a una mamma, trasale: “Era vero: ci siamo trovati con classi quasi interamente composte da bambini che non parlavano italiano. Non so nemmeno io come abbiamo fatto”.

In realtà lo sa bene questa signora di 64 anni alta e agile, con i jeans e il giubbotto verde acqua: “Il flusso massiccio degli stranieri è iniziato nel 2000, è da allora che gli italiani hanno cominciato ad andarsene, dalla scuola ma anche dal quartiere. Lavorammo soprattutto sull’accoglienza, imparando a comunicare con i bambini in maniera non verbale, prendendo consapevolezza dei nostri corpi. Siamo stati magistralmente guidati dal gruppo Cemea Onlus, da altre associazioni e da pedagogisti che ci hanno seguito passo passo”. Anna M. mi snocciola nomi importanti, Franco Lorenzoni (https://www.internazionale.it/weekend/2015/03/28/franco-lorenzoni-maestro-scuola), Grazia Honneger Fresco, la casa-laboratorio Cenci (http://www.cencicasalab.it/node/60). “E’ stato un periodo di studio, di grande impegno – prosegue Anna Ricci – grazie al quale abbiamo sperimentato una didattica totalmente nuova. E anche adesso che le cose sono un po’ cambiate, ora che la percentuale di stranieri è molto diminuita, sentiamo che quel bagaglio continua a dare i suoi frutti, dall’asilo nido fino all’ultimo anno di scuola Primaria, in un proficuo percorso di continuità didattica”.

“Certo non è stato facile – aggiunge la maestra Tiziana Borgacci – il primo passo significativo lo facemmo grazie alla coordinatrice di allora, che si diede da fare per aprire una scuola di italiano per le mamme straniere, in grande misura musulmane, quindi spesso vittime della diffidenza dei mariti”.

Torpignattara si dimostra un quartiere accogliente: una situazione che avrebbe potuto diventare facilmente esplosiva – cosa che in parte i media hanno rischiato di favorire – trova il suo equilibrio grazie all’incoraggiamento di istituzioni e di associazioni, ma soprattutto per la buona volontà di tanti, residenti e immigrati. Così in qualche modo la convivenza riesce e nei pressi di una delle vie consolari più trafficate della città, in un quartiere asfittico diventato nel giro di pochi anni meta favorita dell’immigrazione asiatica da un lato (soprattutto di nazionalità bangladese, cinese, pakistana) e di una certa movida radical chic dall’altro, si avvia un vivace laboratorio di integrazione e multiculturalismo. “Poi è arrivato il tetto ministeriale del 30 per cento massimo di alunni stranieri per classe – aggiunge Anna R. – e sono tornati i bambini italiani perché molte famiglie di professionisti, artisti, insegnanti sono venuti a vivere qui. Adesso su 120 iscritti solo 44 sono figli di stranieri”.

Intanto facciamo un giro per la scuola, la cui architettura è figlia del razionalismo puro del ventennio fascista, gli ambienti sono ariosi, curati e puliti. “Qui c’è il laboratorio di cucina per i bambini e i genitori” mi mostrano orgogliose le insegnanti, in un’altra stanza c’è la biblioteca, uno spazio pieno di libri davvero molto accogliente per il quale i genitori dei bambini hanno costruito tutti gli arredi, un po’ a metà tra il vintage e il riciclo. Nel corridoio una grande bacheca ospita piccoli rettili e anfibi conservati nell’alcool, sabbie vulcaniche, ossi di animali domestici e selvatici, minerali: “È il nostro museo della cerca, dove i bambini portano, catalogano e mettono in mostra le cose della natura più interessanti in cui si imbattono nelle loro escursioni, un primo passo verso un laboratorio scientifico”.

Per rompere l’atmosfera assorta che si è creata intorno ai curiosi reperti, la maestra Tiziana tiene a specificare che le ore della giornata scolastica devo immaginarmele bel diverse, scandite dalle “voci libere dei bambini, invitati ad autogestirsi nell’uso dei vari spazi a loro disposizione, sia interni sia esterni alle classi”. “È proprio così – interviene la coordinatrice, Angela Scordino – già a metà mattina i bambini si sono organizzati autonomamente: chi nell’angolo morbido, chi nell’angolo simbolico. Inizialmente avevamo il timore che gli ambiti esterni alla classe diventassero disordinati e caotici, ma anche questa volta i nostri piccoli ci hanno stupito”.

Angela coordina la Scuola dell’Infanzia dal 2015 e, pur essendo la più giovane del gruppo, le viene riconosciuta una ferma autorità. Non è difficile capire perché: “Quando sono stata mandata alla “Pisacane” dopo aver lavorato per tanti anni a Piazza dei Condottieri (sempre nello stesso quartiere, a circa 500 mt dalla “Pisacane”) anche io ero vittima dei pregiudizi che gravavano su questa scuola, non ci volevo venire… Invece adesso spero di rimanere qui a lungo, accanto a queste lavoratrici straordinarie che hanno trasformato un disagio in una occasione di crescita umana e professionale. Avrei dovuto portare a loro qualcosa da fuori, ma la situazione si è capovolta e sono io che ho abbracciato totalmente la loro pedagogia”. Iniziano un po’ di complimenti reciproci, allora chiedo qualcosa in più sul “metodo Pisacane” e sul rapporto tra scuola e genitori, visto che sono stati evocati così spesso nel racconto delle attività quotidiane della scuola.

“I genitori sono una grande risorsa per questa scuola, ci aiutano con costanza in molte delle nostre attività – spiega Anna M. – per esempio da poco hanno ridipinto alcune aule. Con loro condividiamo momenti importanti come la Pasqua, il Carnevale e il Natale, è bello vederli tutti all’opera, mamme e papà italiani con gli stranieri, in laboratori mattutini e pomeridiani durante i quali si svolgono attività oppure si realizzano manufatti da vendere nei mercatini di beneficienza”. “Ultimamente c’è un gemellaggio in atto, grazie al lavoro dell’associazione Cemea onlus, tra la nostra scuola dell’Infanzia e una scuola di Kobane. Alla Festa della Primavera, che coincide con il capodanno curdo, abbiamo raccolto oltre 1.000 euro per Kobane!” esultano tutte.

Viene da pensare che in una Scuola dell’Infanzia è più facile che si crei un’alleanza forte tra maestri e genitori, che il ‘patto educativo’ resista alle tante sollecitazioni negative che vengono dall’esterno, non ci sono ancora le valutazioni di mezzo (fino a quando, almeno, la cieca ossessione certificativa non arriverà a inglobare anche il segmento 0-6!), è più difficile mettere il becco sull’efficacia didattica di questo o di quell’insegnante. Ma mi sono convinta che c’è dell’altro, così domando se e quanto è radicata in loro l’idea che la pedagogia, l’insegnamento, l’educazione siano un atto politico, il più nobile, il primo. Con una spontaneità sorgiva le maestre si accalorano nella discussione: è così, per loro insegnare significa amare la comunità, accettarne il cambiamento, gli scossoni, agevolare la comunicazione tra vecchi e nuovi, uguali e diversi, adulti e bambini, genitori e insegnanti.

Ho la netta impressione che il ‘mantra del successo formativo’ – che poi, come dice Anna Angelucci, è successo e basta (https://www.roars.it/online/contro-le-competenze/) – da queste parti non abbia attecchito più di tanto, che si continui a pensare la scuola come un luogo di crescita collettiva, una palestra di coesione sociale dove nessuno è di ostacolo all’altro. Forse è tutto qui il “metodo Pisacane”, dice bene Anna R.: “Da noi lo straniero fa scuola all’italiano” e subito le fa eco l’altra Anna: “È per questo che a dicembre festeggiamo il migrante, per ricordarci che la storia dell’umanità intera è una storia di migranti. Anche io lo sono stata, mi ricordo bene quando, appena arrivata a Roma, mi chiedevano se fossi figlia di mafiosi calabresi. E io rispondevo pure di sì! Figuriamoci se posso dire qualcosa ai pakistani o ai bangladesi”.

Il 18 dicembre di ogni anno tutto il complesso della “Carlo Pisacane”, asilo nido, scuola dell’Infanzia e scuola Primaria, grazie alla “Pisacane 0-11” – associazione dei genitori attiva dal 2013 che si occupa, tra le altre cose, del doposcuola con aiuto compiti, corsi pomeridiani di musica, inglese, teatro, arte aperti a tutti – festeggia la Giornata internazionale per i diritti dei migranti con danze, musiche, cibi multietnici: una festa di e per tutti, con grande coinvolgimento di famiglie italiane e straniere.

Prima di congedarmi, le maestre mi invitano un pomeriggio alla proiezione del film Una scuola italiana, di Giulio Cederna e Angelo Loy, interamente girato nella loro scuola. Poi torniamo all’ingresso, nel gigantesco atrio dove campeggia un bel busto in bronzo di Carlo Pisacane, il patriota anarchico della spedizione di Sapri. Simbolo del nostro Risorgimento, lui veglia ogni giorno sulla generazione che dovrà cimentarsi su un’idea nuova di unità nazionale. Lo sguardo è severo, ma fiducioso.

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