Scuola media, condannata: “va in direzione contraria rispetto allo sviluppo del cervello degli studenti”. Il rapporto Fondazione Agnelli

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Processo d’appello alla scuola media. Dopo dieci anni dal primo verdetto, la Fondazione Agnelli torna sul luogo del delitto e – come abbiamo riferito – cerca di capire un po’ di più sulla situazione in cui versa la scuola secondaria di primo grado.

Lo fa con un Rapporto, curato da Barbara Romano e da altri ricercatori. Ma lo fa con la benevolenza di chi non desidera condannare l’indagato ma di chi chi, volendo bene alla scuola media, che rappresenta secondo tutti un segmento determinante su molti fronti del lungo percorso dell’istruzione italiana, cerca di fornire soluzioni ai problemi riscontrati. Alcuni dei quali sono uguali a sé stessi rispetto allo studio condotto nel 2011, altri invece si sono aggravati. E’ peggiorato il livello degli apprendimenti, si è esteso il divario tra Nord e Sud e Isole e pure quello di genere e l’altro, relativo alle origini degli alunni. Nel frattempo, mentre il mondo del lavoro è cambiato varie volte, spiegano alla Fga, la scuola è rimasta al passo, come pure l’età media, piuttosto alta, dei docenti, che si attesta attorno ai 52 anni. Non che sia un dato di per sé negativo ma la convinzione dei responsabili della ricerca è che un docente più giovane sia più propenso ad accettare i cambiamenti, a innovare, ad aggiornarsi soprattutto sul piano delle metodologie didattiche, vero collo di bottiglia del sistema. Sono peraltro gli stessi docenti, sottoposti a un questionario, ad ammettere di sentirsi sì preparatissimi sul piano dei contenuti, ma poco attrezzati sul piano didattico, sebbene sostengano nello stesso tempo di non avvertire la necessità di formazione su quest’ultimo aspetto. E questo sì che è un problema. Che va affrontato.

La scuola media non riesce a contenere le differenze. Quelle differenze che già iniziano a farsi notare nella scuola primaria, alla media esplodono. Spiegano i relatori che ad esempio nel passaggio dalla primaria alla terza media i risultati in matematica peggiorano. Se si guarda alle origini sociali quegli stessi risultati s’aggravano ulteriormente. E così un ragazzo che proviene da una famiglia con genitori che non hanno un titolo di studio ha 40 punti in meno sui 200 presi a riferimento. Ma si pensi al benessere avvertito a scuola, che condiziona molto gli apprendimenti. A fronte della domanda Ti piace andare a scuola? la risposta Mi piace molto è data da un numero sempre decrescente di alunni ma a 13 anni scende addirittura al 10 per cento: novanta studenti su cento sostengono di non stare bene a scuola. E questo è un problema. Come lo è lo stress, che gioca a propria volta un ruolo fondamentale sull’apprendimento. In prima media 4 studenti su 10 dicono di sentirsi stressati dal carico di lavoro ma in terza media la quota si alza moltissimo, specie per le ragazze che avvertono di più il carico scolastico. E l’orientamento? Compito della scuola media sarebbe orientare gli studenti verso scelte consapevoli. Ma non sempre la missione risulta compiuta.

La scuola è condotta dai docenti. Ed è pensata per gli alunni. Docenti e alunni dovrebbero procedere in sinergia verso l’obiettivo comune. Ma come stanno gli alunni a scuola, in questa fase molto delicata della loro crescita? E come sono percepiti dai loro docenti, i quali molto spesso non fanno in tempo a concludere un anno scolastico con i propri allievi che già sono in procinto di cambiar sede l’anno successivo? Un turnover proprio di tutti i cicli d’istruzione ma che nella scuola secondaria di primo grado raggiunge l’apice con un precariato che si attesta sul 30 per cento del personale. E si arriva al 60 per cento quando si guarda al sostegno.

Ma torniamo agli alunni ed entriamo nel cuore del problema. Anzi nel cervello. E già: con quello, sempre diverso in ognuna delle tante testoline che hanno di fronte, si devono misurare i docenti . “Oggi abbiamo la possibilità di capire meglio come il cervello degli adolescenti si sviluppa e come evolvono le loro capacità cognitive, emotive e relazionali – spiega il Rapporto della Fga – Lo consentono le tecniche di neuroimaging funzionale per la visualizzazione del cervello in vivo nel corso di esecuzione di particolari compiti motori e cognitivi, che negli ultimi 15 anni hanno consentito di produrre evidenze prima solo intuite o aneddotiche. Tenere conto di queste scoperte è importante per migliorare la qualità dell’insegnamento, anche – se non soprattutto – alle scuole medie: durante la fase della pre-adolescenza e dell’adolescenza – fra gli 11 e i 18 anni- il cervello va incontro a una profonda ristrutturazione, soprattutto grazie a due fenomeni: pruning (potatura) e mielinizzazione: la materia grigia si riduce e quella bianca aumenta; il pruning riduce le sinapsi (connessioni cerebrali) create durante l’infanzia, rendendo l’intera rete più efficiente e ordinata. La mielinizzazione e l’aumento della materia bianca rendono più rapide ed efficienti le connessioni che restano. Il pruning comincia dal retro del cervello verso la fronte, quindi la corteccia prefrontale (responsabile di attività cognitive razionali, come abilità di pianificazione, inibizione dei comportamenti impulsivi e decision making) è l’ultima a stabilizzarsi. Durante questa ‘rivoluzione’, il cervello diventa più adattabile e malleabile (plasticità), ma anche più vulnerabile e fragile. Durante l’adolescenza vi è maggiore propensione al rischio, ricerca di approvazione da parte dei pari, ricerca di legami forti con i pari, l’adolescenza è una delle ‘finestre di possibilità’ (l’ultima così fertile) in cui si seleziona ciò che si tiene e ciò che si perde perché non usato.

Seppure ‘instabile’, l’adolescenza presenta anche grosse opportunità sulle quali far leva: la passione, la curiosità, la voglia di esplorare lo sconosciuto e desiderio di cooperare con i pari. E ancora. E’ stato sfatato il mito che dopo i tre anni i giochi sono fatti – spiega ancora la ricerca della Fondazione Agnelli – il cervello adolescente mantiene plasticità (o resilienza) e le aree corticali superiori mantengono plasticità per tutta la vita. Nel conflitto tra innato e acquisito non c’è un vincitore: il cervello non è una pagina bianca. Ha già una sua conoscenza ereditata dalla storia evolutiva, ma può ‘cambiare’ con l’istruzione, che è il fattore chiave in grado anche di modificare le attitudini cognitive. La plasticità è capricciosa: è in grado di colmare deficit enormi, ma anche di bloccare completamente l’apprendimento in soggetti con problemi apparentemente lievi.

Tutto questo per dire che… tutto questo succede negli anni tremendi della scuola media. Ora, “alla luce delle acquisizioni più recenti delle neuroscienze – osservano i curatori del Rapporto – la nostra scuola media spesso sembra andare in direzione contraria rispetto a quanto sarebbe necessario per assecondare lo sviluppo del cervello e delle facoltà cognitive ed emotive in questo specifico momento dell’età evolutiva”. Ma cosa c’è che non va? “In particolare, non sembrano favorevoli: l’organizzazione scolastica e la disciplina improvvisamente rigide, dopo la scuola primaria; un clima di classe pedagogicamente ed emotivamente poco coinvolgente; un insegnamento prevalentemente frontale e trasmissivo, centrato su libri di testo, poco orientato ai feedback e alla promozione del lavoro autonomo e delle strategie metacognitive; le poche opportunità di ‘personalizzare’ l’insegnamento, ma allo stesso tempo una scelta di proseguimento futuro relativamente precoce e poco orientata; la riduzione e lo svilimento dell’importanza dell’attività fisica e talvolta dell’espressività”. La convinzione è che “le informazioni, gli spunti e i suggerimenti che dagli studi di neuroscienze possono venire per i docenti e per chi si occupa di scuola sono degni di attenzione, naturalmente senza volere stabilire relazioni troppo meccaniche fra un’evidenza neuroscientifica e una decisione didattica o di organizzazione”.

Ma come affrontare questi temi se i docenti medesimi ammettono di essere sì preparati sui contenuti disciplinari ma molto meno su buona parte del resto? Torniamo dunque ai docenti. Cosa ne sappiamo dei docenti? “Sappiamo che la qualità dei docenti è sempre cruciale per il processo di apprendimento: i migliori insegnanti ottengono – a parità di tutte le altre condizioni – una crescita nei risultati dei propri allievi fino a tre volte più grande rispetto ai colleghi meno efficaci”. Secondo Hattie (2003), negli Stati Uniti il 30% degli apprendimenti degli studenti va attribuito agli insegnanti, una percentuale inferiore a quella che dipende dalle caratteristiche individuali del soggetto e della famiglia di origine, che contano per circa il 50%, ma di gran lunga il più importante tra i fattori scolastici. Se mancano in Italia evidenze scientifiche che consentano analoga conclusione, questa è però suggerita da tanti sensati indizi. Nella scuola media, forse ancora più stringente appare la necessità che gli insegnanti siano preparati a stimolare gli apprendimenti dei propri studenti con risorse didattiche e organizzative più conformi a una fase molto delicata dello sviluppo cognitivo e psicofisico degli adolescenti. Se l’efficacia dell’insegnamento sembra molto dipendere dell’interazione tra caratteristiche individuali dei docenti e di quelle di contesto – ambiente scolastico, ma anche di provenienza degli studenti – , rilevanti sono ovviamente anche le pratiche quotidiane all’interno della classe.

La radiografia del corpo insegnante della scuola media effettuata dalla Fondazione Agnelli nel Rapporto del 2011 si concludeva riconoscendo come ci fosse purtroppo coerenza tra le diffuse rappresentazioni negative di questo grado di scuola e alcune caratteristiche dei docenti che vi insegnavano: questi ultimi risultavano, infatti, più esposti alla condizione di precarietà contrattuale, spesso protagonisti e/o vittime di un vorticoso carosello di spostamenti da una scuola all’altra, concentrati in una fascia di età prossima al pensionamento, giudicati severamente dai colleghi degli altri gradi di scuola, convinti essi stessi del crollo del proprio prestigio sociale, insoddisfatti del bagaglio professionale fornito loro dalla formazione iniziale. In definitiva, poco attrezzati per affrontare le sfide dell’insegnamento, tanto più se ingaggiate con classi di pre-adolescenti in rapido mutamento. A distanza di qualche anno, le caratteristiche degli insegnanti che emergono dalla

lettura delle banche dati amministrative risultano sostanzialmente confermate: per limitarsi a pochi esempi, i docenti delle medie continuano ad avere una condizione lavorativa e contrattuale relativamente più precaria ed essere soggetti a una maggiore mobilità da scuola a scuola rispetto ai colleghi italiani degli altri gradi e ordini; inoltre, nonostante il notevole turnover di questi anni, non c’è stato un sostanziale ringiovanimento e restano così piuttosto avanti con gli anni”.

Secondo Andrea Gavosto, direttore della Fga “c’è un tema di qualità dell’insegnamento”. Occorre limitare l’eccesso di rotazione e puntare alle competenze didattiche dei docenti, partendo dalla selezione, che dev’essere più rigorosa, e finendo con “la formazione continua obbligatoria, accompagnata da momenti di valutazione di questa formazione e con il riconoscimento e la progressione di carriera per le competenze acquisite e per quello che si fa nelle scuole”.

Ma ci sono due ulteriori temi. Uno è cruciale e si colloca sul finire del percorso della scuola secondaria di primo grado e determina, non sempre nel migliore dei modi, l’avvenire dei nostri studenti. Ci si riferisce all’orientamento in uscita, un vero e proprio imputato di questo processo: “La scuola media – insiste Gavosto – deve avere una nuova missione, la preparazione alle scelte successive. La scuola media non prepara in questo: l’orientamento è una ratifica della pagella. Ma la didattica della scuola media deve diventare didattica di orientamento, ad esempio con il potenziamento e dei compiti di realtà e con lo studio centrato su temi concreti”. Infine l’estensione del tempo scuola: “ Non abbiamo in mette di proporre la scuola al pomeriggio – conclude Gavosto – tuttavia anche nel PNRR si parla di allungamento della scuola pomeridiana. Al pomeriggio si devono sviluppare competenze trasversali, istituzionalizzando lo sport, la musica, il teatro, i laboratori. Questo consentirebbe a tutti i ragazzi e ragazze una maggiore competenza e un efficace orientamento per le scelte successive”.

Roberto Ricci, presidente di Invalsi, segnala come “si evidenzi sempre di più una trasformazione strisciante della scuola media verso la scuola superiore”. E’ così? “La scuola media è in piccolo una replica della scuola superiore – risponde Gavosto – E’ un tema che è sempre esistito e che si ripropone nella nostra analisi. In assenza di una progressione di carriera, i docenti non si fermano alle medie ma ambiscano di spostarsi alle superiori. E’ una cosa, questa, che andrebbe corretta. La scuola media ha un proprio ruolo e dunque va mantenuta ed è proprio per questo che molte riforme ritengono che i percorsi di preparazione sulla didattica siano distinti tra media e superiore. La media è centrale ed è proprio per questo che merita un’attenzione e un corpo docente dedicato.

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