Scuola luogo più sicuro che ambiente familiare. Differenze e possibili spiegazioni

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Più volte ho avuto modo di comunicare un fatto strabiliante cui non si presta mai abbastanza attenzione. Parlo dei gravi fatti di sangue che hanno esclusivamente luogo in ambiente familiare e mai nella scuola a opera di docenti.

 Per dirla ancora più esplicitamente, non capita mai di leggere nella cronaca nera titoli come “Insegnante uccide studente” (semmai accade l’inverso, almeno nei campus americani) o “Maestra uccide alunno”. Al contrario, sono inspiegabilmente più frequenti le tristi notizie che vedono i genitori uccidere i propri figli (o viceversa). In ambito scolastico non è mai avvenuto che un docente, anche travolto dall’ira e in preda alla perdita del controllo degli impulsi, abbia mai ucciso o ferito gravemente uno studente o alunno.

l massimo parliamo di maltrattamenti con scappellotti o strattonamenti. Eppure, non può trattarsi di un fenomeno senza spiegazione o – come sbrigativamente l’ho etichettato finora – di un “doppio miracolo”. Sì, “doppio” perché le malattie professionali degli insegnanti sono prevalentemente psichiatriche, fattore, questo, che potrebbe certamente influire o comunque contribuire nel far perdere completamente il senno a un qualsiasi individuo.

Se dunque, contro ogni aspettativa, la famiglia è per un bimbo il luogo “più a rischio” per la propria incolumità, prende corpo il vero paradosso che vuole la scuola quale luogo di massima tutela per i piccoli.

Fino a questo punto del ragionamento eravamo arrivati, credendo di aver esaurito l’argomento, ma restava la parte più interessante: deve esserci la spiegazione del fenomeno. Vediamo allora di avanzare alcune ipotesi.

Dobbiamo innanzitutto comparare l’ambiente familiare con quello scolastico, individuando le differenze più evidenti. In ambito legale notiamo subito una differenza terminologica importante che intende rimarcare alcune differenze. L’ambiente scolastico è definito “parafamiliare” poiché richiama la famiglia ma al tempo stesso è altro rispetto a essa. La scuola sancisce infatti il debutto della persona nel mondo comunitario, ove si impara a convivere con i propri simili, mentre la famiglia, sempre più ridotta per la prevalenza di figli unici, dedica sempre meno spazio ai propri piccoli. Purtroppo, si verifica che, tanto minore è il tempo trascorso con i figli, tanto maggiore è il senso di colpa dei genitori nei loro confronti. Gli adulti, in genere, cercheranno di supplire alla propria assenza in due modi parimenti errati: gratificare sempre e comunque il proprio pupo, facendone un “onnipotente” senza mai contraddirlo, e delegare totalmente alla maestra il compito educativo del bimbo. Inutile dire che l’operazione esiterà in un completo disastro.

Ma torniamo ad analizzare la differenza tra i due ambienti. Le mura domestiche racchiudono un ambiente protetto, riparato da intrusioni esterne, lontano da occhi indiscreti. Si parla infatti di “intimità”, che deriva dall’aggettivo “intimo”, il cui opposto è, appunto, “esterno”. Al contrario la scuola è considerata a tutti gli effetti un ambiente “pubblico”, non equiparabile alla riservatezza che l’abitazione garantisce a un qualsiasi individuo. Quale ricaduta può dunque avere questa differenza sugli ambienti “intimo” (casa) e “pubblico” (scuola) dove operano rispettivamente genitori e maestre? Una maestra, nello svolgimento del suo lavoro, sarà sempre sotto l’osservazione di molti sguardi (dei bimbi innanzitutto) e tenderà, di riflesso, a esercitare su di sé un determinato autocontrollo. Chiameremo questo condizionamento come di “autocontrollo condizionato dall’ambiente”. Ne esiste tuttavia un altro che chiameremo “diluizione della relazione”, per il quale il rapporto materno/genitoriale col figlio è più o meno esclusivo (1:1) e dunque concentrato, mentre la relazione della maestra con i bimbi è sempre “collettiva” o “gruppale” (fino a 1:29), perciò diluita tra tutti gli alunni da accudire. L’intensità di uno sfogo, un’emozione, un impulso di rabbia verrebbe pertanto smorzata, attutita, diluita quando la relazione non è esclusiva ma coinvolge più interlocutori. I predetti condizionamenti potrebbero così determinare un più efficace “controllo degli impulsi” della maestra e spiegare, di conseguenza, il maggior rischio di eventi luttuosi all’interno delle mura domestiche, rispetto alla scuola.

Comunque stiano le cose, abbiamo ancora una volta la conferma che la relazione logora ed è tanto più usurante quanto più coinvolgente, intima, protratta e prolungata nel tempo col medesimo interlocutore. Non è quindi escluso che, alla base di quell’usura psicofisica tipica delle helping profession, di cui gli insegnanti sono i principali esponenti, stia l’esercizio di un forte autocontrollo che spiegherebbe il perché della prevalenza di diagnosi psichiatriche nelle inidoneità all’insegnamento per motivi di salute.

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