Scuola e lotta alla mafia, l’insegnamento di Caponnetto. Lettera

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Preside lascia la scuola

inviato da Vincenzo Musacchio – “La mafia teme la scuola più della giustizia. L’istruzione taglia l’erba sotto i piedi della cultura mafiosa”. Queste parole ho avuto la fortuna di ascoltarle dalla viva voce di Antonino Caponnetto standogli accanto e vivendo con lui l’esperienza dell’educazione alla legalità nelle scuole d’Italia. L’uomo che guidò il pool antimafia dal 1983 insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta e il cui operato portò ai risultati del maxiprocesso del 1986, era una persona umile ed intelligentissima. Con la sua semplicissima frase ha descritto meglio di tante altre la lotta alle mafie nel nostro tempo.

Lo conobbi il 17 febbraio del 1995 e con lui trascorsi molti momenti felici. In ogni occasione, fino alla fine dei suoi giorni, Caponnetto (io lo chiamavo nonno Nino) ha diffuso sempre un messaggio di fiducia piena verso le nuove generazioni. Mi diceva sovente che esiste ancora una via umana per l’onestà, l’integrità morale, la misura, il senso del dovere e dello Stato, anche quando essi comportino sacrifici e rinunce personali. Era convito che i giovani onesti dovessero occuparsi di politica non lasciando la stessa al dominio dei disonesti. Lo andai a trovare in ospedale prima che morisse e fino all’ultimo mi ribadì che bisognava sempre parlare di mafia ai giovani portando loro un messaggio di legalità e giustizia.

Caponnetto non si arrese mai fino alla fine dei suoi giorni e sulla bara di Borsellino giurò solennemente: “finché avrò fiato continuerò a testimoniare nelle piazze e nelle scuole il valore della legalità, a raccontare chi erano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. Ad ogni occasione incitava i ragazzi all’assunzione di responsabilità, all’impegno, famoso il suo pensiero: ”Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici, ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza egli ideali. Non abbiate paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli. State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi, l’avvenire è nelle vostre mani, ricordatelo sempre!” Pur sapendo che io la pensavo esattamente come lui mi ripeteva che scuola fosse l’avamposto della legalità e il fondamento della democrazia. Per lui la formazione del futuro cittadino era il fondamento culturale dello Stato di diritto.

Ancora troppi insegnamenti avrebbe potuto impartirci, per questo non lo dimenticherò mai: era davvero un uomo giusto. “Non chiedete mai favori o raccomandazioni, le leggi vi accordano dei diritti, sappiateli esigere, chiedeteli con fermezza, con dignità, senza piegare la schiena, senza abbassarvi al più forte, al più potente, al politico di turno”. E’ questa una delle sue frasi che ascoltai di fronte ad un caminetto acceso e che in me ancora oggi suscita profondissime riflessioni. Quando pronunciò la frase: “È finito tutto” uscendo dall’obitorio dopo l’ultimo saluto a Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia poche settimane dopo Giovanni Falcone, da persona sensibile quale era, poi se ne rammaricò e quel momento di grande sconforto diventò un motivo in più per farsi coraggio, per riprendere le forze e la speranza, e lavorare sul cambiamento culturale e sulla lotta alla mafia. All’epoca il suo pensiero stimolò l’inizio della “primavera palermitana” e spero che grazie alle nuove generazioni questi suoi insegnamenti possano diventare l’inizio di una “primavera italiana”.

Vincenzo Musacchio, direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

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