Scuola per la Repubblica: saperi umanistici sono all’angolo. No a contaminazione tra pubblico e privato

di Eleonora Fortunato
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Sul convegno 20 anni di autonomia scolastica: cosa è successo alla scuola in Italia? dello scorso 22 febbraio al Liceo “Tasso” di Roma c’è una prima cosa da constatare molto amaramente: l’assenza del Ministro e di un qualsiasi suo delegato a dare una risposta, a fare una domanda, a sollevare un problema.

Come se fosse andato in scena uno spettacolo di quart’ordine, come se chi ha parlato – e stiamo per rendecene conto – sia stato considerato indegno persino dell’ascolto. Meglio lasciarli a cantarsela e a suonarsela da soli, i disobbedienti, così sarà più facile accusarli di posizioni monolitiche, di snobismo culturale e di conservatorismo.

Prima di riassumere i punti salienti degli interventi, evidenziamo la trama di questa kermesse così sconcia: l’autonomia, certo, evocata già nel titolo, quindi la preoccupazione di continuare a trovare nella scuola uno spazio di rappresentanza democratica; l’anomalia degli ultimi venti anni (o forse sono già un po’ di più, come ha suggerito Corrado Mauceri), con atti normativi che hanno modificato il Dna della scuola contravvenendo a precisi dettami costituzionali; infine la preoccupazione che “la posta in gioco non sia solo la crisi delle scienze umane, del pluralismo culturale, di quel modello educativo basato sul primato della cultura, della conoscenza e dei saperi, ma che la la posta in gioco sia più alta, siamo noi, sia l’uomo” (Angelucci).

Antonia Sani e Corrado Mauceri, entrambi membri del Comitato nazionale “Per la scuola della Repubblica”, hanno focalizzato nella distinzione tra pubblico e privato uno snodo fondamentale nella storia della scuola repubblicana, ravvisando nella confusione che oggi esiste tra queste due sfere la ferita che lacera e mette maggiormente in pericolo le conquiste compiute dalla Costituzione nata dall’antifascismo. L’incisività di Mauceri ha consentito alla platea di riappropriarsi di una definizione di libertà di insegnamento ormai passata di moda: “La libertà di insegnamento che deriva dalla Costituzione non è anarchia, non è un privilegio, è un diritto funzionale, collettivo, che si esercita individualmente ma nell’interesse della collettività, che riguarda e avvantaggia chi sta fuori dalla scuola, non chi sta dentro”.

Nel prosieguo del suo intervento l’Avvocato non ha potuto fare a meno di notare che l’autonomia così come è stata normata negli ultimi anni sancisce “la trasformazione dell’istruzione in un servizio che non è privato, ma che viene rigidamente controllato proprio come se lo fosse, cosicché divenga gradito al potere”. Infine l’affondo: “La 107 non ha fatto che migliorare questo assetto in cui pubblico e privato si contaminano così profondamento fino a diventare la stessa cosa, ma si tratta di una legge illegittima, che si sottrae al potere vincolante della Costituzione. Bisogna organizzarsi per ridare centralità agli organi collegiali, affinché la scuola torni a essere un organismo che si autoregola e si autoregolamenta”.

L’autonomia come contraddizione politica e normativa è stata anche al centro dell’intervento di Renata Puleo, studiosa nota per il suo impegno nel gruppo No Invalsi. Puleo ha parlato della scuola riformata come di un sistema atto a disciplinare a una mentalità in cui il cittadino è principlamente un lavoratore, “portatore di un capitale di competenze quantificabili in ogni momento della sua vita”. Particolarmente efficace e gustosa la descrizione che la ex dirigente scolastica ha fatto della vita quotidiana del docente: “Un vortice di esperienze kafkiane in cui si compilano moduli e metamoduli, ora con ironica indifferenza, ora in un adattamento stimolo-risposta”.

È stata Ana Millan Gasca, Professore Ordinario di Matematiche Complementari all’Università Roma Tre, a rintracciare magistralmente nella crisi della paideia classica l’origine di tutti questi cortocircuiti politici, normativi, etici, che si riaffacciano nella storia europea con una puntualità e una prepotenza ormai cicliche. Riproponendo alcuni scorci della Storia dell’educazione nell’antichità scritta dallo storico Henri-Irénée Marrou alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, la docente ha ricordato come in Europa le humanae littarae abbiano subito l’invadenza e l’aggressione dell’approccio tecnocratico già nella tarda età medievale, ricordando per esempio la solitudine di Vittorino da Feltre – siamo agli inizi del XV secolo – di fronte al dettagliatissimo catalogo di mestieri predisposto dal Cardinal Dominici per scoraggiare i giovani in formazione dallo studio della poesia e della filosofia.

Partendo dalla fortunata riflessione di Jaeger, la Professoressa Millan Gasca ha poi tracciato un breve excursus sulla paideia dall’età classica fino al Terzo Umanesimo degli anni Venti e Trenta in Europa, “la stessa temperie culturale di cui si è nutrita la visione di Giovanni Gentile, ma che evidentemente ha lasciato nel Miur di oggi tracce ben più deboli di quanto abbia fatto la figura di Bottai, come amava ripetere Giorgio Israel. Oggi per progredire nel sistema della scuola e dell’università devi accettare l’ortodossia, sulla cui base viene fatta anche la selezione dei dirigenti e degli insegnanti, e così, tramontata ogni idea di dialettica, ecco il collasso della paideia” Millan afferma convintamente, per concludere così il suo intervento: “Domina ormai uno scientismo estremo nel panorama internazionale e viene meno la solidarietà interna tra le discipline: i saperi umanistici sono all’angolo, dominano le STEM che tendono sempre più ad azzerare la loro matrice filosofico-umanistica e ad accentuare quella dogmatica. L’economia sta vivendo una gigantesca crisi epistemologica, così come la psicologia e la pedagogia, eppure ha decretato che se non si crea occupazione la colpa è della scuola. Credere nella Paideia significa credere che l’istruzione possa e debba ambire alla aretè (alla virtù), scommettere che il tema e il problema non siano ‘compiti di realtà’ propedeutici al lavoro, ma momenti fondativi per l’esistenza individuale e collettiva, momenti in cui il fanciullo si mette alla prova e si prepara a diventare adulto”.

Millan non è l’ultima degli umanisti, a tenerle compagnia c’è un’altra veemente e affascinante signora bionda, Anna Angelucci, docente di italiano e latino al Liceo “Pasteur” di Roma e Presidente dell’Associazione “Per la Scuola della Repubblica”. In gran parte si deve a lei l’organizzazione di questo convegno ed è naturale, perciò, che abbia portato alla discussione il contributo più appassionato. Col pathos di una vera parresiasta, come direbbe Foucault, Angelucci ha riassunto così il suo percorso e la nascita dell’interesse verso le politiche scolastiche: “Da insegnante vedevo sempre più ristretti gli spazi di lavoro per me e per i miei studenti, e nel chiedermi che cosa stesse capitando, ho iniziato a leggere, a capire, fino a rendermi conto che la scuola e l’università sono state quasi interamente fagocitate da una mentalità mercatocentrica, entrambe vittime di una potente offensiva neoliberista in un processo molto violento di revisione politica, culturale e sociale, che non risparmia nemmeno la concezione di uomo. Chiaramente tutto questo è potuto avvenire solo grazie a una ricca messe di convergenze tra potentati politici internazionali – portatori una visione per cui la scuola sarebbe diventata più efficiente se sottoposta alle leggi del mercato capitalista – e accademici, intellettuali compiacenti, giornalisti, opinionisti, organizzazioni sindacali. Così siamo arrivati alla Legge 107, che con una pletora di 212 commi e una superfetazione burocratica mai vista prima impone alla scuola la realizzazione di processi di gerarchizzazione, di mercificazione del sapere, di digitalizzazione e di scuola-impresa, distruggendo le nostre intelligenze e quelle dei nostri alunni”.

“Oggi possiamo parlare ore e ore di scuola e di istruzione – chiosa infine Angelucci – senza mai nominare la parola cultura. Dov’è finita l’idea aristotelica per cui l’uomo possiede una naturale propensione alla ricerca della verità, alla conoscenza, con che cosa è stata sostituita? Ai giovani viene negata la possibilità di coltivare la loro interiorità nel sapere disinteressato, mentre le riforme della scuola e dell’università vengono pensate e realizzate in contiguità con quelle che riguardano il lavoro, così che il riferimento ideale sia un nuovo tipo di uomo decontestualizzato, decontrattualizzato, delocalizzato, competente e flessibile come un idiot savant. Da Berlinguer a Fedeli ci chiedono il ‘successo formativo’ e contemporaneamente tolgono a tutti i nostri alunni l’accesso formativo”.

Anche Giovanni Carosotti (Liceo classico “Virgilio” di Milano) e Rossela Latempa (Liceo “Nanni Boccioni” di Verona), entrambi autori dell’Appello per la scuola pubblica, hanno focalizzato i loro interventi su alcune critiche concettuali e linguistiche alla prosa istituzionale, nazionale e sovranazionale, soffermandosi ancora una volta sull’aporia epistemologica del costrutto di competenza e sugli effetti deleteri che essa porta con sè. Carosotti in particolare su questo ha avuto un’ottima intuizione, constatando come si cerchi di sopperire alla carenza di letteratura scientifica con la parte empirica, incoraggiando i docenti a elaborare proposte didattiche “che poi però in realtà non portano nessuna conquista né di carattere culturale né operativo”. “Impareggiabile la brutalità con cui il Presidente della Fondazione Agnelli – ha detto ancora il docente di Milano – ha riassunto la sua visione del fare scuola: non obbligato a sfumare i concetti come di solito sono costretti a fare gli autori dei documenti ministeriali, egli ha candidamente affermato che un insegnante potrebbe affrontare anche un solo argomento per tutto l’anno e trasmettere comunque agli studenti un buon metodo di lavoro. Il contenuto non è più lo scopo, non è più rilevante, così gli insegnanti vanno riprogrammati”, esattamente come ha scritto di recente una multinazionale di sevizi di consulenza in un rapporto commissionato dal Miur e stanato da Rossella Latempa in un articolo apparso su Roars.

Latempa si è soffermata, infine, sulle critiche ricevute dall’Appello, fotografando con acume nella cosiddetta ‘learnification’ (neologismo coniato da Gert Biesta) l’apoteosi del concetto di scuola come stock di conoscenze, dove la pratica formativa è in realtà “una condanna a un ciclo continuo di programmazione, valutazione, rendicontazione, dove non c’è posto per nessun tipo di sapere codificato, dove l’insegnante è un facilitatore”.

Ecco che, quindi, l’autonomia 20 anni dopo non è che “Progressiva ‘razionalizzazione’ di risorse pubbliche, ma ‘libertà’ di concorrere alle risorse vincolate dall’Ue. Incentivi premiali, formazione a senso unico, ‘flessibilizzazione’ dell’organizzazione lavorativa in capo al Dirigente Scolastico, a sua volta valutato, la subalternità al mondo produttivo (rimpicciolito alla sua dimensione locale) diventano i fondamenti di una vera e propria ‘didattica di Stato’” ha concluso la docente di Verona.

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