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La scuola Italiana deve rinnovarsi partendo da Dante

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di Pierfranco Bruni – In un tempo di scontri tra mondo Arabo e Occidente rileggere Dante significa percorrere le identità e le appartenenze due culture.

di Pierfranco Bruni – In un tempo di scontri tra mondo Arabo e Occidente rileggere Dante significa percorrere le identità e le appartenenze due culture.

Quella prettamente Occidentale che trova in Dante un punto di riferimento e quella del mondo Arabo e mediterraneo che è vitale in quel Medioevo che trova Dante confrontarsi con la storia dei Musulmani. È anche su questa “Idea” che bisogna scavare per vivere il tempo degli Occidenti e degli Orienti nei quali ci troviamo a vivere. Rientra in un tale pensiero proporre Dante attraverso la lettura di alcuni autori del Novecento.

Dante Alighieri tra Medioevo e il contemporaneo. Un Dante dentro la Commedia, ma anche oltre. quell’oltre che è un viaggio nella sua modernità non smarrendo la tradizione. Ogni età ha la sua “Commedia”. Ovvero la lettura di un Dante che ha le cifre di un’esistenza dentro gli archetipi e i parametri che si vivono in una griglia simbolica.

Bisogna sempre più rivolgersi al mondo della scuola e aprire una “finestra” sul ruolo e la trasformazione della lingua proprio attraverso il concetto di lingua “volgare” e il destino del personaggi che vive nella figura di Beatrice.

Nel Dante di Cosimo Fornaro nella sua “Costellazione Dante” (un testo che risale al 1989) c’è lo scavo nella “costellazione” tra i dubbi e le maschere.
Ci sono maschere pirandelliane e ci sono maschere che portano alla virtù giapponese. Ma la maschera è la traduzione della danza nel gioco triste degli accampamenti achei e nel silenzioso camminamento religioso delle chiese.

Dante è l’Occidente, nel quale riesce a catturare Omero e Virgilio e le stelle della cristianità in un viaggio ancestrale nella cultura islamica di un Mediterraneo diffuso. Ma resta, fino in fondo, Occidente. La lettura di Renè Guenon, nel suo esoterico Dante, è affascinante perché va oltre la “lectura” e inserisce in una “costellazione” la visione sia della storia che del tempo nel cerchio di una magia che è sacra ma non religiosamente appesa alla cristianità.

C’è un Dante che nel suo pellegrinaggio attraversa la cristianità? Didone e Ulisse (Virgilio e Omero) non sono nel mistero cristiano. Sono il mito che si fa mistero. La prova di questa visione è nella dimensione di una contemporaneità grazie alla quale è possibile leggere quella “Commedia” che nasce tra le sponde di una “vita nova” in cui Beatrice è immaginario mariano e non maddeleniano.

Sembra azzardato un tale percorso ma l’esoterismo, di cui parla Guenon e la Zambrano oltre che è riscontrabile nella “luce” di Eliade e Zolla è vitale nel concetto di un “iniziato ai misteri”. Iniziato ai misteri non è Agostino ma Omero sì perché non conosce ancora l’inquieta certezza del cristianesimo. Il dubbio pascaliano è nella profezia di Virgilio. Ma Dante resta Occidente.

Cosimo Fornaro nella sua “Costellazione Dante” aveva proposta una lettura dentro un Occidente che ha come frontiera comunicante, divisoria e includente sia il concetto di storia sia quello di tempo sia quello di mistero. Il sufismo è una chiave di lettura altra della “Divina Commedia” ma questo discorso implica una complicità di meticciato tra Dante e khayyam. Tra i poeti “della nostalgia” dantesca c’è il Pascoli della “Minerva” in un illuminato bisogno di uno strato escatologico che ha un rinvio alle fonti musulmane.
Maria Zambrano, mutuando questa lettura, insiste sulle “fonti musulmane dell’escatologia della ‘Divina Commedia’” ma colloca tutta la formazione di Dante in un esilio abitato tra i confini di Occidente ed Oriente. Una comunanza che ci porta ad una lettura di un Dante fratello maggiore di Juan de la Cruz. Il gioco non è teologico ma marcatamente poetico ed è un incastro tra luce e tenebre.

È normale che leggere Dante, anche all’interno della scuola italiana, significa rileggere il Dante sia di Boccaccio che di Machiavelli. Due testi che restano re centrali tra poetica e politica.

La figura di Santa Lucia è una prospettiva quasi alchemica ma in Omero c’è alchimia: non si spiegherebbe diversamente la figura di Calipso come c’è alchimia nel Virgilio che lascia tra le fiamme Didone, le stesse fiamme che si lascia alle spalle Enea.

Ma Dante propone una morale ed è quella morale teologica e non poetica perché la poesia non ha bisogno né di una etica né di una morale ma di una grazia o di una trasformazione del mito in un mistero nel quale la luce e la pesantezza, come diceva Simone Weil, sono le due forze regnanti nell’universo. Ma la Weil si inoltra nella grazia senza usare metafore.
Dante ha bisogno delle Grazie perché ha bisogno di “utilizzare” i processi per capire la storia dentro il tempo. Perché tutto questo? Perché Dante è Occidente.

Ecco, allora l’ermetico – alchemico – esoterico di Guenon al quale, non volendo, fa riferimento anche il Pascoli della poesia “L’Immortalità” o il Cardarelli che mutua Dante da Leopardi. C’è sempre una discesa agli Inferi che però condurrà (Zambrano) verso l’aurora. Ciò è nel Dante del “Convivio” ma soprattutto nella presenza di Beatrice, Donna – Maria e non Donna – Eva.
Tutto ha una sua impalcatura antropologica: la colpa, il peccato, la superbia, l’umiltà. Condanne o non condanne? Sono processi in una cultura. La letteratura dell’Occidente ha ben incarnato le tre vie occidentali di Dante: la grecità, la latinità, la cristianità. Ma in una lettura mediterranea, tra Zambrano e Guenon, Dante diventa universo. Così in Pascoli, nel testo di Tobino e nello studio di Formaro.

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