Scuola: i paradossi strutturali della “riforma” Gelmini

di Lalla
ipsef

di Cristian Ribichesu* – Se prima non eravamo giunti al paradosso, ora ne siamo investiti. La “riforma” Gelmini, elevando il numero massimo degli alunni per classe, taglierà altre 25.600 persone allontanandole dal lavoro nelle scuole. Come ribadito da più parti, l’elevazione del numero degli alunni per classe stride con le norme sulla sicurezza, che impongono uno spazio di circa 2 mq a testa e un tetto massimo di 26 persone presenti per aula.

di Cristian Ribichesu* – Se prima non eravamo giunti al paradosso, ora ne siamo investiti. La “riforma” Gelmini, elevando il numero massimo degli alunni per classe, taglierà altre 25.600 persone allontanandole dal lavoro nelle scuole. Come ribadito da più parti, l’elevazione del numero degli alunni per classe stride con le norme sulla sicurezza, che impongono uno spazio di circa 2 mq a testa e un tetto massimo di 26 persone presenti per aula.

Così, già dallo scorso anno il Ministero, pure in presenza di aule piccole, con le circolari 141 del 9/1/2009 e 4478 del 6/4/2009, per elevare il numero degli alunni per classe, poneva limiti per lo sdoppiamento delle stesse, dichiarando che avrebbe valutato “le eventuali richieste di sdoppiamento di classi per scarsa capienza delle aule, avanzate dai dirigenti scolastici, solo se accompagnate dall’attestazione della competente Amministrazione locale circa l’impossibilità tecnica di intervenire sulla struttura scolastica per apportare i necessari adattamenti”.

In parole povere si chiedeva alle scuole la modifica delle strutture, abbattendo muri o tramezzi, per ingrandire le aule e accogliere più alunni. I Dirigenti, in questo modo, se le aule non avessero
avuto le dimensioni adeguate, non solo avrebbero dovuto ricorrere alle certificazioni delle Asl, indicanti la capienza massima di alunni per aula, ma avrebbero dovuto chiedere la possibilità di ampliare le aule a Comuni e Province, e solo dopo che questi avessero riscontrato l’impossibilità, per problemi di natura statico-strutturale, avrebbero potuto richiedere lo sdoppiamento delle classi prime agli Uffici Scolastici Regionali.

Un problema che, nei meandri di una legislazione scolastica che fa pugni con quella sulla sicurezza, diventa più complicato per le classi successive alle prime, se già formate da un gruppo di alunni superiore a quello consentito dalle dimensioni delle aule e se queste, poi, non possono essere ingrandite con modifiche.

Perciò, nonostante la legge sulla sicurezza impedisse l’elevazione del numero massimo degli alunni per classe, molte sono state formate con più alunni del dovuto, tanto che con le prime contrazioni si è arrivati a una riduzione di 42.104 docenti e 15.167 collaboratori scolastici per il corrente anno scolastico, nonostante un aumento di oltre 37.000 alunni nel 2009 rispetto al 2008.

Ma per impedire il taglio degli ulteriori 26.000 lavoratori e per bloccare il sovraffollamento delle aule, movimenti e coordinamenti, nati per la difesa della scuola, hanno avanzato il rispetto delle norme sulla sicurezza, chiedendo pure alle istituzioni locali la vigilanza per il rispetto della sicurezza, dato che, per il D. Lgs 112/1998, “alle Province e Comuni spettano l’istituzione, l’ aggregazione, la fusione e la soppressione di scuole in attuazione degli strumenti di programmazione; la redazione dei piani di organizzazione della rete delle istituzioni scolastiche; il piano di utilizzazione e manutenzione degli edifici e di uso delle attrezzature”, attraverso l’anagrafe delle aule scolastiche, e con l’affissione sulle porte delle stesse aule di cartelli che ne indicano dimensioni e capienza. Ciò in coerenza con il principio di
trasparenza e funzionalità, nonché con il Testo Unico sulla sicurezza, del 9/4/08,che fra i responsabili della sicurezza indica i Dirigenti scolastici e i rappresentanti della sicurezza, e per la vigilanza “sull’applicazione della legislazione in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro”, le ASL e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco.

Ora molti uffici scolastici provinciali, in base alle circolari ministeriali del 2009, domandano nuovamente, verbalmente, alle scuole, la possibilità di modificare le aule, o di adibire a tale scopo, dove possibile, vari laboratori didattici, come quelli utilizzati per il disegno.

Insomma, nonostante il Rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi, del 2010, indichi come vecchie le scuole italiane, dato che il 60% risulta costruito prima del 1974, e che quasi un 50% di edifici scolastici hanno avuto bisogno di interventi di manutenzione straordinaria negli ultimi cinque anni, ma che addirittura “più del 30% necessita di interventi di manutenzione urgenti, spesso non solo per la vetustà degli edifici, ma anche per la scarsa qualità e funzionalità con le quali sono costruite le scuole più recenti”, considerando che “la qualità del costruito
degli ultimi decenni ha carenze strutturali tali da rendere le scuole più nuove anche più bisognose di manutenzione”, la riforma, in un mare d’incongruenze, non si arresta, e anziché scegliere un ripensamento di qualità, come ridurre, non elevare, il numero massimo di alunni per classe, assumendo gli insegnanti precari già formati, abbassando la media d’età della classe docente italiana, la più anziana d’Europa, migliorando la didattica e offrendo a tutti reale uguaglianza, dato che da numerose sperimentazioni internazionali è emerso che in classi di piccoli gruppi i livelli di apprendimento degli alunni migliorano, e in misura esponenziale per quelli che provengono dai contesti sociali meno abbienti, una qualità superiore a quella data dall’investimento in lavagne luminose; anziché operare scelte dettate dal buon senso, nella difficile realtà dell’edilizia scolastica nazionale, si complicano gli ingranaggi del sistema, chiedendo modifiche strutturali che difficilmente troveranno sbocco nella realtà, anche per la responsabilità di collaudi improbabili su strutture che riscontrano i problemi segnalati da Legambiente.

* da www.democraziaoggi.it

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