04 Agosto 2020 - Aggiornato alle 08:05

Scuola: i limiti del neoliberismo. Lettera

Lettera

Inviato da Andrea Iuliano – Da oltre un ventennio la scuola è diventato un luogo di scontro ideologico e politico, non sono bastati gli eccellenti risultati raggiunti nel passato che hanno dato lustro al nostro sistema scolastico, così efficiente da essere imitato da molti altri Paesi per tenere a bada le doglie del “neoliberismo”.

La teoria“neoliberista” ha messo in discussione la funzione strategica della scuola prevista dalla Carta Costituzionale, cioè quella funzione che lo Stato ha sempre affidata ad essa per la formazione di nuove generazioni, delle future classi dirigenti, la cui autorevolezza, prestigio, si sono affievoliti nel tempo perché sempre più distante dal ruolo istituzionale e sociale al quale eravamo abituati per il passato, ma anche e soprattutto a seguito della spinta sempre maggiore verso la logica del mercato.

Il neoliberismo si è rivelato un ottimo terreno di coltura sul quale è cresciuta rigogliosa la falsa morale, offuscando quei valori irrinunciabili tacitamente tramandati da una generazione all’altra attraverso la scuola fin dal dopoguerra, si è rivelato un punto di rottura, di corto circuito culturale e non un valore aggiunto, tra la tradizionale scuola di pensiero pedagogico e quello moderno. I Padri Costituenti avevano le idee chiare sul ruolo dell’istruzione pubblica, che doveva essere libera, statale e laica, e che avrebbe dovuto assolvere nell’era Repubblicana un ruolo di ricostruzione sociale nel periodo post guerra, obiettivo ambizioso ma centrato in pieno.

Tutto è mutato con l’onda del “neoliberismo”, tutto ha avuto inizio con la riforma Moratti, continuando con quella della Gelmini per poi approdare alla Legge 107 del 2015, attraverso la quale si sono stravolti principi Costituzionali irrinunciabili, per fortuna in gran parte recuperati grazie all’incessante lavoro svolto dalle parti sociali attraverso lo strumento contrattuale. Oggi invece in nome dell’emergenza si sta spingendo il “sistema istruzione” verso una forma di digitalizzazione indiscriminata, assillante, una sorta di “tossicomania digitale”, perdendo di vista i benefici dell’efficacia offerta dalla didattica in presenza, l’effetto positivo derivante dall’impatto emotivo, il contatto umano… o forse è in atto un tentativo di sostituire il pensiero umano con quello digitale?

L’Italia ha rappresentato nel mondo la “culla della Pedagogia, Montessori, Don Milani e tanti altri sono stati di riferimento per l’intero mondo, i loro modelli sono stati di esempio per moltissime altre nazioni, un mito che ormai sembra alle spalle, soppiantato da metodi e tecniche moderne che nulla hanno a che spartire con i processi di apprendimento, anzi, contribuiscono allo sviluppo di anomalie comportamentali, una sorta di “autismo digitale” sempre più incessante e fuori controllo. L’idea di trasformare la gestione scolastica con marcata impronta “aziendalistica” non ha prodotto i risultati sperati, il desiderio di asservire la scuola al mondo imprenditoriale, e all’utenza, in alcuni casi alla peggiore utenza, resta ancora oggi una meta ambita da buona parte della politica e del mondo intellettuale, nonostante il forte dissenso sociale.

Considerare la scuola un erogatore di servizi, ha di fatto collocato il “sistema istruzione” al di fuori del perimetro Costituzionale, provocando una pesante ricaduta sociale di tutto il sistema e della sua efficacia, sminuendo di fatto il prestigio sociale degli insegnanti e di tutto il personale della scuola, provocando, con la logica del risparmio, una drastica diminuzione degli organici con conseguente aumento del precariato. Quei precari tanto odiati da una parte politica,che dal duemila ad oggi hanno contribuito in modo determinante al corretto funzionamento delle attività didattiche, svolgendo lo stesso ruolo dei colleghi di ruolo, offrendo ogni anni il meglio di se, restando nei cuori degli studenti di anno in anno, senza mai scoraggiarsi, affondando sacrifici inimmaginabili, rinunciando agli affetti più cari e talvolta anche nei confronti dei figli ancora in tenera età.

Quei precari che da oltre un decennio sono ostaggio della magistratura, non sempre lineare nei giudizi, soltanto perché la politica ha deciso di non decidere, di far finta di non vedere voltando la faccia dall’altro lato, costringendoli a rincorrere ricorsi proposti in modo seriale, una sorta di catena di “Sant’Antonio” foraggiando studi legali, e non solo, senza mai ottenere una soluzione definitiva. Ancora oggi dopo oltre un decennio sono ancora tutti precari! Tutto è frutto di una deviazione ideologica, l’ostinazione a non voler vedere, capire, considerare, ci ha condotti in un’analisi faziosa sulla valutazione dello stato di precarietà spesso omettendo la verità, ritenendo erroneamente che esso appartiene alla persona, e non al rapporto di impiego, tralasciando la valutazione sull’indotto economico che essi potrebbero innescare: duecentomila precari che non hanno accesso al credito rappresenta per lo stato una perdita colossale, perché l’accesso ai finanziamenti è di fatto sbarrato: quando si compra e/o si vende lo stato ci guadagna il 22% di IVA!

Ebbene, ancora oggi dopo anni di lodevole servizio svolti con professionalità impeccabile, serietà e puntualità l’attuale Governo vorrebbe di nuovo selezionarli, secondo la Ministra dell’Istruzione Azzolina non hanno dimostrato abbastanza. Per la politica moderna non è sufficiente aver acquisito conoscenze, esperienza sul campo, aver saputo sviluppare metodologie didattiche da modulare di anno in anno, adattandole a nuovi alunni, nuovi contesti sociali, familiari.

E allora Ministra Azzolina cosa non hanno ancora metabolizzato i colleghi precari? Secondo quanto affermato da Ministero dell’Istruzione nell’ultimo periodo, competenze, conoscenza, padronanza della didattica, metodologie didattiche appropriate e flessibili non servono, è determinante invece, che sappiano usare il computer! Infatti, il concorso straordinario per i docenti che possono vantare almeno tre anni di esperienza nelle scuola statali vanno selezionati attraverso la prova “selettiva”di“computer based”, inutile e dispendiosa. I precari vanno assunti attraverso una procedura concorsuale per solo titoli perché non hanno più nulla da dover dimostrare.

Concludendo, la scuola non può essere considerata “un erogatore di servizio”, la scuola è una funzione prevista dalla Carta Costituzionale, un luogo dove si insegna ad apprendere, dove si educa, si socializza, il luogo dove si sviluppa il pensiero critico, dove si acuiscono le tecniche per apprendimento, la scuola è un luogo dove si adottano processi di inclusione, si facilitano forme di apprendimento per i meno dotati, è un luogo dove nessuno viene lasciato solo ….. “ nessun alunno è perduto se ha un insegnante che gli presta attenzione”! Se a tutto ciò si aggiunge una burocrazia cieca ed estenuante il dato è tratto!

Sono rimasto basito ascoltando in questi giorni la politica che si confronta (Ministero dell’Istruzione e della Famiglia) sull’opportunità di riaprire le scuole dell’infanzia per soddisfare le esigenza delle famiglie nelle quali entrambi i genitori lavorano. Ancora una volta la politica mostra tutti i suoi limiti culturali, la scuola non può essere considerata un’area di parcheggio, non può e non deve sostituirsi agli enti preposti a svolgere tale compito, è una sfrontatezza che lede la dignità professionale di tutto il personale della scuola.

La scuola non può diventare luogo di scontro ideologico tra fazioni politiche, la scuola è di tutti, le scelte atte a migliorare la fruibilità dei processi di apprendimento ed educativi è un bene comune, appartengono a tutti e le strategie non vanno attese ma programmate e condivise. Appena si è presentata la necessità tutti i docenti hanno dato prova di serietà professionale e disponibilità immediata, si sono adoperati per continuare il lavoro interrotto dalla pandemia da covid-19 raggiungendo in ogni modo possibile e spontaneamente i propri alunni, senza attendere alcun provvedimento,hanno dimostrato quanto è grande l’amore per il loro lavoro e per gli alunni a loro affidati.

Ritornando alla necessità di rientro a scuola, giusto per sfatare ogni dubbio, abbiamo la certezza che nel caso in cui si dovesse presentare la necessità per i bambini della scuola dell’infanzia di ritornare a scuola le insegnanti non farebbero mancare, spontaneamente, il loro supporto, e se necessario andrebbero a prendere per mano tutti i suoi alunni casa per casa per portarli a scuola, ma approfittare di una emergenza da parte del Governo per introdurre una nuova regole e soprattutto in modo unilaterale è tutt’altra cosa, è una prassi che non può e non deve appartenere ad una Stato Democratico e Repubblicano, NON SI PUO’ SOSPENDERE LA DEMOCRAZIA IN NOME DELL’EMERGENZA!

Ritorno a scuola. Il 14 settembre il riavvio in sicurezza, previsti nuovi spazi alternativi. Segui i corsi di Eurosofia sugli adeguamenti necessari