Scuola finlandese: meno ore insegnamento, piu’ tecnologia. Ma sicuri sia un buon modello?

di Elisabetta Tonni
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Non appena passato dalla poltrona di sottosegretario a più alta di ministro, Lorenzo Fioramonti ha già rilasciato interviste per spiegare il modello di scuola a cui vorrebbe ispirarsi.

Oltre alla tassazione di merendine industriali, bibite gassate e voli aerei con lo scopo di raccogliere fondi per aumentare lo stipendio dei docenti, il neo Ministro ha detto di voler rivoluzionare la didattica ispirandosi al modello della scuola Finlandese.

Il sistema in uso nel paese più a Nord dell’Unione europea prevede una architettura scolastica decisamente diversa da quella italiana a partire dalla ripartizione del numero di anni di studio nei gradi scolastici.

Le corrispondenti delle primarie italiane, le elementari, durano nove anni e l’ingresso dei bambini in questa fase dell’obbligo scolastico avviene a sette anni e termina a sedici. Il grado successivo di istruzione è quello secondario superiore e dura tre anni. Si prosegue poi, anche in Finlandia, con l’istruzione universitaria.

Tutti coloro che vorrebbero ispirarsi alle riforme delle superiori per le scuole italiane, come per esempio il Gruppo di Firenze (come descritto nell’articolo di Repubblica), fanno riferimento al modello del secondo grado di scuola finlandese.

Pur prescindendo dalla differenza di durata dei gradi di istruzione, nonostante abbia un peso che andrebbe considerato, esistono differenze sostanziali anche nell’impostazione didattica. Infatti, come ben riassunto in questo articolo, il modello finlandese prevede in buona sostanza una riduzione orario scolastico, l’utilizzo nuove tecnologie per insegnamenti trasversali e l’uso di linguaggi semplici e accessibili per rendere più digeribili agli studenti le “aterie più ostiche”, ivi compresa la matematica, e soprattutto come formula per contrastare l’abbandono scolastico.

C’è ancor più: nel dettaglio, le superiori in Finlandia sembrano ispirate più all’organizzazione degli atenei con corsi e, in buona sostanza, la bocciatura può riguardare la materia in cui non è stata raggiunta la preparazione richiesta, senza inficiare sul rendimento delle altre materie.

L’idea di guardare al modello finlandese non è una sortita dell’ultimo minuto, ma ha il suo fondamento a un’idea che vagheggia da anni. Non a caso già nel 2011, il 21 aprile, il Foglio pubblicava un articolo a firma dello storico della scienza, Giorgio Israel (scomparso nel 2015), riportato poi sul blog dello stesso autore, dal titolo “Il bluff della matematica finlandese (e quel che si insegna sui test“. Pur entrando solo nel merito della materia, l’articolo è stato una critica severa ai limiti a cui porterebbe questo tipo di insegnamento.

Giorgio Israel condannava l’impostazione della didattica finlandese per la matematica, perché la riteneva finalizzata alla buona riuscita dei test (in particolare quelli Ocse-Pisa) e non alla capacità di valutazione dello studente. E’ come se si insegnasse a ragionare con la logica di una calcolatrice, anziché usare la calcolatrice come ausilio al ragionamento.

In un passaggio del suo articolo, Israel precisava: “Sintetizziamo rapidamente le caratteristiche dell’“oggetto didattico” detto “matematica” che queste riforme hanno man mano costruito. In primo luogo, non si fanno quasi più dimostrazioni. L’insegnante si limita a trasmettere i risultati come manuali d’istruzioni senza proporne quasi mai la prova logica. È superfluo dire che questa scelta, oltre a produrre un tipo di insegnamento nozionistico – che soltanto un estremo semplicismo rende accettabile – atrofizza le capacità logico-deduttive dello studente. Inoltre, insegnare la matematica senza dimostrazione è come pretendere di addestrare uno scultore senza mai mettergli in mano uno scalpello. In secondo luogo, la geometria è quasi sparita dall’insegnamento, il che non stupisce perché la geometria senza dimostrazioni non ha senso. Questa sparizione produce un’altra conseguenza molto negativa: l’atrofizzazione delle capacità di intuizione spaziale che sono stimolate in modo decisivo dal pensiero geometrico“.

A questa riflessione se ne aggiunge un’altra elaborata da Olli Martio dell’University of Helsinki, Marticulation Board in Finland, secondo il quale il modello di insegnamento della matematica in Finlandia potrebbe produrre effetti inattesi.

In un pdf riassume tutta una serie di cambiamenti avvenuti in Finlandia nell’insegnamento della matematica, che avrebbe portato gli studenti ad avere un calo di rendimento addirittura nelle operazioni più semplici. Nella conclusione, Olli Martio richiama l’attenzione sul fatto che: l’uso del calcolatore avviene in maniera errata con alcuni effetti che potrebbero essere disastrosi; la struttura didattica in uso in Finlandia non fa acquisire le abilità di cui si ha bisogno in futuro; il concetto del “problem solving“, cioè la capacità di saper trovare una soluzione a qualsiasi problema, è stato stressato oltremodo sin dal momento in cui non era più in grado di rispondere alle necessità della società attuale.

Anche tornando sulle questioni più generali, va considerato il contesto paese in cui si inserisce il modello di insegnamento finlandese fortemente ispirato al raggiungimento dell’uguaglianza e dell’eccellenza.

Tutto è basato su un finanziamento pubblico delle scuole degno di tale nome; esiste un monitoraggio costante degli studenti e, per i ragazzi che vivono nelle campagne, è previsto un sistema di trasporto pubblico gratuito.

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