Scuola ed emergenza sanitaria, la questione dell’insufficienza dei dati. Le conseguenze sui docenti e non solo. Lettera

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Lettera inviata da Gianfranco Scialpi – Scuola ed emergenza sanitaria, il problema dei dati che attualmente non sono sufficienti a sostenere la tesi sulla sicurezza delle scuole. La mancanza di certezze fvorisce l’insorgere dell’ansia che gioca un ruolo importante nella percezione della realtà con inevitabili conseguenze sulla formazione dei ragazzi.

Scuola ed emergenza sanitaria, le due fasi

Scuola ed emergenza sanitaria. I nove mesi che hanno coinvolto la scuola nel suo rapporto con lo stato d’emergenza sanitaria possono essere periodizzati. In altri termini, è possibile individuare un prima e un dopo con caratteristiche distinte. Il primo periodo inizia con febbraio-marzo. Ufficialmente su base nazionale la data è il 5 marzo, quando il governo ha deciso di chiudere le scuole. Decisione storica che certificò che il diritto alla salute (art. 32 Costituzione) era superiore  a qualunque altro diritto, determinando un  aggiornamento della nostra Carta: La Repubblica ha il suo fondamento e coronamento nella protezione fisica e sanitaria. Poi vengono tutti gli altri diritti: il lavoro, l’istruzione…
La decisione del lockdown fu il risultato di un mix tra impreparazione all’attacco virale (assenza dispositivi di protezione e incertezze) e inadeguate conoscenze scientifiche sul Covid-19 . Si applicò il criterio generale valido per ogni virus da raffreddamento: gli assembramenti favoriscono la trasmissione del virus, quindi sono da evitare.  Detto questo il periodo del lockdown è stato caratterizzato da una abbondanza di dati generali sanitari (contagi, ricoveri, decessi). Le scuole chiuse ovviamente non potevano favorire una loro quantificazione interna.
Con la riapertura differenziata delle scuole avvenuta soprattutto tra il 14 e il 28 settembre, inizia il secondo periodo. La scuola può fornire dati interni di contagio. L’ultimo report ufficiale risale però al 10 ottobre. Si legge sul sito del MI”Il Ministero dell’Istruzione comunica che, alla data del 10 ottobre, gli studenti contagiati sono pari allo 0,080% (5.793 casi di positività), per il personale docente la percentuale è dello 0,133% del totale (1.020 casi), per il personale non docente si parla dello 0,139% (283 casi).
​​​​​​​I dati del monitoraggio, condotto dal Ministero dell’Istruzione con la collaborazione dei dirigenti scolastici, sono stati condivisi con l’Istituto Superiore di Sanità.”
Successivamente si forniscono solo le percentuali dei focolai (3,5% al 24 ottobre) che secondo E. Bucci (biologo e collaboratore di A. Viola immuloga) non dicono nulla sull’entità dei contagi per ogni evento registrato (focolai).

Le criticità hanno delle conseguenze sulla quantità dei dati

Questo cambio di passo  e il silenzio successivo del Mi  rimandano all’affanno  delle Asl ad effettuare tracciamenti  per via del personale insufficiente. Inoltre, “L’Istituto Superiore di Sanità che dovrebbe elaborare i dati denuncia nell’ultimo report notifiche tardive e lacunose. Il Ministero dell’istruzione  ha sospeso anche i monitoraggi presso le scuole sui dati settimanali dei contagi: non si possono portare avanti efficacemente“(ItaliaOggi 24 novembre). Le criticità sul numero non rappresentativo  dei dati sono ben evidenziati da A. Viola (immunologa): “i dati non ci sono… si fa una grande fatica a reperire i dati: non sono omogenei, non sono raccolti in modo semplice da gestire.  Arrivano in maniera confusionale. E’ un grosso problema perchè non ci permette di trarre delle conclusioni certe di capire quali sono i luoghi del contagio e capire l’efficacia delle misure messe in atto…“. Ecco spiegato il motivo del confinamento del loro studio basato sui dati locali forniti dall’Ats di Bergamo. Questo comunque ha portato alla conclusione che le scuole non sono più sicure o meno sicure di altri ambienti.
Nello specifico si legge:
“1)I dati considerati non supportano un ruolo delle scuole come “moltiplicatorei di infezioni
2) I dati considerati mostrano che le scuole non sono più protette del resto della comunità
3) Il tasso di infezione scolastica appare seguire quello della comunità circostante
4) La probabilità di infezione in una scuola non è significativamente diversa da quella della società nel suo complesso”

Medesime difficoltà (insufficienza dei dati, difficoltà nei tracciamenti…) emergono dal report pubblicato da Wired.it dove si fa riferimento solo a 2.546 comuni su oltre 6.700, corrispondenti al 38% delle scuole campionate. Quindi resta un buon 60% di scuole di cui non è possibile dire nulla sulla eventuale assenza di contagi o di segnalazione in questi istituti. Comunque  “al 31 ottobre scorso erano 64.980 i casi riportati di contagio da coronavirus nelle scuole elementari, medie e superiori del paese.” Comunque il dato non fornisce risposte sull’ambiente (la scuola?La famiglia…) che ha prodotto il contagio. La ragione è sempre lo stessa: è saltato il tracciamento!

Il predominio degli aspetti irrazionali

Inevitabilmente l’assenza di certezze sui contagi a scuola  e la sua incidenza nella diffusione dei virus favoriscono  stati mentali e comportamenti basati sull’irrazionalità tra il personale scolastico. S. Freud ha messo in rilevanza la funzione esercitata dalla  dimensione irrazionale del Sé sugli stati mentali e i comportamenti dell’essere umano . Secondo il filosofo L. Floridi, l’apporto della psicoanalisi rappresenta la terza rivoluzione che ha portato a conclusione il processo ridimensionamento dell’uomo, iniziato con la rivoluzione copernicana e la teoria darwinina.
Nella situazione attuale l’irrazionalità si declina con l’ansia che porta a percepire la realtà in modo distorto. A differenza della paura riferibile a un pericolo immediato, l’ansia è rivolta alla pericolosità del Covid-19, fortemente correlata con la pulviscosità del contagio (potenzialmente presente ovunque e non sempre percepibile). Quindi la dimensione temporale dell’ansia è il futuro.
Ne consegue lo stato di attesa o di messa in pausa della propria esistenza che  “a lungo termine che può evolvere in disturbo post traumatico da stress o sintomi depressivi, burn out, disturbi ossessivo compulsivi, disturbi antisociali, come sopra esposto, unitamente a problemi alimentari, disturbi del sonno, problemi psichiatrici. Tutto questo, sommato alla preoccupazione per il futuro, può sviluppare ulteriori effetti non prevedibili.In questo momento la realtà percepita è alimentata  dalla paura che interagisce con gli schemi mentali preesistenti  che non sempre sono orientate alla razionalità.” (Comunicato Psicologi e psichiatri).
Se si considera che gli insegnanti lavorano con persone e non pratiche, non è difficile immaginare le conseguenze sulla crescita dei ragazzi, la cui formazione dipende in buona parte dalla relazione educativa che si instaura tra essi e i docenti.

 

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