Scuola e famiglia possono dialogare, nel rispetto per le funzioni delicate e difficili che ognuno svolge

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Sergio Leali, Presidente di LAIF, L’Associazione Istruzione Famigliare – Tra gli articoli sempre utili che vengono pubblicati su Orizzonte Scuola, uno ha destato in me un interesse particolare, intitolato Didattica a distanza, Garante infanzia: genitori non titolati a esprimere giudizi su insegnamento.

Didattica a distanza, Garante infanzia: genitori non titolati a esprimere giudizi su insegnamento

Un garante regionale per i diritti dell’infanzia, secondo quanto riportato nel testo, avrebbe sostenuto che i genitori non hanno il diritto di esprimere valutazioni sull’operato degli insegnati e sulle modalità didattiche messe in atto in questo tempo di coronavirus. Affermerebbe inoltre che la scuola è un obbligo, oltre che un diritto.

Se questo fosse effettivamente il pensiero e la linea del garante per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, implicherebbe la necessità di una fase di resettaggio di tutto un campo del pensiero, della cultura amministrativa, giuridica, e del rapporto con le carte fondamentali dei diritti dell’uomo, del fanciullo e della costituzione Italiana.

La scuola è un diritto, non è un obbligo.
Obbligatoria è l’istruzione, che deve essere impartita per 10 anni ai giovani, dai 6 ai 16 anni.

In tutti questi documenti si evidenzia e si invoca come il ruolo della famiglia sia primario in merito all’istruzione ed alle educazioni delle giovani generazioni, tanto da attribuire ad essa la responsabilità in merito (articoli 30, 33, 34 della Costituzione, art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani, Principio settimo della Dichiarazione diritti del fanciullo, art.18 della Convenzione internazionale diritti infanzia e adolescenza).

Lo stato ed i servizi che esso organizza in questi settori (scuola, assistenze sociali, ecc.) ha un ruolo di surroga quando i genitori lo chiedano o quando venga dimostrata la loro incapacità di operare secondo buon senso e in assonanza con le regole della civiltà e della cittadinanza (art. 30 della Costituzione).

Detti servizi, in quanto tali, devono operare in spirito e prassi di collaborazione e sussidiarietà (art.118 della Costituzione) con le famiglie a cui è attribuita la responsabilità ultima e prima.

Per poter esercitare tale responsabilità, a sua volta la famiglia ha il diritto ed il dovere di operare nel medesimo spirito, agendo da soggetto pienamente titolato della facoltà di verifica e di co-azione; diversamente sarebbe una responsabilità vuota e quindi inutilmente formalistica.

E’ chiaro che il tutto deve svolgersi nel pieno e alto rispetto per le funzioni delicate e difficili che ognuno svolge. Se i genitori devono riconoscere la professionalità degli insegnanti e dei dirigenti, gli stessi devono fare altrettanto rispetto al ruolo primario che la famiglia ricopre.

Entrambi gli enti, famiglia e scuola, dovrebbero onorare e costruire la loro autorevolezza con prassi e atti coerenti alla nobiltà sociale delle funzioni attribuite loro.

L’autoreferenzialità, oltre che essere foriera di conflittualità, non è compresa nella legislazione, che tanto si è articolata sull’importantissimo tema del rapporto scuola-famiglia.

E’ pur vero che nella sua fase attuativa, tale rapporto per ora si è risolto in relazioni spesso sterili e come meri formalismi procedurali.
Questo per causa sia delle famiglie, restie a farsi carico dei propri doveri/diritti, sia dei servizi scolastici e amministrativi che, grazie agli spazi liberi e agibili, si sono ambientati in un clima spesso di autoreferenzialità.

Non è il prodotto di questi due fattori il disastro del sistema dell’istruzione e delle educazioni, non solo in Italia?

L’impostazione concettuale scuola vs. famiglia è un paradosso civico che incorpora all’origine il disastro contemporaneo, che il coronavirus ha solo tinto di ulteriori colori.

La crisi è tale da produrre infiammazioni ad altissima e pericolosissima temperatura, che compromettono seriamente la possibilità di mettere in atto percorsi di apprendimento ed educativi all’altezza della complessità della contemporaneità.

La cronaca quotidianamente suona campane a martello e i numeri confermano i pericoli; l’Autorità garante ne ha certo il maggior computo.
Le giovani generazioni sono le più esposte a queste alterazioni culturali e civili, che noi adulti stiamo producendo.

In queste condizioni siamo in grado di essere ottimisti, sia per le giovani persone in sviluppo che sono i nostri figli, che per la nostra società?

Non è necessario ristrutturare, su concezioni più avanzate e moderne, il connubio scuola-famiglia?

Esprimo queste considerazioni come genitore che, con mia moglie insegnante, pratica l’istruzione parentale/familiare da una decina di anni con i due nostri figli.

Anche per questo bagaglio di esperienza possiamo testimoniare della necessità di “aprire porte e finestre” perché i due mondi, scuola e famiglia, possano “farsi visita e dialogare in serenità”.

Pur considerando le spigolose criticità, ci sono modi e volontà di costruire un futuro migliore, con cui l’energia rinnovata dei giovani, messi nelle condizioni di poterla tradurre in atti costruttivi, può generare scenari più equilibrati di quelli che abbiamo saputo creare noi.

Naturalmente se queste considerazioni sono scaturite da una mia lettura disattenta che non ha colto il vero, le stesse possono essere intese come di carattere generale.

Ciò sarebbe oltremodo rassicurante.

Sergio Leali, Presidente di LAIF, L’Associazione Istruzione Famigliare

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