Scuola e famiglia in difficoltà: se non collaborano si espongono a rischi esterni

di Vittorio Lodolo D'Oria
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Che le due agenzie educative per eccellenza siano messe da tempo a dura prova, non è un segreto per nessuno. Scuola e famiglia sono bersagliate di continuo dall’esterno arrivando addirittura a “fare a pugni” tra loro.

Identità e rispetto di queste due istituzioni si stanno sgretolando con grave detrimento per le nuove generazioni che crescono fragili e senza riferimenti (vedi anche recenti statistiche su aumento suicidi tra adolescenti).

Tuttavia, è utile una riflessione comparativa sui meccanismi che hanno innescato due fenomeni quali i Presunti Maltrattamenti a Scuola (PMS) sugli alunni e gli Allontanamenti e Affidi Familiari di figli dalle rispettive famiglie (vedi i casi di Bibbiano o della Bassa Modenese trattato in “Veleno” di P. Trincia).

Le famiglie cui sono stati tolti i figli sono quasi sempre nuclei degradati cui, perizie psicologiche di operatori dei servizi sociali, hanno portato a decretare la perdita della patria potestà attraverso un inesorabile iter legale. A differenza dei PMS non sono utilizzate telecamere ma unicamente pareri tecnici di psicologi e assistenti sociali che, effettuata la loro analisi, si affidano all’Autorità Giudiziaria per la parte esecutiva quale la sottrazione del minore ai genitori e il conseguente affido. Fin qui potrebbe risultare tutto nella norma, senonché i dati dello zelante lavoro suggeriscono che talvolta qualcosa non torna e il lavoro potrebbe avere un fine affatto diverso dall’interesse del minore. Ecco quanto scrive F. Bechis sul Tempo:

“… a Bibbiano, migliaia di bambini sono stati sottratti a padri e madri naturali per venire affidati a “cooperative o comunità che fanno quel mestiere, coppie o unioni civili preferite alla famiglia originaria”. I numeri del modello Emilia-Romagna sono impressionanti: “Nei comuni della Val d’Enza cui appartiene anche Bibbiano c’erano nel 2016 1.900 bambini affidati ai servizi sociali. I minorenni in quelle stesse terre erano 12mila, quindi quelli con situazioni familiari difficili o impossibili erano addirittura il 16%. Quindi o eravamo in terre abitate solo da orchi e orchesse, o era invece una anomalia. In molti di questi casi sarebbe bastato dare un aiuto economico alle famiglie naturali e i problemi sarebbero stati facilmente risolti, e a costo assai minore da quello sopportato dai servizi sociali attraverso l’affido a cooperative o case-famiglia dove il costo di mantenimento di un bimbo oscillava fra 100 e 200 euro al giorno e talvolta anche molto di più…”.

Dati certamente preoccupanti che pongono più di una domanda, soprattutto quando si arriva a concludere che il sostegno alla famiglia consiste nello strapparle i figli piuttosto che offrirle un aiuto, anche solamente economico. Preoccupazione che si accresce se la struttura che dovrebbe aiutare la famiglia, con forza di legge, la utilizza per fini impropri. Tutte, o quasi, le storie hanno in comune una condizione familiare disagiata e una relazione negativa dei servizi sociali: non c’è nemmeno bisogno di una telecamera piazzata di nascosto previa autorizzazione. Invece, è proprio grazie alle telecamere che si sta compiendo una tempesta nella scuola primaria e dell’infanzia. Vengono infatti riprese centinaia di ore di attività professionale delle maestre, a loro insaputa, per poi selezionare poche videoclip “negative” di alcuni minuti, decontestualizzandole e drammatizzandone la trascrizione sugli atti processuali. Il tutto viene effettuato per giunta da inquirenti non-addetti-ai-lavori. I trailer così prodotti rappresentano solamente lo 0,1-0,2% di tutte le audiovideo-intercettazioni e, nonostante ciò, fungono da riferimento esclusivo per le perizie psicologiche del Consulente Tecnico d’Ufficio. Sulla base delle poche tracce video selezionate ad arte, e non considerando minimamente il restante 99,9% della registrazione il perito arriva a conclusioni tanto lapidarie quanto infondate (es. “… nell’operato della maestra è possibile rinvenire uno stile aggressivo trasmesso con interventi verbali svilenti e denigranti...).

Se è il degrado sociale a innescare il processo nei casi di allontanamenti familiari e affidi forzosi, sono gli stessi genitori a denunciare le insegnanti portando l’attacco diretto alla scuola. A pagarne le spese sono entrambe le agenzie educative che si trovano indifese alla mercé di figure terze che assumeranno decisioni (opinabili) in loro vece, ricorrendo inoltre a metodi discutibili perché inidonei all’ambiente scolastico con le sue peculiari dinamiche educative e gestionali.

Tutto il ragionamento può apparire complicato ma è facilmente riassumibile nelle seguenti constatazioni:

  1. famiglia e scuola devono sempre operare di comune accordo: se così avviene, la seconda può fungere da supporto e paracadute alle situazioni di grave disagio familiare;
  2. se invece le due agenzie confliggono, attraverso denunce o aggressioni, anziché collaborare, si crea un clima di sfiducia e timore che snatura i rapporti e impedisce anche il ruolo di cui al punto precedente;
  3. se, per risolvere contenziosi, la famiglia si rivolge all’esterno (es. Autorità Giudiziaria) anziché all’autorità preposta (dirigente scolastico), otterrà esclusivamente di affidarsi a non-addetti-ai-lavori con tempi di intervento e risposta biblici;
  4. gli inquirenti potrebbero poi decidere di avvalersi di periti (anche loro esterni al mondo scolastico) che si confrontano necessariamente coi limiti dei metodi d’indagine accennati, sia in presenza di telecamere, sia in loro assenza.

Resta poi una regola generale: i reati gravi, ovvero i fatti di sangue, non avvengono mai a scuola a opera degli insegnanti ma tra le mura domestiche per colpa di familiari o conviventi. La scuola può semmai disinnescare il pericolo che la famiglia talvolta nasconde, ma solamente se c’è piena sintonia tra le due agenzie educative.

NB Sarà una semplice coincidenza ma, durante la stesura di questo articolo, mi ha telefonato una delle due maestre di Cardito, paese in cui lo scorso aprile è stato ucciso dal patrigno il piccolo Giuseppe. Le sue due insegnanti (secondo Il Mattino del 24.09.19) risultano indagate per “omessa segnalazione”. La maestra, distrutta, dopo avermi ripetuto che aveva fatto la segnalazione verbale a chi di dovere, mi ha comunque confermato il rapporto di timore e sfiducia ormai imperante tra insegnanti e genitori. Un bimbo massacrato, la mamma e il patrigno in galera, la sorellina affidata, le maestre e il dirigente scolastico sotto processo e infinito dolore per tutti. Se solo potessimo ripartire da queste macerie, per ricostruire l’alleanza tra scuola e famiglia, il sacrificio di questo angioletto non sarebbe stato vano.

www.facebook.com/vittoriolodolo

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