Scuola e democrazia: binomio (ancora) possibile? [INTERVISTA]

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Una certezza incrollabile percorre ogni pagina dell’agile volumetto che Chiara Foà e Matteo Saudino licenziano per Eris Edizioni: la scuola della società di massa deve avere come obiettivo quello di nutrire e accrescere la prospettiva e la pratica democratica delle persone; la scommessa è che proprio tra i banchi possano essere poste le fondamenta di un cambiamento collettivo, al di fuori dei percorsi canonici. Ne abbiamo parlato con gli Autori.

Il testo guida alla scuola democratica e umanista di cui parlate nel vostro pamphlet si chiama Costituzione. Ogni studente dovrebbe conoscerla a memoria e praticarla, così come ogni insegnante. Voi sapete bene che questo non sempre avviene, eppure le condizioni perché questa utopia si realizzasse c’erano e forse ci sono ancora tutte.

“Tutti gli allievi e le allieve secondo la nostra Costituzione devono essere messi in condizioni di raggiungere gli obiettivi educativi e conoscitivi all’interno di un percorso di formazione globale che sia fondato sulla libertà di insegnamento di ogni docente e sulla possibilità di emancipazione umana che l’istruzione può dare a ogni persona coinvolta. La Costituzione non va saputa a memoria, ma va rispettata nei suoi valori ispiratori e bisogna diffonderne i preziosissimi insegnamenti. Non si stenta a comprendere le rovinose conseguenze di quando ci si discosta dimenticando ogni buona pratica democratica, di inclusione, di libertà, di solidarietà e di partecipazione. L’assenza di comunità educante può essere l’impedimento primo alla crescita degli studenti. La democrazia va mostrata e non insegnata a memoria, la si trasmette attraverso i propri atteggiamenti e la si respira nella condivisione stessa dei valori comuni. Non sarà certo un’oretta imposta dall’alto e valutata con un voto a formare la scuola democratica e umanista. La domanda da farsi oggi è: le istituzioni vogliono veramente realizzare i principi della Costituzione?”.

Non vi assale il dubbio che la lotta per questa Costituzione sia stata, in fondo, una lotta di molti ma non di tutti? Come arginare un simile dubbio nella mente di un docente, o di uno studente?

“Quando dominano incertezza e precarietà si intensifica il bisogno di comprendere e riconoscere le ragioni della storia, soprattutto di quella storia che ha portato a scrivere la Costituzione repubblicana fondando e dando vita alla società democratica italiana: la Costituzione italiana è certamente una delle migliori mai scritte, probabilmente eccelsa nel mondo, ma la sua concreta applicazione è carente e disattesa; lo dimostra il fatto che nel nostro Paese non si crede e non si investe nella cultura, nell’arte, nella scuola nonostante la nostra penisola sia stata per secoli la culla della cultura. La Costituzione è un gioco aperto, un patto in continuo divenire che deve essere costantemente nutrito da istituzioni e cittadinanza, è una prospettiva verso cui muoversi che richiede volontà di provare a trasformare i diritti da splendida forma a sostanza reale. Questo è il nodo irrisolto e altamente problematico di ogni democrazia liberale: giungere ad una uguaglianza sostanziale dei diritti”.

E’ molto decisa la pars destruens del vostro ragionamento, vi avventurate infatti in un catalogo impietoso della scuola italiana, mentre la parte costruttiva è sostenuta da un afflato ideale forte e affascinante che si scontra però con i fatti: avverrà di nuovo che uno Stato come il nostro possa trovarsi nelle condizioni di benessere del passato? Quali sono le ricette concrete?

“Certamente se l’Italia deve riappropriarsi del benessere del passato non potrà farlo basandosi su un sistema educativo svilente e che mette gli studenti e gli insegnanti in condizione di patire il sistema di istruzione. Senza formare e trasmettere l’amore per la cultura come sarà possibile acquisire menti ben fatte che trasmettano e condividano senso critico? Lo scambio perenne tra scuola e società deve svincolarsi dal circolo vizioso e tornare ad essere circolo virtuoso. Una scuola male organizzata, parcheggio o azienda che sia, causa o favorisce l’insorgenza di disagi sociali e psicologici. Serve costruire invece una vera e propria intelligenza educativa collettiva per curare e trasformare una società malata. La scuola deve essere il luogo politico in cui sviluppare una testa critica e in cui imparare a collaborare, perché di fronte alle tante criticità della realtà non ci si salva da soli, ma insieme”.

Polemizzate con il criterio della meritocrazia, di recente l’ha fatto anche un insospettabile come Cottarelli…

“Quale maggior merito può esserci oltre al collaborare tutti assieme per il raggiungimento un fine alto? Quale tipo di competizione potrebbe essere utile se tutti remano nella direzione del bene comune? Forse
sarebbe utile che lo stato investisse di più su scuola ed edilizia scolastica e propagasse i semi del rispetto e della condivisione della “cosa pubblica” invece di mandare continui messaggi vuoti, formali e contraddittori. Il merito nella sua applicazione scolastica è dannoso e mina la collaborazione tra allievi, tra insegnanti. Rischia solamente di acuire i fenomeni di servilismo e di portare ad uno spreco di energia
allontanando il focus dalla pedagogia e dalla didattica. E poi chi sono i meritevoli? E ancora: stabiliti i criteri per individuare i meritevoli, la scuola cosa deve fare dei non meritevoli. Cambiare la scuola significa
sperimentare didattiche per far crescere tutti gli allievi, nessuno escluso”.

Una metafora di cui vi servite spesso nel vostro discorso è quella dell’uomo non atomo, non cellula solitaria e malata, ma parte attiva di un tessuto sano, contro il darwinismo sociale, della società intesa
come lotta di uno contro uno etc. Ecco, non si potrebbe anche vedere il bicchiere mezzo pieno: la scuola si è mollemente adagiata nei modelli che voi riassumete macchiettisticamente come in una forma di
resistenza.

“La società non può essere considerata una somma di singole persone che perseguono soluzioni e vantaggi individuali. A scuola devono essere considerati i problemi e le possibilità di ogni singolo allievo, ma la costruzione di significati è e deve essere sempre collettiva se si punta a costruire una nuova scuola, e una nuova società. E’ importante tendere ad un’etica della comprensione e del ragionamento che coinvolga insegnanti, studenti. La scuola “dalla testa ben fatta” e del dialogo socratico prova a fare del mondo un regno dei fini, in cui ogni persona sia portatrice di dignità inalienabili. La scuola deve rivoluzionare l’esistente, non reiterarlo”.

Parliamo dello statuto dell’insegnante. Non pensate che gli studenti siano sospesi in una dolorosa ambivalenza: da un lato stimano e amano i loro insegnanti, dall’altro la società li scoraggia a considerarli
un vero modello perché guadagnano poco, non possono ambire a uno status socio-economico desiderabile.

“Gli studenti riconoscono e rispettano chi fa il loro bene, con tutti i contrasti che possono esserci e che possono aiutare la crescita stessa dei giovani. L’educazione come l’istruzione si basa anche sui no ed il patto educativo dev’essere sempre ben esplicito e condiviso da tutte le parti in causa. Dev’essere inoltre ben ponderato, espresso nel modo meno formale possibile per non risultare un patto fittizio e vuoto. Eppure, se lo Stato stesso ha una considerazione sociale misera dei suoi formatori, il problema sta nel manico e le conseguenze non tardano a manifestarsi. Dagli stipendi inadeguati al susseguirsi di riforme che hanno considerato il mondo dell’istruzione e della cultura come una foresta da tagliare. Le campagne mediatiche quasi continue, lanciate in primo luogo da ministri o politici tendono a descrivere i docenti come fannulloni e nullafacenti; come persone dai lauti stipendi, ma sempre in vacanza o in malattia. Difficile che i ragazzi possano pensare che sia una professione vincente o a cui aspirarsi. Questo non toglie che a scuola si formino profondi rapporti che fanno crescere sia gli studenti sia gli insegnanti”.

Muovete una critica molto forte ai docenti che non parlano di politica in classe, addossando loro addirittura una sorta di analfabetismo funzionale giacché probabilmente confondono la scuola a-politica
con la scuola a-partitica. Non andrebbero compresi, capiti e accompagnati questi colleghi più che sbeffeggiati? Il miglior sistema scolastico del mondo non ha infuso dentro di loro la consapevolezza della
nobiltà della politica… ha fallito in un compito grave. Un po’ di scetticismo glielo possiamo anche concedere, no?

“Sbeffeggiati? Società -scuola- formazione- società: è un ciclo, una catena che non si spezza. L’istruzione, l’eros, la curiosità, la conoscenza possono essere la ricetta per innescare un doveroso cambiamento. Si puo’ condividere o meno l’idea di rivoluzionare il mondo dell’istruzione, ma certamente non è accettando passivamente delle istruzioni vuote calate dall’alto in maniera avulsa dal contesto che si potrà lavorare per una scuola ecologica, ragionata, sostenibile, che formi laicamente e profondamente cittadini consapevoli e responsabili, in grado di esprimere decisioni ponderate ed efficaci. Ovviamente ci va coraggio, forza e tanta volontà. Lo spirito del pamphlet è proprio condividere per porre le basi del cambiamento che deve essere collettivo. Tutta la collana Book bloc di Eris Edizioni rappresenta chiavi di interpretazione della realtà che favoriscono nel lettore la possibilità di immaginare e intraprendere percorsi differenti rispetto a quelli canonici. Cambiare la scuola suggerisce ai colleghi che condividono lo stesso nostro disagio di intraprendere una nuova via lunga e insidiosa per rifondare un’istruzione che ambisca a formare persone libere di autodeterminarsi”.

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