Scuola aperta tutto il giorno? “Ecco come ho fatto. Spazi regalati alla creatività degli studenti” e rubati a Tik Tok. INTERVISTA a Giacomo Mondelli

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“Vedere i ragazzi che tornano a scuola, dopo un panino, è bello, gratifica. Non guadagni niente, ma l’idea che volessero tornare a scuola era per me straordinaria”. Giacomo Mondelli, preside da poco in pensione, ricorda con nostalgia l’esperienza condotta nella sua scuola pugliese, e fortissimamente voluta da lui.

Scuola aperta tutto il giorno, spazi scolastici regalati alla fantasia e alla creatività lasciata libera dei suoi studenti, angoli dell’istituto regalati alle chiacchierate tra amici strappati per qualche ora della giornata (e dici poco?) alla solitudine dei videogiochi e alla dipendenza da smartphone, chat e Tik Tok. Lo fa mentre sfoglia il supplemento Sette del Corriere della sera e si sofferma sull’ultimo articolo della scrittrice e già insegnante Silvia Avallone intitolato “Anche questo settembre ho sognato una scuola che abbatte ogni muro. Lo colpisce, nella lettura dell’articolo, la similitudine tra quanto evocato dall’autrice in merito alla scuola immaginata come quella ideale, quella che sta a cuore a ogni docente e a ogni dirigente scolastico che ami davvero gli studenti e la rigenerazione della conoscenza e la scuola che ha diretto lui fino allo scorso anno: l’Istituto tecnico economico e Liceo linguisticoRomanazzi” di Bari.

“Nella scuola che immagino – scrive nell’incipit dell’articolo Silvia Avallone, già autrice del premiato libro “Acciaio”, che narra delle vicende di due ragazze adolescenti che vivono e crescono all’interno della realtà operaia metallurgica di Piombino – bambini e ragazzi non vedono l’ora di entrare. Gli insegnanti – adeguatamente remunerati, rispettati e riconosciuti – accenderanno in ciascuno una passione. Niente voti: l’obiettivo non è competere ma imparare. A scuola si va a fiorire, a cercare il proprio talento, a superare i problemi. Si va a credere in sé stessi e negli altri, a innamorarsi della conoscenza”. La scuola che immagina Avallone è una scuola in cui abbondano laboratori e biblioteche. Una scuola che non si chiude in se stessa ma che si apre, che apre le sue porte affinché gli studenti assieme ai propri docenti escano di continuo per andare a visitare musei, fabbriche, parchi. Che si apre per farvi entrare “scienziati, scrittori, musicisti”. E’ una scuola che resta aperta anche di pomeriggio con le sue aule che “sono un’alternativa alla strada. Così gli studenti vi accorrono per fare i compiti, lontano dalla solitudine della cameretta e dalle distrazioni eccessive indotte da videogiochi, smartphone e tablet. La scrittrice racconta che questa esperienza non è immaginaria dacché lei l’ha vissuta ai tempi del liceo classico di Biella dove studiava a scuola al pomeriggio: “i miei compagni e io – scrive sulla propria pagina Facebook – trovavamo la scuola aperta di pomeriggio apposta per noi, per permetterci di studiare insieme, e di quanto sia stata significativa questa esperienza, questa fiducia.

La scrittrice ammette, nell’articolo, di amare la scuola perché grata ad essa e perché l’unica istituzione capace di realizzare con lo strumento della cultura e della conoscenza “una più ampia giustizia e mobilità sociale”. L’articolo ha colpito tanti. Insegnanti, ex studenti, ex insegnanti lo hanno commentato nella sua pagina Facebook e hanno raccontato la propria esperienza con parole e ricordi anche toccanti. “A proposito di scuole aperte il pomeriggio”, scrive Gianluca Carmosino, “segnalo la straordinaria esperienza del liceo Righi di Roma”, e via con tante altre esperienze. Il dirigente scolastico in pensione dell’Istituto Romanazzi di Bari lo riprende invece con noi in questa conversazione.

Preside Giacomo Mondelli, che cosa le ricorda questo articolo di Silvia Avallone?

“Nella scuola che ho diretto io fino allo scorso anno, facevamo tutte queste cose descritte da Silvia Avallone. In questo articolo l’autrice ha sottolineato alcuni aspetti che nella mia esperienza di preside di scuola avevo fatto miei”.

In che senso?

“Nel senso che lasciavamo la scuola a disposizione degli studenti, dopo le lezione. Del resto, chiudere la scuola a partire dal pomeriggio mi sembrava sciocco e, se permette, anche non corretto sul piano del diritto degli studenti di potere utilizzare l’istituzione pensata e studiata per gli studenti stessi. Chiudere la suola, dopo che è stata utilizzata durante le ore del mattino mi sembrava come se dessimo agli studenti la minestra togliendo una parte significativa, mentre la mia idea era un’altra. In altri Paesi d’Europa gli studenti stanno per più tempo a scuola, gli insegnanti non fanno solo gli insegnanti: fanno i tutor, svolgono altri compiti, formano i loro colleghi più giovani, seguono gli alunni per superare le difficoltà. Tutto questo da noi avviene sono in alcuni casi”.

Che cosa ha detto ai suoi studenti per motivarli a frequentare la scuola durante il pomeriggio?

“Ho detto: noi abbiamo un istituto che terremo aperto al pomeriggio. Qui potrete svolgere attività alternative, potrete studiare, ma anche fare tante altre cose. La mia intenzione era quella di mettere a disposizione tutti gli spazi della scuola non perché ripetessero quello che avevano già fatto al mattino. E questa era una prima idea. La seconda idea era quella di favorire in loro le occasioni di trovarsi per discutere, stare insieme, discutere per un miglioramento delle cose. Un’altra ancora era quella di lasciare degli spazi perché potessero fare canto e musica. L’unico contenitore che ci accomuna un po’ tutti: i ragazzi desiderano farla, la musica. Noi pensiamo che l’identità sia il colore della pelle, ma l’identità è anche cosa ti fa appassionare. E la musica è un grande tramite. Tanto che dopo il Covid i concerti, come si sa, sono stati presi d’assalto. Un’altra possibilità ha coinvolto il periodo estivo e quello a ridosso della fine del primo quadrimestre con le opportunità di recupero delle lacune accumulate, facendo incontrare gli alunni più grandi della scuola o addirittura gli ex studenti che nel frattempo erano andati all’università”.

Torniamo alla scuola del mattino

“Le aule erano senza classi, si spostavano gli alunni presso le aule delle singole discipline. Con questo abbiamo anche abbattuto i rischi e i pericoli che si corrono nel cambio d’ora. Quando nelle rispettive aule mancano gli insegnanti, gli alunni sentono il bisogno di muoversi, con i rischi che ne conseguono. Ecco, muovendosi verso le altre aule si sono pure accorti che era normalissimo spostarsi. Tutto questo, e altro ancora, si può fare anche in Italia. L’insegnamento non è detto che si debba fare sempre allo stesso modo. Se una persona per ipotesi si fosse allontanata dal nostro Paese e fosse tornata dopo 50 anni, ecco, al ritorno avrebbe visto a scuola le stesse cose che si facevano cinquant’anni orsono. E questo è gravissimo”.

C’è tanto da fare ancora

“Pensi alla scuola dell’infanzia. Là gli ambienti dell’apprendimento sono a misura di bambino, proprio per farli muovere, i bambini. Li si fa disegnare e si consente loro di svolgere tante altre attività. Appena arrivano alla primaria che cosa succede?”

Che cosa succede?

“Non possono più muoversi, né distrarsi. Il mio nipotino mi racconta addirittura che come educazione motoria fanno… teoria. Ma scherziamo? Ma come si fa? Nella scuola primaria è così, nell’infanzia no. Più indietro vai e più la scuola è a misura di bambino. Per altri versi, mentre nelle industrie oggi si lavora molto per gruppi di ricerca, a scuola questo non si fa. A scuola tu fai la lezione, uguale per tutti, e poi ognuno deve dare la propria spiegazione durante l’interrogazione . La componente collaborativa non la imparano a scuola certamente. E invece dovrebbero impararle”.

Lei parla spesso di rigenerazione della conoscenza. A che cosa allude?

“Io penso che dovremmo renderci conto del fatto che la conoscenza che non è chiusa, non può essere. Io e lei non ci conoscevamo prima di questa intervista, ma con il nostro incontro miglioriamo la nostra conoscenza. Nella scuola questo non succede: l’insegnante prepara a casa la lezione, la porta in classe, la spiega a tutti quanti, dà dei compiti da studiare, e infine interroga o fa una verifica scritta. Questo non è sviluppo, né rigenerazione della conoscenza, che si ottiene solo con il contraddittorio, con il confronto. Ma noi non li facciamo quasi mai lavorare per gruppo, i nostri alunni, poi ci lamentiamo che non studiano. Ma è molto arido quel che diamo ai nostri alunni. Ai miei tempi – si dice – era meglio. Ma all’epoca avevamo paura degli insegnanti. Dire questo, e cioè che si studia per paura, non è una gran cosa. Studiare per la paura del docente che poi ti boccia non è una gran cosa. In molti paesi hanno tolto il voto, noi invece no. Diciamo di lavorare per competenze e però all’improvviso non ci preoccupiamo più di sapere se l’hanno acquisita quella competenza, ma ci preoccupiamo del voto. Quando lei partecipa a un corso per la certificazione vengono verificate quattro competenze, nella scuola no. Un tempo il doposcuola prevedeva attività libere. Lì vedevamo come gli alunni che non andavano bene in italiano andavano bene nelle attività pratiche, ma poi chi valutava quelle competenze? Arrivano anche oggi alla primaria e sanno solo leggere scrivere e far di conto. Guardi, possono fare le riforme che vogliono, ma se non cambia la classe degli insegnanti non si andrà da nessuna parte. Per ora il cambiamento avviene solo nelle singole aule dove operano i singoli docenti. E questo lo dobbiamo più a Orizzonte scuola, mi consenta di dirlo, che non alla formazione, neppure a quella che facevano un tempo i sindacati

Torniamo ancora sulla scuola aperta. Le esperienze sono varie in tutta Italia e si stanno moltiplicando anche le esperienze di scuole all’aperto e di scuole nel bosco, come abbiamo spesso raccontato.

“Sono contento che anche altri diffondano l’idea di scuola aperta. Questo fa capire che la scuola è vostra, cari studenti, come dicevo sempre: non restate a casa con il vostro tablet, venite e imparate di più. Ai miei docenti dicevo di andare verso questa direzione. Io li incoraggiavo e loro lo facevano ma erano talvolta piuttosto restii. Io dicevo: se ve lo dice il vostro preside lo potete fare. I docenti devono essere sostenuti e io li ho sostenuti. Ma capisco che fare sempre le stesse cose è rassicurante. Invece devi spiazzarti e soprattutto devi spiazzare i ragazzi”.

Entriamo nel pratico: come aveva organizzato la scuola aperta di pomeriggio?

“Intanto e aule del pomeriggio non dovevano riprodurre ciò che si faceva nelle aule del mattino, pur aperte. Sul piano pratico, io consideravo il turni dei bidelli, tenevo conto di quanti ne avevo. Avevo anche un corso serale. Mi dicevo: posso usare un intero spazio o un angolo della scuola e ogni gruppo di alunni si sceglieva un’attività, naturalmente con una presa di responsabilità dei ragazzi. I quali, se invece volevano farsi seguire da un adulto me lo dovevano dire. Se volevano fare musica o parlare d’amore o di film potevano farlo, dovevano solo dirlo. Anche se volevano far venire delle persone da fuori, potevano farlo, ma me lo dovevano dire”

Le famiglie erano contente?

“Le famiglie erano contente, lo erano un po’ meno quelle fuori sede quando dovevano accompagnare i figli per il pendolarismo, ma devo dire che spesso li spingevano a partecipare. Il fatto è che quando sei abituato a passare il tuo tempo con lo smartphone o per strada è difficile cambiare idea. Le confesso che nel farlo mi piaceva questa faccenda: pure i dirigenti scolastici devono avere una passione, non devono essere solo dei manager finti o degli esecutori. Vedere i ragazzi che tornavano a scuola, dopo un panino, ma lei ci pensa? È una cosa bella, una cosa che gratifica. Non guadagni niente, certo. Ma l’idea che volessero rientrare a scuola per me era straordinaria”.

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