Scuola a giugno? “Non è una questione di quantità”. “Selezionare dirigenti anche su aspetti pedagogici e didattici” Intervista a Daniele Novara

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La scuola resta un argomento fortemente attenzionato anche dopo la nascita del nuovo Governo del Presidente Draghi. Al nuovo ministro Bianchi spetterà il compito di trovare le soluzioni alle annose problematiche emerse durante il periodo pandemico. Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista e fondatore del CPP Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, lei aveva lanciato un appello, prima della formazione del governo Draghi, chiedendo che all’istruzione venisse scelta una persona che conoscesse il mondo della scuola. E’ contento della scelta fatta?

L’idea nasceva dalla scelta del Presidente Joe Biden negli Stati Uniti che aveva indicato quale segretario all’Istruzione Miguel Cardona, un ex insegnante di 45 anni di origini portoricane, che è un estremo sostenitore della riapertura delle scuole rispetto alla didattica a distanza. La cosa che mi aveva maggiormente colpito è che Cardona, pur essendo un politico, tenesse a sottolineare che lui fosse un insegnante a tutti gli effetti. Con questa suggestione che arrivava dagli Stati Uniti ho provato a proporre un’operazione simile al Presidente Draghi ed in particolare nell’appello chiedevo di individuare una personalità che facesse parte della scuola, che la conoscesse e che oltre alle capacità amministrativa, logistica ed economica, avesse anche una sufficiente cultura pedagogica. In passato abbiamo avuto Ministri dell’Istruzione provenienti da vari ambiti, perfino da quello medico. In un governo tecnico il mio auspicio era quello che fosse individuata una persona di cultura pedagogica perché la pedagogia è quella scienza pratica che sta alla base dell’apprendimento, dell’educazione e specialmente della scuola. Nell nostra Repubblica non c’è mai stato un pedagogista alla guida del Ministero dell’Istruzione, abbiamo avuto tanti insegnanti ma mai un pedagogista. Alla fine la scelta del Presidente Draghi è andata sul Professor Patrizio Bianchi, un economista con ampia esperienza amministrativa e che ha ricoperto l’incarico di Assessore all’istruzione per la Regione Emilia Romagna per due mandati. Non giudico questa decisione, il mio auspicio era a prescindere dalle persone da indicare, ma il punto che volevo sollevare, e su cui volevo porre l’attenzione, era che i problemi della scuola, che ormai si trascinano da troppo tempo, non sono legati a problemi amministrativi o sindacali, ma da una discordanza, una sorta di allontanamento, tra la scuola italiana e la pedagogia. Il problema è che alla base della scuola italiana non c’è una vera e propria scienza pedagogica. Anche la figura del pedagogista in Italia è praticamente assente. Come esempio porto il mio caso, in pratica posso definirmi pedagogista perché ho un contratto di docenza per un Master presso l’Università Cattolica di Milano, altrimenti non c’è modo per arrivare a livello legittimo, istituzionale, a questo titolo. Trovo questa situazione grottesca, in pratica per arrivare al titolo di pedagogista bisogna essere un accademico, ma la pedagogia è una scienza pratica, deve essere operativa, con le mani in pasta. Il pedagogista deve stare con i bambini, con gli insegnanti, con i genitori, con i progetti. E’ il contrario del concetto accademico dove a prevalere è l’aspetto teorico, lo trovo un grave vulnus per la nostra scuola. Se pensiamo ad altre figure di professori universitari nella maggior parte dei casi vengono da esperienze pratiche, penso a medici, avvocati, architetti. Trovo questa realtà distorta dove la scuola è come se andasse per conto suo. Ne sono un esempio le lezioni frontali, come se fossero una cosa ovvia per la scuola, ma in realtà è il dispositivo più complicato per far imparare qualcosa a qualcuno. Se iniziassi a fare una lezione sul mutuo insegnamento nella storia della pedagogia lei dopo dieci minuti se non dorme comunque avrà difficoltà a seguire. Oggi nessun pedagogista sostiene la lezione frontale a scuola, perché non ha attinenza con l’efficacia dell’apprendimento. Il mio desiderio è che il Ministero saldasse questo iato tra la scuola e la scienza della scuola, finché non riusciremo a chiudere questo precipizio ritengo che difficilmente la scuola potrà avere uno scatto di qualità, magari si inventeranno soluzioni logistiche o tecnologiche, ma la tecnologia è un sussidio scolastico e non può sostituirsi alla scuola. Questo è alla base del grande equivoco della DAD, ovvero il pensiero che se stiamo davanti al computer facciamo scuola, ma il computer è uno strumento per fare scuola e non può essere la scuola, questo è fondamentale. Noi tecnici da tempo lanciavamo l’allarme sul fatto che una grossa parte degli alunni non seguisse la DAD, per vari motivi, adesso che lo ha detto il Presidente Draghi ci si accorge che il 40% dei ragazzi non seguiva la didattica a distanza. Detto ciò, ritengo che per trovare soluzioni efficaci si debba iniziare dal far riconciliare la scuola con la sua scienza, la pedagogia.

Sul vostro sito del CPP c’è un interessante articolo di Raffaele Mantegazza intitolato “La scuola è un organismo vivente.” Mantegazza precisa che la scuola non è una macchina che si accende e si spegne a proprio comodo, ma un organismo che impara e insegna, dove le regole si mediano pedagogicamente per farle entrare dentro l’abitudine.

Mantegazza è un caro amico a cui piacciono le metafore filosofiche, anche grazie alla sua preparazione in questo campo. Certo che è un organismo, io direi che è un organismo comunitario che non si può accendere e spegnere come una lampadina, ma bisogna crearne le condizioni. Negli anni ’90 nelle scuole c’erano tanti progetti incentrati sull’accoglienza, oggi sono praticamente scomparsi. Ma gli alunni devono sentirsi bene a scuola, devono sentirsi parte di questa comunità, di questo organismo. Bisogna creare quel substrato per cui tutti si sentano protagonisti, non solo gli insegnati e i dirigenti, anche perché i protagonisti principali sono gli alunni. Credo che Raffaele voglia dire che non esiste quel quid che ci permetta di cambiare la scuola in un attimo, come per magia, non ci può aiutare Harry Potter. Dobbiamo imparare ad impastare questa mistura fatta di tanti elementi, tutti estremamente importanti. Dobbiamo Trovare il coraggio di cambiare, di trasformare una scuola che è ferma. Proprio per questo motivo sto preparando una lettera da inviare al Ministro nella quale porto all’attenzione un problema ormai decennale per la scuola, ovvero che manca una formazione pedagogica degli insegnanti. Tutte le ricerche mondiali ribadiscono che la qualità della scuola è rappresentata dalla qualità dei suoi insegnanti, quindi una scuola che non considera attentamente la formazione pedagogica del suo personale docente è destinata ad avere sempre delle frane perché manca il terreno sotto i piedi. Non basta conoscere la materia. Solo come esempio riporto un episodio che mi è capitato qualche giorno fa nel quale una famiglia mi raccontava che dovevano trascorrere il fine settimana a casa perché il figlio, che frequentava la prima classe della scuola secondaria di primo grado, doveva studiare ottanta pagine di scienze. Credo che questo esempio rappresenti il paradosso della concezione di apprendimento che alcuni insegnanti hanno. La scuola è una comunità di apprendimento e imparare è sempre un fattore applicativo operativo. Queste cose sono ovvie per chi si occupa di pedagogia, ma purtroppo è quello che sta mancando al mondo della scuola. Per capirci, della pedagogia della Montessori non abbiamo che alcune scuole e a prevalere è ancora la concezione della scuola di Gentile. Ma Gentile non era un pedagogista, era un filosofo idealista che aveva adottato una riforma della scuola di tipo piramidale dove al vertice c’era il liceo classico. Siamo ancora fermi lì, dobbiamo uscire da queste aforie.

Mi voglio ricollegare a questo aspetto della formazione dei docenti e al discorso che facevamo sulla pedagogia. Lei da tempo ha posto l’attenzione sulle modalità di reclutamento dei dirigenti scolastici ed in particolare sull’assenza di domande di carattere pedagogico nella prova selettiva.

Faccio riferimento ad una situazione nota a tutti. Abbiamo un’evidente carenza di dirigenti scolastici, ancora oggi molti hanno delle reggenze di altri istituti oltre il proprio. Nell’ultimo concorso per i nuovi dirigenti, circa tre anni fa, il Ministero predispose una prova selettiva a risposta multipla dove erano presenti 100 domande. Ho avuto modo di visionare queste domande e con enorme stupore e scalpore ho riscontrato che non vi era nessuna domanda di pedagogia o di didattica, ma solo domande di carattere giuridico-amministrativo. E’ logico che se partendo dai dirigenti viene accantonato ogni forma di preparazione sui processi di apprendimento e quindi sulla pedagogia, il risultato rischia di essere scadente da questo punto di vista. Avremo dirigenti che sicuramente sono ottimi amministratori, ma mi chiedo se siano consapevoli che devono amministrare un “organismo”, come abbiamo detto prima, che si occupa di didattica di apprendimento, di alunni, di genitori, ti tutta questa popolazione che ha delle esigenze e delle pretese. I segnali che la scuola non sta facendo bene sono tanti, poi abbiamo anche dei segnali positivi, penso al ritorno nella scuola primaria di una valutazione non numerica, ma ti tipo narrativo-discorsivo con quattro opportunità, è estremamente importante. Il ritorno nel 2009 ai voti numerici è stata un’idea assurda, anti europea, anti pedagogica. I numeri cristallizzano la valutazione e creano la possibilità di tante comparazioni competitive. Essere riusciti a correggere questo aspetto vuol dire che ogni tanto si riesce a fare qualche passettino in direzione pedagogica e non solo in direzione amministrativa.

Professor Novara, sentiamo continuamente parlare dei problemi della scuola legati ai trasporti, ai banchi, agli spazi, ma poco si dice dei problemi degli studenti. lei aveva anticipato questo aspetto in un suo libro “i bambini sono sempre gli ultimi”. E’ così?

Oggi a prevalere è la dimensione logistico-sanitaria. Pensiamo a tutta l’enfasi sulla situazione dei trasporti, che in grossa parte sono stati risolti, ma nonostante ciò i ragazzi della scuola secondaria di secondo grado restano in DAD al 50%, è una situazione imbarazzante che non ha senso, i ragazzi devono tornare a scuola al 100%. Dobbiamo smetterla di ragionare in termini logistico-sanitari, a scuola ci vuole metodo, ci vuole didattica, ci vuole capacità di regia professionale nei confronti dell’organizzazione dell’apprendimento. Stesso discorso vale per i bambini della scuola primaria che sono a scuola in una specie di limbo. Nel DPCM di novembre è stata reintrodotta la mascherina, un’operazione della quale non si capisce l’utilità visto che molti studi ci dicono che la contagiosità tra i bambini è bassissima e la morbilità tra di loro è praticamente inesistente. Queste decisioni sono adottate più sull’onda emotiva che di un vero carattere di sicurezza. E’ un tornare a prendersela per l’ennesima volta con i bambini, come è accaduto lo scorso anno quando si è preferito autorizzare la passeggiata sotto casa con il cane piuttosto che quella con i bambini. Sono molto preoccupato per questi ragazzi, che vedono costantemente lesi i loro diritti. Penso in particolare agli adolescenti, non possiamo costringerli a stare nelle proprie case chiusi con i genitori, è un qualcosa che va contro natura, eppure ho sentito interviste nelle quali si esaltava questo aspetto di recupero del rapporto con i genitori da parte degli adolescenti, questo vuol dire non essere consapevoli di cosa significhi essere adolescenti e dell’importante aspetto della ricerca della propria individualità che parte appunto dal distacco dalla famiglia di origine. Abbiamo situazioni psichico-comportamentali molto pericolose, molti ragazzi a casa nemmeno lo aprono il computer, altri hanno smesso di andare a scuola. Non esiste solo il virus, dobbiamo capire che esistono altri aspetti legati alla salute globale. Senz’altro il virus può colpirci, ma rischiamo di trascurare tutto l’aspetto psico-emotivo che sta creando dei disagi terribili senza delle vere motivazioni. Quali sono i vantaggi di mantenere i ragazzi in DAD al 50%? Se pensiamo che il cinque gennaio, con le scuole chiuse da dodici giorni, abbiamo registrato il picco dei morti, 659, vuol dire che i focolai non sono nelle scuole, ma temo che siano proprio nelle abitazioni. Mi sento di affermare, senza mezzi termini, che le scuole sono ambienti sicuri sia sotto l’aspetto psicologico che sanitario e vanno riaperte.

Lei parla spesso di imparare la gestione dei conflitti, oggi fatti di cronaca ci portano a vicende drammatiche di risse e accoltellamenti con tragiche conclusioni. Lo stress pandemico non aiuta, cosa possiamo fare?

La rissa è violenza, su questo non vi è dubbio, non è conflitto e non è litigio. Dobbiamo però chiederci da dove nasca tutto ciò, l’isolamento è una di queste cause. I ragazzi da un anno non interagiscono più e vivono in uno stato di prostrazione che definirei psico-virtuale o psico-digitale. Un adolescente ha bisogno del contatto corporeo e sensoriale con i suoi simili, è un’età dal punto di vista ormonale di grande esplosione corporea che non si sa che fine faccia. Sembra quasi che in queste risse i ragazzi cerchino un contatto corporeo che in qualche modo gli è proibito. E’ una soluzione deviata del problema, le risse vanno condannate senza mezzi termini, ma dobbiamo riflettere sulle situazioni di forte disagio per questi ragazzi che stiamo creando noi adulti con decisioni sbagliate. Però dobbiamo capire che per imparare a stare con gli altri è necessario stare con gli altri. Restare chiusi in casa magari a giocare con videogiochi del tipo “sparatutto” ti porta a perdere il senso della realtà e il limite dei confini. La scuola da questo punto di vista è fondamentale, anzi mi sento di dire che la scuola è il luogo dove si deve e si può imparare a gestire le contrarietà reciproche. Mi sarebbe piaciuto che nella nuova materia di educazione civica ci fosse una specifica voce “gestione dei conflitti”, perché la base della democrazia, della convivenza, è saper stare con gli altri quando ci sono le contrarietà. Spero che si possa introdurre questo aspetto a scuola, saper gestire i conflitti, saper litigare bene, saper comunicare nella contrarietà è importante per una sana convivenza e per prevenire questi fenomeni deviati, ai quali abbiamo tragicamente assistito, che sono un problema prevalentemente educativo e la scuola se ne deve far carico.

Chiudiamo con un’ultima domanda. Si parla di un prolungamento delle lezioni fino a fine giugno per “recuperare il tempo perso”. Lei cosa ne pensa?

Bisogna dire senza mezzi termini che la questione della scuola non è una questione di quantità. Stare a scuola tanto non è necessariamente un vantaggio anche perché ci troviamo in una scuola che è ancora incerta dal punto di vista pedagogico e metodologico. Preferirei che il dibattito si spostasse sulla formazione pedagogica degli insegnanti, sulla qualità pedagogica della scuola, sulle metodologie didattiche. Non credo sia rilevante se i nostri ragazzi resteranno a scuola fino al dieci giugno o fino al ventotto, cambia poco. Quello che importa è che questa attenzione, questi riflettori che si sono accessi sulla scuola ci portino finalmente ad analizzare i possibili cambiamenti e ribadisco che il cambiamento più importante è la formazione degli insegnanti che permetta alla scuola di essere veramente un’istituzione al servizio della crescita dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, non un parcheggio né un parcheggio davanti al computer. Spostiamo il dibattito nei canali di una riqualificazione della nostra scuola, è molto importante. Non dimenticherei un’altra questione che riguarda il periodo estivo che sta arrivando. D’estate è molto importante che bambini e ragazzi facciano esperienze di avventure, di esplorazione, di apprendimento; penso alle lingue, ai campi di volontariato, allo sport. Dopo un anno così stressante credo sia fondamentale ripartire con queste attività, usciamo dai confini puramente scolastici mentre manteniamo i confini di una scuola sconfinata. Non dobbiamo irrigidirci, apriamoci a nuove esperienze. Se abbiamo un modello di scuola che non sia solo quella delle lezioni frontali, che la scuola finisca di 10 o il 28 giugno cambia poco, ma se è la scuola delle 80 pagine di scienze da preparare nel weekend allora credo che sia meglio che termini il prima possibile.

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