Scrivere a mano è bello e fa bene alla mente

di Elisabetta Tonni
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Un tempo, molto lontano, erano gli amanuensi. A loro era affidato il delicatissimo e altrettanto importante compito di trascrivere i testi per tramandare il sapere. Il compito affidato nell’antica Roma ai servi divenne nel Medioevo di dominio dei monaci. Con l’invenzione dei caratteri mobili e soprattutto nell’era attuale di macchine da scrivere, computer e telefonini, la scrittura a mano è sempre meno utilizzata. 

Eppure i nuovi dispositivi trovano la critica negativa di alcuni professori. Non si tratta di una resistenza al progresso, ma di considerare gli aspetti collegati all’attività della scrittura a mano. Impugnare la penna facilita lo stimolo del pensiero  e quello del ricordo, riducendo la dipendenza da tastiera.

I meno giovani ricorderanno anche gli esercizi di “bella calligrafia” soprattutto durante le classi elementari.

La bellezza della scrittura è stata oggetto del convegno “Ri-Trascrizioni, la scrittura manuale tra storia, arte e neuroscienze” presso l’Università di Pavia.

Come riportato su un articolo di Repubblica, il simposio fa parte di una progetto in più città per l’esaltazione del valore cognitivo.

Alcune opere sono già in fase di trascrizione nell’Università di Pavia, nel museo di Stintino, ma anche presso l’abitazione privata a Milano di Gabriella Bottini, professoressa di neuropsicologia proprio presso l’Ateneo che ha organizzato l’evento.

“Prendere appunti a mano – è questa una sintesi della spiegazione della docente – è qualcosa di più attivo e coinvolgente. Nello scrivere a mano, lo sguardo è puntato sulla mano che guida la penna sul foglio. Se invece scriviamo sul computer, invece, la mano corre sulla tastiera, ma lo sguardo è rivolto altrove. Questa divergenza fra occhio e mano può penalizzare la memoria”.

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