Scolaro disabile si ferisce cadendo da una finestra: un mese di reclusione all’ “assistente alla persona”

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La III Sezione Penale della Corte di Cassazione (sentenza n. 9347 del 9 marzo 2020), in relazione a una vicenda giudiziaria, dove si è discusso sulla responsabilità per la caduta di un alunno disabile dalla finestra di un’aula giochi di una scuola, ha condannato, in via definitiva, a un mese di reclusione, un “assistente alla persona”, per non avere adeguatamente sorvegliato il bambino.

I fatti

Un minore, ipovedente e non autonomo nei movimenti, si era arrampicato su dei cubi di gomma di grandi dimensioni, posti sotto una finestra, ed era caduto dall’altezza di tre metri, riportando “lesioni personali giudicate guaribili in sette giorni”.

La condanna dell’“assistente alla persona” per omessa vigilanza

L’“assistente alla persona”, incaricata di fornire aiuto materiale all’alunno, veniva accusata di “omessa sorveglianza sul minore”. In primo grado i giudici, ricostruito l’episodio, hanno dichiarato responsabile tale “assistente alla persona”, condannandola a “un mese di reclusione”, e con obbligo di risarcire la parte civile (i genitori del bambino).

L’ipotizzata responsabilità di bidello e docente di sostegno

 La vicenda approda in Cassazione, dove l’avvocato della donna affermava che alla sorveglianza del bimbo fosse preposta l’insegnante di sostegno e che la stessa vigilanza non rientrava nelle mansioni della sua assistita, la quale “non era tenuta ad essere presente nell’aula ludica”, anche perché “il soggetto organico alla scuola responsabile in caso di assenza dell’insegnante era il bidello”. Lo stesso avvocato sottolineava anche che “l’assistente alla persona non ha obblighi di sorveglianza, ma solo compiti materiali, quali pulizia ed alimentazione”. Pertanto, il legale concludeva che all’assistente alla persona non competeva la vigilanza sul minore, bensì tale obbligo risultava, al contrario, gravante sull’insegnante.

La conferma della condanna da parte della Cassazione

 I giudici della Cassazione evidenziano che la condizioni di salute del bimbo, considerato che camminava carponi, escludevano che avesse compiuto movimenti rapidi ed imprevedibili tali da sfuggire al generico controllo che qualsivoglia adulto avrebbe potuto esercitare nei suoi confronti. Per l’effetto, l’assistente alla persona, essendo rimasta da sola in aula con il bambino, risultava l’unico soggetto gravato della posizione di garanzia, anche in considerazione della circostanza che per impedire l’evento verificatosi non occorreva alcuna specifica competenza o abilità. Per la Cassazione la posizione “di garanzia” può derivare o da un’investitura formale o da una situazione di fatto, come quella in esame, rispetto alla quale il Giudice d’appello aveva già rilevato che qualsiasi adulto, nelle condizioni in cui si trovava, nell’aula ludica, da solo e con il minore disabile, era chiamato a prestare le cautele del caso per impedire l’evento, tanto più che non era richiesta alcuna specifica competenza.

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