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“Sbagliato studiare per ottenere un buon voto, significa mercificare il sapere. Rompere triade spiegazione-interrogazione-voto”. INTERVISTA al professor Corsini

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“Non si può fare la valutazione descrittiva e formativa se l’unico modo di concepire la didattica è quello basato sulla triade spiegazione-interrogazione-voto. Bisogna romperla, questa triade. Occorre mettere la valutazione in mezzo. Posso iniziare con una valutazione e poi, in mezzo, assumo delle decisioni in base alla valutazione. La valutazione non va pensata come un fine che sta alla fine ma come un mezzo che sta in mezzo perché ciò che abbiamo appreso dalla psicologia dell’apprendimento è che non c’è nulla di più sbagliato che studiare per ottenere un buon voto perché significa mercificare il sapere”.

Cristiano Corsini è professore ordinario di Pedagogia sperimentale all’Università Roma tre. È convinto che la valutazione formativa e descrittiva degli studenti sia più proficua sia sul piano del miglioramento del livello degli apprendimenti, rispetto a quella numerica, sia sull’efficacia dell’insegnamento. Non invita a trasgredire la legge, ma segnala che la legge impone la valutazione numerica solo a fine quadrimestre o trimestre e negli scrutini finali. La legge, precisa lui “chiede un congruo numero di valutazioni, non di voti numerici. Poi le singole scuole stabiliscono quante valutazioni siano necessarie, questo è demandato all’autonomia. Ma una cosa è dire valutazioni a quadrimestre, un’altra è dire mettere voti e non descrizioni”.

Nella valutazione in itinere, dunque, sta al docente valutare in maniera responsabile. Corsini non crede alle imposizioni. Ogni docente, spiega, deve sentirsi libero di valutare, in itinere, come crede: con i voti o con le descrizioni. E se lui si prende la responsabilità di valutare e stabilire gerarchie tra sommersi e salvati è bene che lo faccia consapevolmente. Ma non s’illuda che lo faccia per migliorare gli apprendimenti: sta solo riproducendo le differenze in ingresso degli apprendimenti, di stato socio economico. Non è un caso che il livello degli apprendimenti sia associato al livello sociale degli studenti”.

E sulla questione Morgagni, il liceo scientifico romano che come abbiamo riferitoha attivato la sezione senza voti, attirando qualche critica oltre a tanti attestati di stima, Corsini è caustico: “Dico che sia necessario informarsi con i diretti interessati prima di scrivere giudizi, altrimenti si rischia di fare figuracce” .

Professor Cristiano Corsini, la valutazione descrittiva secondo lei è praticata nelle scuole secondarie?

“L’esperienza esiste perché è praticata da anni nelle scuole. Non c’è nessuna normativa che imponga agli insegnanti di dare un voto in itinere ai propri alunni. Il voto va certo dato nello scrutinio intermedio e in quello finale. Dipende dall’ordinamento della scuola. Pensiamo alla scuola primaria, dove ci sono quattro livelli. Oppure pensiamo alla riforma degli anni ‘70 per primaria e media, con l’introduzione dei giudizi. Anche quelli erano voti. Il voto va nella scheda. Invece, in itinere, si può decidere di scrivere, ad esempio buono o ottimo, che è un giudizio sintetico ed è un voto. Ma il docente se lo ritiene può mettere invece un riscontro descrittivo con cui il spiega quali siano le difficoltà dell’alunno, come si può migliorare, cosa non si è fatto bene fino a quel momento. Di fronte a un tema o a un colloquio orale o a una verifica oggettiva noi possiamo esprimere una descrizione che spieghi come migliorare la situazione oppure possiamo dire: 6, 7, 8 32, ottimo. La prima – la descrizione – ha una sua riconosciuta efficacia e chi sceglie questa strada vede i miglioramenti. Su questo c’è una evidenza empirica: una seria indagine che mette a confronto questi due metodi spiega che nel 99 per cento dei casi si registra che chi attua la descrittiva ha un miglioramento più accentuato e statisticamente significativo”.

Professore, la critica che qualche docente le fa sui social è che voi professori universitari date queste indicazioni agli insegnanti delle scuole ma poi all’università voi stessi mettete i voti, mica fate la descrittiva. Che cosa risponde?

“Rispondo che è una critica giusta. All’università la valutazione descrittiva si fa ancora meno che nella scuola secondaria. C’è un movimento a scendere: si parte dalla primaria, poi alla secondaria di primo grado si fa meno, ancora meno nella secondaria di secondo grado e infine all’università è assente. La critica è vera ma è ingiusta se rivolta nei miei confronti”.

Quindi lei all’università la attua. Come fa?

“In vari modi. Per esempio, prima di fare una lezione faccio un test. Nei primi dieci minuti propongo delle domande, poi svolgo cinquanta minuti di lezione frontale. A seguire faccio dei test e infine discutiamo in merito alle risposte che hanno dato gli studenti. Non solo si discute ma si forma un feedback. Tutto questo si può fare con varie metodologie, e si può individualizzare il feedback a seconda delle risposte degli alunni”.

Scendiamo un po’ di più nel concreto

“Ad esempio se tu dai la risposta C al test, risposta che è sbagliata, oltre a dirti che la risposta è sbagliata, io ti dico di andare ad esempio a pag. 75 del libro, ti invito a leggere quel passaggio, oppure ti consiglio di guardare quel video: ecco, questi sono alcune delle tante modalità con cui si possono usare le risposte degli studenti per organizzare delle attività didattiche. In questo modo il docente dà un riscontro descrittivo agli studenti su quello che hanno fatto. E questo incide positivamente non solo sull’apprendimento ma anche sull’efficacia dell’insegnamento”.

Perché

“Perché se ho cento studenti in aula e altri cento a distanza, nel momento in cui avrò proposto il test e lo avrò corretto, poi osserverò le risposte in cui sono andati peggio e mi accorgerò che io docente non sono stato perfetto nella mia lezione. A quel punto correggerò il tiro per spiegare quell’argomento in un altro modo: può succedere che una volta sei comprensibile e l’altra no, possono intervenire tanti fattori. La valutazione formativa è un modo per regolare la propria attività didattica, dà forma all’insegnamento e all’apprendimento: una volta fatta, tu docente prendi decisioni su come fare meglio. Se metti un numeretto che ci capisci?”

Però si rischia di scontrarsi contro dei tabù

“Ma non si può fare la valutazione descrittiva e formativa se l’unico modo di concepire la didattica è quello basato sulla triade spiegazione-interrogazione-voto. Bisogna romperla, questa triade. Occore mettere la valutazione in mezzo. Posso iniziare con una valutazione poi, in mezzo, assumo delle decisioni in base alla valutazione. La valutazione non va pensata come un fine che sta alla fine ma come un mezzo che sta in mezzo perché ciò che abbiamo appreso dalla psicologia dell’apprendimento è che non c’è nulla di più sbagliato che studiare per ottenere un buon voto perché significa mercificare il sapere. Noi impariamo le cose perché quelle cose ci arricchiscono. Se lo facciamo per il voto, il giorno dopo le dimenticheremo. Per questo la valutazione descrittiva – che descrive per dare forma all’insegnamento – è il più delle volte più efficace rispetto a quella rappresentata dalle sintesi rappresentate dai voti. Che poi… questi voti non sono né precisi né chiari”.

Beh, dipendono dalle griglie che usano i docenti

“Questo succede solo nel migliore dei casi. Ma spesso i voti nascondono pregiudizi e distorsioni. I voti conferiscono una patina di scientificità a un’operazione che di scientifico non ha nulla. La gente pensa che si possa fare la media aritmetica tra 8 e 10. Ma fare la media tra 8 e 10 è la cosa meno scientifica del mondo. Posto che sia possibile fare questa media – e non lo è – occorre considerare che nelle due valutazioni potrebbero esserci state situazioni diverse e obiettivi differenti. Su questa media, ahimè, basiamo anche all’università la valutazione sommativa, cioè la laurea. Non è più solo un problema delle scuole. E’ un modo poco sistematico, basato su luoghi comuni, su pregiudizi che diventano prassi che non si mettono in discussione. Si fa così, ma non ha più senso. A meno che il fine della valutazione non sia quello di stabilire una gerarchia…”.

Ma la scuola non è un concorso…

“No, non lo è. E non lo è neppure l’università. A scuola l’obiettivo non è quello di far prendere dei 10. Il docente deve portare tutti a un livello adeguato degli apprendimenti, non può essere quella la funzione. La funzione è quella di migliorare gli apprendimenti e allora perché usare il voto? Lo usi alla fine, perché questo lo impone la legge. Io non voglio invitare nessuno a trasgredire la legge. Però proprio per questo segnalo che la legge dispone per la valutazione finale. Ma in itinere la responsabilità è del docente. E se lui si prende la responsabilità di valutare e stabilire gerarchie tra sommersi e salvati è bene che lo faccia consapevolmente. Ma non s’illuda che lo faccia per migliorare gli apprendimenti: sta solo riproducendo le differenze in ingresso degli apprendimenti, di stato socio economico. Non è un caso che il livello degli apprendimenti sia associato al livello sociale degli studenti”.

Professor Corsini, se un docente ha ogni anno più di cento alunni, passare dalla teoria alla pratica potrebbe diventare faticoso. La valutazione numerica finisce spesso per essere più comoda e viene ritenuta altrettanto efficace

“Ci sono tanti metodi, si possono usare tanti strumenti che ci aiutano nella valutazione. E del resto come lo costruisci un 7? Usando la griglia, utilizzi lo stesso tempo. Quindi la valutazione descrittiva non è che mi costringa a usare più tempo, mi induce semmai a esplicitare cose che prima erano implicite. E che con la descrittiva sono comunicate in maniera chiara ed esplicita. In realtà la questione del tempo è molto relativa, non è vero che si perde più tempo. E’ chiaro che se uno è abituato a valutare in modo poco responsabile vorrà dire che dovrà metterci più tempo, ma se uno valutava già prima in maniera responsabile, con la descrittiva farà lo stessa cosa e nello stesso tempo. Se prima dietro a un 7 c’era un ragionamento ora si tratterà solo di eplicitare un ragionamento. Certo, se prima dietro a un 7 c’era un pregiudizio, capisco che adesso c’è qualche problema”.

Eppure ci sono sono docenti che se danno un 2 a settembre, questo voto influirà negativamente sulla media finale del profitto dello studente. Che cosa ne pensa?

“Chi fa questo è un insegnante che fa delle scelte poco educative e soprattutto poco rigorose perché non riconosce l’avvenuto miglioramento dello studente. Quello studente magari ha appreso andando al di là delle aspettative dell’insegnante ed è fondamentale riconoscere l’avvenuto miglioramento. Questo è importante, tra l’altro lo studente è migliorato grazie al docente e al suo lavoro. Si tratta di essere più laici nella visone della valutazione. Bisogna smetterla di concepirla come se fosse un’arma per ottenere disciplina. La valutazione è invece uno strumento che ci consente di migliorare gli apprendimenti”.

Professore, ha fatto scalpore la decisione del Liceo Morgagni di Roma di attivare una sezione in cui non si mettono voti se non alla fine dei quadrimestri. Questa decisione ha avuto una notevole esposizione mediatica che ha spinto molti a esprimere pareri positivi, ma qualcuno è arrivato a usare parole forti contro i professori del liceo romano e anche sui social i docenti protagonisti dell’esperienza romana sono stati oggetto di riflessioni non sempre positive anche da parte di colleghi di tutta Italia”.

“Sulla questione Morgagni dico che sia necessario informarsi prima di scrivere giudizi”.

Informarsi con chi?

“Con gli insegnanti, con i ragazzi, con la dirigente, credo che sia l’unica cosa da fare se vuole esprimere un parere, altrimenti si fanno figuracce. Mi pare che nessun esperto di valutazione abbia espresso pareri negativi. Io avendo parlato con insegnanti di quella scuola esprimo un parere molto positivo. L’impressione è che stiano lavorando molto bene e sono molto contento. La scelta del Morgagni è fondata sulle prassi e non sui luoghi comuni”.

 
 

 

 

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