Saraceno: non si può andare a scuola come al mare, famiglie insegnino a vestirsi in base ai contesti. Serve patto educativo

di Elisabetta Tonni
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Con l’arrivo della bella stagione, molti studenti si lasciano prendere la mano: le gonne si accorciano sempre di più e le canotte sono quelle della spiaggia, costringendo i presidi a correre ai ripari e stilare un ‘dress code’, cioè un elenco di regole sull’abbigliamento con cui presentarsi in classe.

La professoressa Chiara Saraceno, una delle sociologhe di maggior fama, è stata docente di sociologia della Famiglia all’Università di Torino.

Professoressa, ha letto? Alcune scuole hanno messo per iscritto che non si può andare a scuola con le bermuda. Alcune propongono addirittura la bocciatura. L’Italia si sta riscoprendo ‘bacchettona’?

Ma no, figuriamoci… Bacchettona proprio no. Certo poi dipende dai limiti che impone la scuola.

Dunque, sono troppo esagerati i ragazzi?

A scuola non si può andare vestiti come se si andasse al mare. Indumenti che lasciano vedere il colore delle mutande e trucchi esagerati non sono da considerarsi decorosi. Però è anche vero che l’idea di decoro è socialmente mutevole…

Infatti. Allora la rivoluzione del ’68? Le minigonne nascono in quel periodo.

È un po’ diverso. In quegli anni si trattava di rompere uno schema estremamente ingessato, lo schema della giacca e cravatta. Anche se poi, anche allora, c’erano studenti che osavano presentarsi addirittura torso nudo agli esami universitari.

Lei come si vestiva in quegli anni?

Mi presentavo, da giovane docente, vestita con un tailleur di giacca e pantalone e non di giacca e gonna. Ogni generazione ha i suoi punti di rottura, ma i giovani di ora toccano livelli improponibili per la loro età.

Fanno bene i dirigenti scolastici a scrivere come ci si deve vestire?

Solo se la circolare fa seguito a un confronto fra famiglia, scuola e studenti. Ho letto, per esempio, che un preside ha emanato il regolamento sul vestiario dopo aver lanciato un sondaggio su Facebook. L’adeguatezza dell’abbigliamento deve far parte di quel patto educativo fra genitori, insegnanti e ragazzi, altrimenti diventa soltanto un processo top-down con un salto indietro nel tempo quando i provvedimenti erano autoritari e non negoziati.

Già, la famiglia. Possibile che un genitore non riesca più a consigliare il figlio sugli abiti con cui uscire?

Spesso si lasciano influenzare dal fatto che ‘ormai lo fanno tutti’. Invece è necessario insegnare e quindi imparare a gestire come ci si deve presentare in base ai contesti.

Le è capitato di avere studenti sconci?

Una volta dissi chiaramente a uno studente che a me il colore delle sue mutande proprio non interessava.

Che ne pensa allora delle scuole che impongono la divisa?

È un caso diverso. Lì si vuole evitare la competizione nell’abbigliamento, la corsa all’abito più o meno griffato. Si cerca anche di creare uno spirito di corpo, un riconoscimento immediato. Per esempio a Londra ancora esiste la divisa scolastica. Impongono la gonna, ma spesso si vedono anche in quel caso delle lunghezze che non sono proprio da collegio…

Anche in Italia un tempo si usava il grembiule fino alle superiori.

Intanto era imposto solo alle ragazze. Anche questo è discutibile. Però siamo passati dal concetto del vestito della domenica e dei quattro vestiti, uno per stagione, a una rottura totale del decoro. Eppoi… le posso dire?

Prego…

Anche indossare degli abiti strappati, acquistati proprio perché sono stracciati, mi sembra tanto un insulto alla miseria.

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