Il ruolo della filosofia nella formazione dei bambini e dei ragazzi

di Eleonora Fortunato

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Nonostante i tagli e le tante, spesso disarticolate, riforme, la scuola italiana continua a essere terreno di fermenti culturali significativi.

Martedì 12 dicembre prossimo una sede istituzionale prestigiosa, il Campidoglio, ospiterà nella Sala della Protomoteca un’intera giornata di lavori sul ruolo della filosofia nella formazione dei bambini e dei ragazzi, “La filosofia sin dal primo ciclo scolastico – Imparare a pensare: la sfida educativa nella società globale”.

Vi parteciperanno i docenti della rete romana di scuole primarie e secondarie di primo grado che già da un paio d’anni hanno introdotto nel loro curricolo un’ora settimanale di pratica filosofica, ma anche esponenti del mondo accademico e culturale come Monica Centanni, Carlo Freccero, Giacomo Marramao, Emidio Spinelli, Giuliano Compagno, Guido Traversa. Abbiamo intervistato Luciano Lanna, docente impegnato nel progetto e nell’organizzazione del convegno. Laureato in Filosofia, giornalista culturale e docente di Lettere nell’Istituto comprensivo romano “Borgoncini Duca”, scuola capofila dell’iniziativa e della rete di scuole coinvolte, è convinto della necessità di introdurre lo studio del pensiero filosofico nelle scuole di ogni ordine e grado.

Professor Lanna, come è nato il progetto, come si è sviluppato, quante scuole ha coinvolto e a quali risultati ha portato, se sono già apprezzabili.

“Tutto è nato, quasi per caso, dall’incontro tra il sottoscritto, laureato in Filosofia e nei lontani anni Ottanta impegnato anche in attività di ricerca attorno alla cattedra di Filosofia morale dell’ateneo romano di Tor Vergata, e un collega della primaria, Salvatore Conforti, anche lui proveniente da studi analoghi all’università Orientale di Napoli. Dopo aver osservato alcune criticità evidenti nei processi di apprendimento dell’intero primo ciclo scolastico abbiamo voluto provare a introdurre un progetto che avevamo intitolato “Imparare a pensare”. Non basta, ci eravamo detti, il tradizionale insegnare a leggere, scrivere e far di conto senza il presupposto fondamentale dell’insegnare a pensare e a dialogare. Dopo aver avviato un’ora di lezione di filosofia nelle nostre classi e di quelle di alcuni colleghi, sia della primaria che della secondaria di primo grado, ci siamo imbattuti nella sezione romana del Crif, il Centro per la ricerca dell’indagine filosofica, e in particolare nel professor Antonio Cosentino, che è stato il primo in Italia a introdurre il curricolo di pratica filosofica messo a punto, giusto cinquant’anni fa, da Matthew Lipman. Da lì l’idea di realizzare un corso di formazione per noi e i nostri colleghi e la possibilità di mettere a punto il tirocinio nelle nostre classi. Tanto ha funzionato che i risultati, per gli alunni, che hanno usufruito un anno di lezione settimanale di pratica filosofica, sono stati evidenti e verificati. È oggettivamente cresciuta in loro la capacità di riflessione e di dialogo all’interno della classe, con oggettive ricadute per l’apprendimento delle stesse discipline scolastiche. All’inizio di quest’anno scolastico, di conseguenza, il nostro istituto è riuscito a mettere in rete almeno altri tre istituti e a coinvolgere nel nuovo corso di formazione docenti di altre zone di Roma”.

I formatori sono sempre docenti esterni? Con quali risorse vengono finanziati?

“Attualmente i nostri formatori provengono dal Crif, centro che di recente ha ottenuto alche il riconoscimento ufficiale del Miur, ma siamo entrati a farne parte anche noi che ci siamo formati lo scorso anno. Al momento le risorse sono quelle della carta del docente, che in via privilegiata andrebbe destinata proprio ad attività di aggiornamento e formazione. L’attività, inoltre, non si intromette nel normale curricolo scolastico: si tende più che altro a far coincidere l’ora di filosofia con quella che fino a qualche anno fa era destinata alle ore di cosiddetto “approfondimento” nell’ambito del monte ore di Lettere”.

Nella filosofia verso i bambini e i ragazzi sembra essere preponderante anche in Italia, ormai, il metodo della Philosophy for Children fondata da Matthew Lipman, ma esistono anche approcci diversi, come quello più storicistico, e senz’altro più affine alla nostra identità culturale, che è stato illustrato da Nicola Zippel nel libro I bambini e la filosofia di recente edito da Carocci. La vostra esperienza cosa può dirci a questo proposito? Nell’incoraggiare i ragazzi verso il pensiero critico tutti i metodi sono ammessi o uno può essere considerato più valido dell’altro?

“Il curricolo della Philosophy for Children, ideato e realizzato negli Stati Uniti a partire dal ’68, ha il vantaggio di essere stato collaudato e verificato in quasi mezzo secolo di adozione, ormai in oltre sessanta paesi in tutto il mondo. Il filosofo Lipman, docente di Logica alla Columbia University di New York, elaborò il metodo guardando ai propri figli che allora avevano tra gli undici e i quattordici anni. Quindi la Philosophy è una metodologia “per ragazzi”, “for children”, gli studenti tra i 6 e i 18 anni, e non un approccio filosofico esclusivo per l’infanzia, per “kids”, come qualcuno soprattutto in Italia tende a interpretare. Una sottolineatura necessaria, perché nello spirito della Philosophy, ma anche nel nostro, non si pensa a una sorta di introduzione alle questione della filosofia adattata ai bambini ma, semmai, a un avvio al pensiero che è contemporaneo e parallelo a tutto il percorso scolastico. Intendiamoci meglio: siamo convinti che la filosofia non vada concepita all’interno di una didattica dei contenuti, ma piuttosto come l’approccio preliminare e indispensabile a tutto l’apprendimento. Noi la concepiamo come la modalità per esercitare un pensiero riflessivo, critico e complesso, come il vero sfondo per poter esercitare un adeguato sviluppo delle conoscenze in tutte le discipline e in tutto il percorso scolastico. Detto questo, il campo è aperto. Nessun esclusivismo e nessuna dogmatica. Quello di arrivare all’introduzione della Filosofia in tutte le scuole di ogni ordine e grado è un obiettivo strategico fondamentale. E la strada per arrivarci è aperta a tutti i contributi”.

Quali sono le ragioni che inducono i sistemi educativi di diversi Paesi a ritardare la conoscenza della filosofia? E come mai oggi possono essere rimesse in discussione, se in effetti di questo vogliamo arrivare a parlare?

“Ci sono ovviamente diverse tradizioni pedagogiche e didattiche. In Italia, tutto sommato, anche se limitata ai licei, la filosofia è stata sempre considerata una disciplina strategica e fondamentale. Adesso è forse arrivato il momento di portarla in tutti gli ordini scolastici, anche guardando a quello che sta avvenendo in altre parti del mondo – dalla Gran Bretagna all’Irlanda – dove anche se in via sperimentale si sta investendo in questa “rivoluzione” didattica. Nel Regno Unito, ad esempio, è stato stanziato un milione di sterline per insegnare Filosofia sin dalle elementari attraverso un progetto della Education Endowment Foundation che ha finanziato lezioni per circa 9mila allievi di 9 e 10 anni iscritti a 200 scuole disseminate in tutta la Gran Bretagna. In Germania, patria di Hegel e Nietzsche, la filosofia a scuola si è sempre studiata poco, essendo materia facoltativa e non obbligatoria, quasi sempre alternativa all’ora di religione. Eppure, anche lì recentemente si tanno diffondendo corsi sperimentali di “pratica filosofica”. Qualcosa sta cambiando ovunque”.

La conoscenza della filosofia e della sua storia dovrebbe avere, forse, un impatto più deciso anche nella formazione dei docenti di scuola primaria?

“Anche da questo punto di vista, tenderei a ricordare che nella nostra tradizione – da sempre – gli insegnanti elementari studiavano filosofia, disciplina che era obbligatoria non solo nei vecchi licei classico e scientifico ma anche negli istituti magistrali. Ovviamente siamo in presenza di uno scenario nuovo in cui, ripeto, la conoscenza della filosofia e della stessa pratica filosofica è probabilmente un presupposto di qualsiasi percorso scolastico e di apprendimento. Non c’è bisogno di ricordare che la filosofia era uno dei momenti centrali della paideia classica”.

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