Rizza (FLCGIL): stipendi più alti ai docenti del Sud, lavorano in contesti difficili

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“Vogliamo a tutti i costi l’autonomia regionale differenziata? Benissimo. Allora diamo incentivi a chi lavora in contesti delicati. Parliamo delle scuole di Scampia, dello Zen, di Librino, per esempio”.

“Qui al Sud i docenti dovrebbero essere pagati di più, non di meno. Molto spesso lavorano con alunni che vivono in famiglie in contesti economico sociali molto difficili. Vivono la scuola come impegno personale, e infatti non si trasferiscono in scuole più tranquille neppure quando potrebbero farlo”.

Adriano Rizza, 54 anni, di Modica, nuovo segretario regionale siciliano della Flc Cgil, succeduto nei giorni scorsi a Grazia Maria Pistorino, transitata nella Segreteria nazionale del sindacato, lancia in realtà un appello per l’unità del Paese e della scuola.

Perché la scuola del Sud, quella della Sicilia nello specifico, da sola non ce la può fare. Mancano le risorse, le infrastrutture, manca il lavoro. Manca il lavoro delle famiglie, che a migliaia emigrano come negli anni Sessanta e Settanta assieme a migliaia di studenti che scelgono di proseguire gli studi in atenei del Settentrione.

E che non tornano. Manca il lavoro per i docenti. Troppi docenti, e talmente tanti che servirebbero 60 anni – è stato calcolato – per stabilizzare le maestre e i maestri precari in graduatoria, giusto per rimanere nella scuola primaria. E questo mentre al Nord i docenti mancano e gli studenti ne conoscono anche più di uno e più di due ogni anno su una stessa materia.

Tra i rimedi possibili ci potrebbe essere il ritorno alle 30 ore alla primaria, come un tempo, e l’istituzione del tempo pieno, là dove non c’è. Il Governo ci sta, accoglie la richiesta e s’inventa le cattedre del tempo pieno, addirittura in organico di diritto. Ma il paradosso vuole che là dove il tempo pieno non c’è e che per questo viene invocato e concesso, capiti che non trovi il consenso di qualche insegnante, che vota contro nei collegi docenti “in quanto magari si ritrova a ridosso della pensione – spiega Rizza – e non ha nessuna intenzione di modificare il proprio stile di vita”.

Se a questo si aggiungono le difficoltà economiche degli Enti Locali che non riescono a garantire il supporto economico alle scuole per garantire il tempo pieno, il risultato è che sono state restituite al Miur il 39 per cento delle cattedre di tempo pieno in organico di diritto. Novantasei cattedre perse. Così è.

Adriano Rizza, intanto partiamo dalle ultime notizie. È stato disposto il contingente per le immissioni in ruolo dei docenti. Siete soddisfatti, in generale, e, nello specifico, per la Sicilia?

Rispetto ai posti nazionali sono stati molti di meno rispetto allo scorso anno. A livello regionale sono stati tutti coperti. Il problema si pone sul sostegno. A fronte di un contingente di 8.000 posti in deroga abbiamo solo 169 assunti. Chiediamo che almeno i posti relativi al comma 3 sulla disabilità grave vengano stabilizzati e che vengano trasformati in posti in organico di diritto. Si inciderebbe sulle immissioni in ruolo e sulla possibilità di consentire ai docenti specializzati a ritornare”.

E invece?

Invece niente. E non è che si risparmi, perché occorre pagare un docente, spesso per incarichi annuali e a volte il personale è privo di specializzazione sul sostegno. Il fatto di trasformare i posti in organico di diritto consente peraltro all’alunno la continuità di cui ha diritto. L’anno scorso di tutti i posti disponibili per le immissioni in ruolo solo il 43 per cento è stato assegnato ai docenti per le immissioni in ruolo sul piano nazionale. Questo in generale. Ciò fa sì che abbiamo al Sud tanti precari, mentre al Nord abbiamo tanti posti e pochi precari e quindi non si riesce a coprire tutto. Quest’anno la stessa cosa. Il vero problema è qui, in Sicilia, al Sud. Il tasso di disoccupazione è altissimo”

Pare ci vogliano 60 anni per assumere tutti i maestri in graduatoria a Palermo visto che è stata concessa la possibilità di cambiare provincia nella mobilità e molti rientrano in sede.

Partiamo dal presupposto che in Sicilia i precari storici sono circa 17.000 ripartiti in questo modo: Gae Infanzia 8357. Gae Primaria 6883. Gm 2016 Infanzia 282 più elenco aggiuntivo 1073. Gm 2016 Primaria 465. Lo scorso anno fu autorizzato un contingente di 57.322. Nella serata del 29 luglio il Mef ha autorizzato la stabilizzazione di 53.627 per il 2109/2020, molti meno dell’anno scorso, Il problema si pone soprattutto per il sostegno. In Sicilia sono previste 28 immissioni in ruolo per la scuola dell’infanzia, 58 per la primaria, 60 per le medie di primo grado e 33 per le medie di secondo grado. Ma i posti in deroga sono quasi 8000. Il problema è che nemmeno il 50 per cento di questi posti sarà stabilizzato. Cominciamo a stabilizzare in posti di organico di diritto almeno il 50 per cento dei posti in deroga di sostegno. Questo consentirebbe il trasferimento definitivo di tutti i docenti con il titolo di sostegno bloccati nel Nord Italia e la stabilizzazione di tutti coloro che stanno conseguendo il titolo di specializzazione. Quanto alla mobilità, il relativo contratto prevede il 50 per cento alle immissioni in ruolo. L’altro 50 per cento va alla mobilità interprovinciale, specie da Nord a Sud, gli altri alla mobilità professionale. In Sicilia i posti disponibili per assunzioni in ruolo sono pochi. E con i posti che abbiamo in Sicilia questi lavoratori non passeranno mai di ruolo.… Lo scorso anno sono stati soltanto il 43 per cento (25.105) dei posti a disposizione, per assenza di aspiranti. Questo denota la grande differenza tra Nord e Sud ed è da questa criticità che deve partire una vera politica che si faccia carico dei problemi degli alunni che nel Nord Italia cambiano nel giro di un anno anche 6/7 insegnanti perché mancano gli insegnanti mentre nel Meridione abbiamo una situazione diametralmente opposta considerato il numero dei precari che continuerà a crescere”.

Se si aggiungono i problemi indotti dallo spopolamento dell’Isola il quadro certo non migliora.

Se a questi numeri aggiungiamo il calo demografico, la situazione si complica molto. Ogni anno perdiamo tra i 14.000 e i 15.000 alunni. Diminuiscono classi e sezioni. In dieci anni abbiamo perso 80.000 studenti e nei prossimi cinque anni la popolazione in età scolare in Sicilia, dai 3 ai 18 anni, calerà di quasi 50.000 unità e tra dieci anni di 90.000. La continua emigrazione al Nord e il calo demografico incidono sulla disponibilità di cattedre. Assistiamo a un’emigrazione verso il Nord di intere famiglie e di studenti universitari. Come negli Anni ’60 e ’70, il 30 per cento dei diplomati lascia il Meridione e soprattutto la Sicilia, un fenomeno che coinvolge più di 25.000 studenti meridionali. Anche in questo caso si tratta di un evidente freno per lo sviluppo dell’intero Mezzogiorno poiché gran parte di questi giovani difficilmente vi farà ritorno. La naturale conseguenza è che tutto il Meridione resta l’area d’Europa con meno laureati”.

È così da sempre. Del resto al Nord si riesce a lavorare, al Sud molto meno.

Al Nord un laureato che non è inserito in nessuna graduatoria, basta che produca una messa a disposizione e trova subito lavoro. Al Nord c’è una classe dove arriva un supplente che poi a propria volta magari va in congedo, poi arriva un altro supplente e poi un altro ancora, con tutte le possibilità offerte dalla legge. Immaginiamo il danno che subisce il Paese e la scuola”.

Ma non c’è solo questo.

Ecco, le do un altro dato. Negli ultimi dieci anni abbiamo perso 313 scuole per accorpamento e fusione. Si sono persi tanti posti di lavoro, specie tra i lavoratori del personale Ata e i Dsga. Il personale Ata è quello che viene colpito di più”.

Quali sono le vostre proposte per attenuare questo gap?

Una è quella di attuare il tempo pieno nella scuola primaria”.

E il governo vi è venuto incontro. I vostri enti locali però un po’ meno.

Il Miur ha dato quest’anno alla Sicilia 261 nuovi posti di tempo pieno. Ma purtroppo la Sicilia ne ha dovuti restituire 96, il 39 per cento.”

La Sicilia chiede da anni il tempo pieno e poi una volta ottenuto rinuncia alla possibilità di attuarlo? Ma chi non lo vuole? Chi si oppone?

Guardi, ci vuole una delibera del Collegio docenti e poi una delibera degli enti locali, che nel caso della primaria sono i Comuni. Ma gli enti locali non hanno soldi, anche per effetto dell’evasione fiscale che non fa arrivare i soldi necessari nelle case dei Comuni. Dunque, per una mancanza di locali idonei a garantire questo tipo di servizio e per le difficoltà di molti Comuni a garantire il servizio di mensa, nonostante il passo avanti ottenuto con le 261 nuove cattedre di tempo pieno e in organico di diritto, ne abbiamo restituito 96. Abbiamo perso 96 cattedre in organico di diritto, esattamente il 39 per cento”.

Ma la responsabilità è solo degli enti locali e della loro situazione finanziaria? Possibile che non ci siano state delle proteste o delle pressioni da parte delle famiglie e dei docenti?

Il tempo pieno non sempre trova il favore dei colleghi, purtroppo a volte capita che qualche collegio dei docenti voti contro. Non sempre tutti i docenti sono d’accordo”.

Qual è il motivo dichiarato?

Votano contro dicendo che le famiglie non sono abituate al tempo pieno, ma in verità è il docente stesso. Soprattutto quelli oramai stanchi dopo tanti anni di servizio e prossimi alla pensione, che essendo abituati a ritmi diversi lavorando fino alle 13, non sono favorevoli a questo tipo di servizio.

Il paradosso è che la mancata attuazione del tempo pieno nel Meridione comporta anche un danno in termini di offerta formativa agli alunni del Sud rispetto a quello del Nord che con il tempo pieno è come se studiassero due anni in più”.

Come si giustificano i docenti che votano contro?

I docenti hanno rapporti diretti con le famiglie e capita, qualche volta, che non venga spiegato bene. Bisognerebbe invece spiegare il valore culturale di questa forma di offerta formativa spiegandone i vantaggi. Sicuramente scatterebbe un meccanismo diverso. C’è un altro aspetto importante. A scuola primaria si fanno 27 ore. Se si passasse a 30, com’era un tempo, non ci sarebbe questa discriminazione. Aumenterebbero i posti in organico e molti docenti rientrerebbero dal Nord. È una nostra proposta storica, ma ci sono sempre risvolti economici, la spesa non è indifferente, per il numero di insegnanti coinvolti in più. E siccome il principio che ispira chi governa è il risparmio, la scuola diventa il bancomat dei governi. Si va a colpire sempre su questa istituzione e alla lunga abbiamo questi risultati”.

Non solo tempo pieno, immagino.

Si rende ora necessario, anche al fine di evitare di discriminare le zone più deboli del Paese, definire un quadro omogeneo, unitario, percorribile su tutto il territorio nazionale, che assicuri una offerta formativa equivalente a tutti i bambini e le bambine della scuola primaria italiana.

Per questa ragione le risorse finanziarie attribuite, insisto, devono assicurare due modelli:

30 ore e tempo pieno. Poi occorre modificare i parametri di formazione delle classi, salvaguardare l’esistenza delle scuole evitando accorpamenti scellerati”.

Veniamo al capitolo dell’autonomia differenziata. Voi chiedete che la scuola ne resti fuori perché sarebbe danneggiato il Sud. E’ cosi?

Certo. Siamo danneggiati perché l’obiettivo è quello di frammentare il sistema dell’istruzione a livello nazionale. Ma la Costituzione lo vieta. Il contratto nazionale della conoscenza è unico per tutti i comparti. Loro vogliono invece contratti regionali. Gli stessi docenti avrebbero un trattamento differenziato a seconda della regione dove sono chiamati a lavorare. La Lombardia potrebbe farlo perché ha più risorse. La Sicilia, il Sud no. Questo non è giusto. Per ora comunque i Cinquestelle hanno arginato il pericolo”.

L’obiezione è che il Nord sconta un maggiore costo della vita. Si vorrebbe pagare di più i docenti per trattenerli là, dove invece c’è molto turnover.

L’aumento dello stipendio ci dev’essere, ma per tutti. Ma se vogliamo differenziare, qui al Sud i docenti dovrebbero essere pagati di più, non di meno. Molto spesso lavorano con alunni che vivono in famiglie in contesti economico sociali molto difficili. Vivono la scuola come impegno personale, e infatti non si trasferiscono in scuole più tranquille neppure quando potrebbero farlo. Vogliamo differenziare? Allora diamo incentivi a chi lavora in contesti delicati. Parliamo delle scuole di Scampia, dello Zen, del Librino, per esempio. E poi, se è vero che nel Nord la vita è più cara è altrettanto vero che nel Meridione molte famiglie sono monoreddito. Qui molti son costretti a prendere la macchina, non ci sono metropolitane, sulle infrastrutture e i mezzi pubblici attendiamo investimenti”.

Insisto sull’autonomia. Lo statuto siciliano la prevede già. Perché magari non chiedete che venga applicata in Sicilia?

Semplicemente perché la Sicilia non è la Lombardia, né il Veneto, né l’Emilia Romagna. Se la Sicilia fosse la Lombardia, o l’Emilia o il Veneto, va bene, ma non siamo nelle stesse condizioni. Noi non siamo quelle regioni. Non potrebbe funzionare e abbiamo purtroppo bisogno dei fratelli del Nord. Ci vuole una politica di rilancio del Sud altrimenti continueremo, mi creda, a sprofondare. Questo regionalismo differenziato, per una sbavatura nella sua applicazione, rischia solo di rendere più ricco chi è già ricco e più povero chi è già povero. Comunque, l’intesa del 24 aprile va integralmente attuata. Qualsiasi forma di autonomia differenziata nella scuola e nell’istruzione è incompatibile con quell’Intesa. Ma torniamo agli stipendi. Abbiamo gli stipendi più bassi d’Europa. Abbiamo avuto un aumento medio di 80 euro lordi dopo quasi dieci anni di vacanza contrattuale. Di cosa stiamo discutendo? Per non parlare del personale Ata…”

Qual è la situazione del personale Ata in Sicilia?

Gli Ata guadagnano anche sotto i mille euro al mese e al massimo della carriera arrivano ai 1300 euro. La Flc Cgil ha ribadito che anche per il personale Ata è necessario un piano straordinario di assunzioni che garantisca la copertura di tutti i posti liberi che sono quasi 20.000. In Sicilia abbiamo anche il problema degli ex co.co.co. ormai stabilizzati nei ruoli del personale Ata come assistenti amministrativi e assistenti tecnici, ma molti di questi, dopo dieci anni, si ritrovano con un contratto a 18 ore e di quello degli LSU che dal 1 gennaio saranno stabilizzati nei profili del personale Ata ancora non si sa assolutamente nulla. E insisto, si pensi ai lavoratori del personale Ata, soprattutto i collaboratori scolastici, gli ex co.co.co. costretti a dei contratti part-time a 18 ore, con uno stipendio di 670 euro. Questa si chiama povertà relativa. La situazione degli Ata è drammatica. Il calo dei posti in organico di diritto è drammatico. Sono sempre pochi rispetto alle cambiate esigenze delle scuole. Spesso sono pochi anche i collaboratori scolastici tanto che i dirigenti non riescono a garantire l’apertura delle scuole. Il numero è legato ai plessi e non hanno il numero di bidelli necessario per garantire l’apertura”.

E alla fine succede che le scuole non aprano?

Ci sono Dirigenti Scolastici che si attivano in tutti i modi possibili, a volte scrivendo anche ai Prefetti, per rivendicare quelle risorse umane necessarie a garantire le condizioni minime essenziali per l’avvio delle attività didattiche. Qualcuno invece media perché non vuole scontrarsi con il Dirigente del Provveditorato e alla fine si tira a campare, grazie alla disponibilità del personale Ata che si rende disponibile per lo straordinario e le turnazioni. Noi conosciamo la situazione perché ci viene rappresentata proprio dai dirigenti, nel momento in cui chiamano i sindacati per fare pressioni sull’organico di fatto, cioè per avere collaboratori in più e in quelle occasioni scopriamo le criticità. Anche per il personale delle segreterie è aumentato il carico di lavoro e sono cambiate le incombenze. Ma non ci sono corsi di formazione adeguati, ed è per questo che a volte capita che ci vogliano anche anni per fare una ricostruzione di carriera. Ora c’è pure la gestione dei pensionamenti. Viene passato al personale di segreteria di tutto, dalla nuova gestione dei pensionamenti ai certificati di vaccinazione degli studenti”.

Cosa chiedete nel concreto per gli Ata?

Chiediamo l’incremento dell’organico di diritto e corsi di formazione. Non si possono lasciare le persone in balia di questi problemi. Arriva il supplente e l’impiegato deve caricare i dati perché il lavoratore possa percepire lo stipendio e questo si aggiunge a tutto il resto. La segreteria è il motore della scuola. Se il collegio dei docenti è la sua mente, la segreteria è il suo motore. Lo dimostra il fatto che i dirigenti scolastici, quando devono passare di ruolo o si devono trasferire, si preoccupano subito di verificare se in una determinata scuola c’è il Dsga e se la segreteria funziona. Il dirigente è preoccupato perché poi son problemi suoi”.

Torniamo alla mobilità. Sul periodo di permanenza obbligatorio nella sede di servizio dei docenti neoassunti che sarebbe deciso dalle regioni. Tuttavia l’esigenza di stabilità del personale è importante. Cosa ne pensa la FLC?

In una condizione di normalità ci può stare. Ma noi che abbiamo combattuto la legge 107, il vincolo quinquennale, e la chiamata diretta e su ambito, registriamo che il contratto sulla mobilità ripristina i diritti cancellati dalla “Buona Scuola”, archivia definitivamente la titolarità d’ambito e la chiamata diretta. L’unica cosa che abbiamo inserito, condividendo questa scelta col governo, è il vincolo triennale che c’è quando il docente che chiede il trasferimento indica il codice puntuale di una scuola. In questo caso l’obbligo triennale di permanenza in quella scuola rimane. E mi pare giusto. Se invece indica il codice del comune o della provincia può tranquillamente fare la domanda. Diverso è il caso delle immissioni in ruolo, dove il vincolo è di cinque anni e questo è stato un boomerang perché molti hanno il timore di rimanere al Nord e non ci vanno. Il vincolo dev’essere una scelta dei lavoratori. Lo hanno potuto fare in occasione dell’aggiornamento delle Gae o quando hanno deciso in quale regione partecipare al concorso. In passato non è stato cosi. E’ importante anche pensare all’interesse degli studenti e alla continuità didattica. In questo senso le regioni maggiormente penalizzate sono state quelle del Settentrione”.

Allora parliamo di coloro per i quali è stata pensata la scuola, gli studenti. I dati Invalsi descrivono una criticità per il Sud. Lei come la vede da Palermo?

I dati Invalsi confermano che alla scuola italiana serve l’opposto dell’autonomia differenziata.

Bisogna battersi per una scuola dove l’uguaglianza delle condizioni di partenza sia il vero faro.

Don Lorenzo Milani, nella Lettera a una professoressa scriveva: “Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Ovvero: che l’Italia avesse fratture cognitive tra studenti era noto a tutti. Ed era noto a tutti che v’è una forte forbice di disuguaglianza tra il Nord e il Sud del Paese”.

Il ministro Bussetti ha però detto che non c’entra il contesto sociale. Che cosa risponde?

Il ministro dovrebbe farsi un giro nella nostra regione, nel quartiere Librino a Catania, nello Zen a Palermo. I gravi disagi incidono sui dati Invalsi. E questi dati ci dicono semmai che c’è bisogno di combattere affinché si intervenga di più proprio là dove ci sono maggiori disagi. Faremo un seminario l’11 settembre dove tratteremo questo tema difficile e importante”.

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