Ritrovare motivazione e senso per vivere un Nuovo Anno scolastico. Lettera

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Inviato da Maria De Carlo – Dobbiamo partire credo da questa domanda: Che significato ha per me studiare, venire a scuola, insegnare, fare questa o quest’altra cosa e così via.

Che senso ha?, è la domanda ricorrente che ci capita di ascoltare o di fare in determinate situazioni. “Il senso lo troviamo – afferma Ernst Kretschmer – quando capiamo a che serve qualcosa, per che cosa è buono”. Victor Frankl diceva che il senso è primariamente motivazionale: la ricerca di un senso è la motivazione primaria in assoluto.

Non sta avvenendo forse tra i nostri giovani una diminuzione o perdita di motivazioni. Questo spiegherebbe l’aumento dell’abbandono degli studi (dispersione scolastica).

Ma anche tra gli adulti si registrano non sono pochi i malesseri a causa di “frustrazioni” per un riconoscimento non proporzionale all’impegno richiesto e, in generale per la complessità del “sistema” scuola.

Dobbiamo trovare dunque un senso a quello che facciamo, un senso nel “dove” ci troviamo. E non si arriva mai a una conoscenza-realizzazione piena perché l’uomo è in continua ricerca. Il senso non è mai dato definitivamente come pure non esiste un pacchetto preconfezionato uguale per tutti.

Il senso è legato al singolo individuo, il senso è personale è dinamico. Ad ogni circostanza della vita muta il mio “trovare” un senso, dare cioè significato a ciò che accade o avviene o scelgo di fare. Per ristringere il campo alla scuola dico che la nostra esistenza (in un aspetto del suo molteplice), “ce la giochiamo” qui, nell’ambito lavorativo in cui ci troviamo, in questo Istituto scolastico e non in un altro, con questi colleghi o compagni e docenti e non altri, con questo Dirigente e così via.

Per l’alunno e per l’insegnante la scuola è il luogo dove costruire-realizzare il senso e la propria felicità. I pedagoghi Theodor Ballauf e Klaus Schaller ci insegnano che “nel lavoro si decide la felicità o il fallimento dell’uomo. Nel lavoro l’uomo può realizzarsi rappresentativamente, ma può anche non trovarsi”.

Cala il picco della motivazione quando non riusciamo a trovare un senso anche o forse soprattutto nelle difficoltà. Se il clima diventa esasperante perché in classe i compagni non mi accettano o perché l’insegnante non comprende il mio disagio o la mia difficoltà nell’applicarmi, o esasperante per un docente o dirigente perché tra i colleghi si crea astio dovuto a piccole gelosie o invidie professionali, è chiaro che la persona è chiamata a “ri-significare” quella sua presenza in quel luogo per meglio affrontare e superare le difficoltà che contribuiscono a renderlo “infelice”. Trovare il senso diventa dunque “vitale” per la propria sopravvivenza ed equilibrio.

In questo caso il suggerimento (per gli adulti) è quello di mettere in atto meccanismi di analisi, di confronto e dialogo e di comprensione della complessità delle relazioni e del vivere insieme. Il confronto è il “farmaco” ideale in questo processo di ri-motivazione. E se questo per un adulto non è scontato o automatico, ed è un processo che richiede un grande sforzo (non si spiegherebbero altrimenti le varie nevrosi o meccanismi legati al burnout  –di qui le “promesse” per il sostegno agli insegnanti come la proposta dello psicologo a scuola non solo per gli studenti), ancora più problematico lo è per un adolescente, il “protagonista” principale della scuola, che deve essere guidato, accompagnato e sostenuto. L’alunno è la persona in crescita, bisognosa di una formazione integrale, ha bisogno di essere orientato e non scoraggiato o “tormentato” da modelli educativi-didattici lontani da nuove strutture antropologiche (modelli già in atto in alcuni paesi europei come pure in alcune scuole italiane).

Dovremmo ripensare a un umanesimo integrale che tenga conto della persona nella sua totalità. Spesso si dimentica che chi varca la soglia della scuola (e questo vale per ogni ambiente lavorativo) prima ancora di essere un alunno, un docente, un dirigente o altri è innanzitutto una persona con una propria storia, con la propria unicità caratteriale, con una propria sensibilità e vulnerabilità, con un proprio background.

Ognuno di noi porta con sé una propria storia e vissuto personale fatti di sogni, desideri, di aspettative, di problemi, di disagi, di creatività, come pure di interrogativi, di sofferenze, disillusioni o incomprensioni, etc. etc. Non possiamo lasciare fuori dal portone la nostra “autentica realtà”, non possiamo indossare una maschera o essere dei robot, sicuramente tutto ciò non deve condizionare la nostra imparzialità ed equilibrio, ma l’educazione passa attraverso la realtà autentica e non artificiosa.

Il nostro modello resta sempre quello socratico, il carisma dell’insegnante è quello di “educere” secondo l’arte maieutica. E il giovane in crescita deve sentirsi al centro di questo dinamismo educativo acquisendo così sicurezza e stima di sé. Al senso infatti è strettamente legato il pensiero del valore e della stima di sé. E solo in questa dinamica la persona agisce in maniera responsabile nei confronti propri e della comunità, così come insegna Frankl.

Se riuscissimo a rispettare l’altro stimandolo e riconoscendogli l’unicità e favorendo lo sviluppo delle sue potenzialità avremmo ambienti sereni e produttivi poiché tutti -dal più piccolo al più grande- avremmo trovato motivazione e senso e dunque responsabilità verso se stessi (il dovere dello studio e della professionalità) e gli altri (relazioni costruttive e non distruttive).

Insieme per una comunità scolastica “sana” e non “malata”.

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