Ritorno in classe e diffusione virus, “Non è nella scuola il driver della seconda ondata”. I dati

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Sul Corriere della Sera un’analisi attenta di Riccardo Cesari, docente dell’Università di Bologna e membro del Consiglio dell’Ivass, sui contagi nelle scuole, o meglio sul ruolo che questi hanno avuto nella diffusione del virus.

L’analisi appare utile ora che ci si accinge alla riapertura delle scuole il 7 gennaio, e ora che si teme una terza ondata del virus.

Cesari parte dai numeri: gli alunni di tutte le scuole pubbliche, escludendo dal computo gli studenti universitari, sono circa 7,8 milioni. La prova sugli effetti che la scuola in presenza ha avuto nella diffusione del virus arriva secondo il docente da un confronto. E analizza i dati.

“Prendiamo l’incidenza degli studenti sulla popolazione nelle varie regioni e prendiamo la quota di positivi del periodo metà settembre-metà novembre 2020”, spiega.

“Se c’è una qualche relazione tra riapertura delle scuole e diffusione del virus dovrebbe verificarsi una relazione positiva tra queste due grandezze: dove più studenti ritornano a scuola si dovrebbero vedere, nell’arco di qualche settimana, più contagiati a casa o in ospedale. Quello che si vede è tutt’altro – evidenzia -. La relazione tra queste due grandezze è molto debole e semmai contraria rispetto a quella immaginata: con l’eccezione della Valle d’Aosta, quota di studenti e diffusione virale tendono a essere correlate negativamente. I dati – sottolinea quindi Cesari – sembrano dirci che non è nella scuola il driver della seconda ondata”.

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