Ritorno alla valutazione numerica alla Primaria? Novara: “Metodo preistorico degli anni ’60” [VIDEO INTERVISTA]

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Recentemente, dopo l’annuncio dell’on. Frassinetti sul ritorno della valutazione numerica nella scuola Primaria, si è accesso il dibattito sulla correttezza di questa scelta e se effettivamente sia utile per gli studenti. Ne abbiamo parlato con il Professor Daniele Novara, pedagogista, autore, fondatore e direttore del CPP, Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti.

Professor Novara, recentemente l’on. Frassinetti, sottosegretario al Ministero dell’istruzione e del Merito, ha annunciato il ritorno dei voti numerici nella scuola Primaria ritenendo che il giudizio ha creato disorientamento tra i genitori ed ha complicato il lavoro dei docenti. Lei ha sempre sostenuto l’importanza di una valutazione evolutiva, cosa comporta questo cambiamento, qual è la differenza tra la valutazione numerica e quella con giudizio?

È una domanda molto importante perché bisogna sgombrare il campo dall’equivoco. Chi, come il sottoscritto e tantissimi altri pedagogisti nel mondo, si batte contro la valutazione numerica, il cosiddetto voto, lo fa con la consapevolezza che la valutazione scolastica è un diritto assoluto per ogni alunno, perché vuol dire restituire il percorso di apprendimento e di crescita ad un fruitore della scuola stessa, quindi dobbiamo considerarlo un diritto allo stato puro. Tuttavia far coincidere la valutazione con un numero, come sostengono i fautori del voto numerico, è un equivoco estremamente pericoloso che la scuola degli anni ‘70/’80 aveva risolto, almeno nell’area della cosiddetta scuola dell’obbligo che erano le elementari e le medie, abolendo i voti numerici e sostituendoli con formulazioni più ampie. Io stesso che uscì dalla scuola media agli inizi degli anni ’70, ebbi come valutazione “Discreto”, il massimo era “Ottimo”, poi c’era “Buono” “insufficiente” e così via, erano sostanzialmente sei le tipologie di giudizio e lo stesso valeva per la scuola elementare. Improvvisamente questo sistema che comunque aveva dato dei buoni risultati, perlomeno la scuola dell’epoca non aveva la dispersione scolastica che ha oggi, non aveva il fenomeno dei NEET e comunque funzionava abbastanza bene, viene messa in discussione, liquidata, nel 2009 dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Gelmini che oltre a questo fece una serie di tagli sulla scuola come la dolorosa soppressione della compresenza delle insegnanti nella scuola dell’infanzia, un aspetto che ha avuto delle conseguenze sul modo di lavorare nella scuola dell’infanzia, che era considerata tra le migliori al mondo, per una questione semplicemente economica.

Ma togliere la valutazione basata sul giudizio per tornare a un metodo degli anni ’60, preistorico, risultò un’operazione sulla quale all’inizio i sindacati cercarono di resistere, ma com’è noto è il Governo che “governa” e pertanto dal 2009 fino a tre anni fa, in controtendenza assoluta a livello europeo dove sostanzialmente il voto numerico nell’ambito infantile non esiste, quando con il Ministro Lucia Azzolina, sulla base di una commissione composta da importanti pedagogisti che stava lavorando presso il Ministero da un po’ di tempo, viene deciso di tornare a un metodo di valutazione cosiddetto narrativo, il termine giudizio non è corretto, perché si esce dalla formula del numero, che è una formula di cristallizzazione del giudizio, per andare verso una formula più flessibile.

Rispetto agli anni ’70/’80 si passò da sei formulazioni a quattro che sono le seguenti: “in via di prima acquisizione”, “base”, “intermedio” e “avanzato”. Ecco che far coincidere queste quattro formulazioni con un sistema di voto numerico che va da 0 a 10 è assolutamente improprio, non ha nessun senso sostenere che i genitori tendono a sovrapporre queste espressioni narrative al voto, è abbastanza originale, perché, come detto prima, il voto va da 0 a 10 mentre qui abbiamo solo quattro valutazioni, ci vuole una certa fantasia per riuscire a sostenere un’idea del genere, in epoca di algoritmi vuol dire che proprio la matematica non è il loro forte. Quindi tre anni fa non solo si passò dal voto numerico al giudizio, ma addirittura dal giudizio ad un’espressione narrativa della crescita, quindi una valutazione, e questo è molto importante e mi permetto di sottolinearlo, parlante.

I voti numerici non parlano, cosa vuol dire come voto 3,5? Non si sa, allora bisogna andare dall’insegnante che lo spiega all’alunno o al genitore, ma lo spiega sulla base delle sue supposizioni. Viceversa, una valutazione narrativa permette di spiegare a che punto è l’alunno rispetto agli apprendimenti, è la valutazione che esce dalla cristallizzazione del numero che non parla, e lo vorrei ribadire, per passare ad una forma narrativa che permette al genitore di capire e non di dover sempre andare a chiedere cosa voglia dire il voto, ma poi da 4,5 al 5- cosa cambia? Credo sia difficile anche per un insegnante spiegarlo. Bisognerebbe avere anche il buon senso di evitare le forme di voto più imbarazzanti.

In un liceo di Roma è stata bocciata la sperimentazione di una scuola senza voti, il tutto con strascichi polemici su questa metodologia tra chi la ritiene utile e chi non. Perché questa difficoltà legata al voto numerico a scuola quando poi nel mondo del lavoro la maggior parte delle valutazioni è fatta in modo descrittivo?

Esatto, io penso che tutta questa resistenza sia di motivo ideologico. A tal proposito vorrei fare un appello anche al Governo di fare attenzione a questi aspetti, il mio è un discorso puramente tecnico perché abbiamo bisogno che la scuola si riprenda. In questo momento la scuola è in una situazione di fatica, com’è noto, ma la scuola è l’istituzione più importante di una società, perché prepara i futuri cittadini. Quindi perché usare una valutazione come quella del voto numerico che ha una storia semplicemente archeologica, del quale nessuno conosce bene l’origine, perché accanirsi a voler riprendere a tutti i costi il passato, sembra esserci quasi una velleità ideologica, come se il passato fosse necessariamente migliore del presente, ma la scuola deve andare avanti, deve essere sintonizzata con le esigenze dei ragazzi, sempre più pretenziosi e intelligenti, che sono in grado di capire una valutazione narrativa e davvero poco in grado di comprendere un misterioso voto numerico. Mi spiace per il Liceo Morgagni, ma è importante quello che è successo lì perché ci ricorda che l’autonomia scolastica consente ad ogni collegio docenti di regolare la valutazione secondo principi pedagogici e non principi numerici, così come fatto proprio al Morgagni e come sta facendo l’Istituto agrario di Pesaro, ma come stanno facendo anche tante altre scuole.

Nella scuola Primaria non solo abbiamo la valutazione narrativa, ma abbiamo anche la possibilità, già applicata in tante scuole primarie, che nel primo quadrimestre della prima classe primaria non si danno valutazioni esplicite, questo valeva a maggior ragione quando alle elementari c’era il voto numerico. Dobbiamo riconoscere che nella vita nessuna azienda ti da un voto, ma ti restituisce le tue competenze, le tue prestazioni, ti da una contestualizzazione rispetto a ciò che sai fare o non sai fare, è molto importante, quindi, avere un ragionamento e non un numero che ti va a incasellare. Poi i numeri ci rimandano a situazioni storiche poco simpatiche.

Mi è capitato di dialogare con alcuni esponenti politici su tema del voto e mi sono accorto che la loro visione era limitata alla valutazione della singola performance come un compito in classe o un’interrogazione. Ci aiuta a comprendere la prospettiva temporale e cosa cambia nella valutazione con giudizio?

Diciamo che la politica potrebbe equivocare e pensare che il semplicismo del voto numerico rappresenti i desiderata dei genitori e degli alunni, ma non è così. I genitori oggi sono attivi e hanno piacere che venga restituito al proprio figlio un discorso sulla valutazione, sulla partecipazione scolastica e non semplicemente un numero. Trovo che questo sia molto equivoco, che sia qualcosa che non rende la complessità della società in cui viviamo. Facciamo attenzione perché a voler semplificare tutto poi si rischia di identificare la scuola come fatta solo di materie. La valutazione è un’attività molto complessa, non è che se un alunno fa un compito in classe più o meno adeguato risolve il problema di capire cosa sta imparando, penso che il compito in classe sia semplicemente una pratica abitudinaria legata al fatto che replichiamo un modello ereditato dalla nostra esperienza pregressa, è un modello di scuola molto rigida.

Per fare una vera valutazione ho proposto la valutazione evolutiva, cioè cerchiamo di capire quali sono i punti di partenza dell’alunno con una cosiddetta prova doppler iniziale, come ad esempio per i ragazzi preadolescenti o adolescenti far fare il proprio albero genealogico, dove ci sono dentro elementi di matematica, di storia, di narrazione, un albero genealogico descrittivo con dentro tutte le storie degli antenati, da lì capisci che un ragazzino, al limite disgrafico, se ha un senso storico, se sa mettere in fila alcuni concetti matematici, quel tanto che basta per capire i punti di partenza e su questo poi costruire una valutazione che valorizzi e valuti i progressi. Sono assolutamente dell’idea che la valutazione scolastica in una scuola come esperienza di formazione, di crescita, non debba valutare gli errori perché sono inevitabili, soltanto sbagliando possiamo imparare perché altrimenti la paura dello sbaglio blocca l’apprendimento, se invece l’insegnante valuta i progressi favorisce nell’alunno lo sviluppo delle proprie risorse piuttosto che l’indolenza. Non dimentichiamo che c’è anche il problema inverso, se ad esempio un ragazzo molto bravo ha già raggiunto il voto numerico di 9 o 10, che poi chissà cosa voglia dire, e poi cosa fa? Sta lì ad aspettare? Invece ad ogni alunno devi sempre chiedere di andare avanti, di andare ad acquisire nuovi apprendimenti, di fare progressi. Per cui la valutazione evolutiva, checché ne dicano i fautori del voto numerico a tutti i costi, è il contrario della pigrizia.

La pigrizia è il voto numerico che ti dice che la sufficienza può bastare, come ho fatto anche io al liceo dove per cinque anni sono andato avanti accontentandomi della sufficienza perché mi permetteva di fare l’estate libera, poi però all’università mi sono dovuto dare da fare, però rendiamoci conto che questa è pigrizia, allora dobbiamo alimentare la pigrizia di quelli che una volta arrivati al 6 si fermano? È chiaro che dobbiamo chiedere agli alunni di continuare ad imparare e a dare il meglio.

Un’ultima domanda. Per fare una buona valutazione, qualsiasi essa sia, è necessaria una formazione, stiamo parlando della docimologia. Come ci si dovrebbe formare per una valutazione evolutiva?

La formazione è tutto. Com’è noto tutte le ricerche internazionali continuano a restituirci che una scuola di qualità vuol dire insegnanti di qualità, non ci sono scorciatoie, il fattore umano nella scuola è tutto. Oggi in Italia abbiamo insegnanti che hanno grandi capacità empatiche, passionati del loro lavoro, ma purtroppo non viene fatta attenzione sull’aggiornamento metodologico, sulla formazione alle nuove tecniche e dispositivi pedagogici. È logico che una valutazione evolutiva ha bisogno di formazione, è una formazione operativa, pratica.

Il metodo è sempre il solito, un momento di full immersion formativo, a seguire l’applicazione da parte degli insegnati e poi una supervisione in progress, nel senso che conta più la manutenzione formativa che non la formazione in quanto tale. Se l’istituzione non garantisce ai suoi insegnanti di essere seguiti nel corso dell’anno rispetto alle novità metodologiche poi queste novità si perdono, ma sono metodi che si usano peraltro in tutte le aziende, perché quando c’è formazione e aggiornamento poi si prevede in primis il follow up e in secundis la supervisione. Nei centri che seguo io e che applicano la valutazione evolutiva, come il Centro di Formazione Professionale di Lecco, si fa sempre formazione e poi io garantisco supervisione sistematica lungo tutto l’anno, magari poche ore ma quel tanto che basta per tenere gli insegnanti ancorati al cambiamento, altrimenti il cambiamento non diventa automatismo, non diventa padronanza. Il cambiamento bisogna padroneggiarlo perché come tutte le novità sulle prime generano un po’ di ansia e di incertezza, ma poi quando capisci che ce la puoi fare sei contento e ti rendi conto che stai dando ai tuoi alunni una prospettiva di successo e, se così si può dire, una prospettiva di benessere e di felicità.

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