Rischi in rete: “Una foto può portare alla morte. Docenti hanno ruolo importante, spesso i ragazzi non hanno famiglia alle spalle”. I consigli della Polizia Postale

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Adolescenti ma anche bambini che spesso utilizzano i cellulari senza la supervisione dei genitori e non riescono a percepire il pericolo che può nascondersi navigando su internet e sui social media. A volte i ragazzi, non riuscendo da soli ad uscire da situazioni pericolose e non riuscendo a parlarne con i propri genitori, si rivolgono ai docenti. Di questo ed altro si è parlato con il comandante Stefano Pressutti e il sovrintendente Federico Croci della Polizia Postale di Viterbo, che a Orizzonte Scuola hanno fornito alcuni consigli per studenti e scuole.

“Come Polizia Postale andiamo nelle scuole per fare attività di prevenzione per i reati che s’incontrano sulla rete. Le iniziative coinvolgono circa 8-10 mila alunni ogni anno scolastico” spiega Croci. “Le raccomandazioni che diamo variano in base all’ordine e grado di scuola e quindi all’età degli studenti: nella scuola primaria hanno una certa natura, per le superiori ne hanno un’altra”.

Dove si riscontrano i problemi maggiori?

In quarta e quinta elementare già ci sono i primi problemi, ma è nelle scuole medie che ci sono problemi maggiori.

Perché nelle scuole medie? Gli studenti sono ancora giovanissimi.

Le ragazze specialmente cominciano a conoscere il proprio corpo, cominciano i primi innamoramenti, le prime fotografie in intimo.

A volte i docenti non sanno bene come agire, trattandosi di situazioni particolarmente delicate. Di questi giorni la notizia riguardante un’insegnante che ha trovato dei video erotici sul cellulare dell’alunna di 9 anni ma che poi è stata denunciata dai genitori per violenza privata.

Quello che riscontriamo in tutti gli ordini e gradi di scuola è che gli studenti non riescono a capire quelli che sono rischi e pericoli della rete. Quando mostriamo un video di una persona che attraversa un passaggio ferroviario con le barriere chiuse mentre arriva il treno, oppure quando si sta ad esempio in macchina con una persona ubriaca, percepiscono subito il pericolo. Mentre quando si parla di social network o chat private, di rete in generale, il rischio percepito scende immediatamente. Non riescono a rendersi conto perché si tratta di un mondo virtuale e non reale dove il pericolo lo percepiscono immediatamente. Il rischio virtuale lo vedono futuro.
Quanto al caso della bambina cui accennava, la scorsa settimana siamo andati in una prima media e abbiamo visto che per loro mandare fotografie è un modo per sentirsi facente parte della classe o della società, perché si sentono appunto estraniate dalla società. Noi spieghiamo loro che tutto quello che viene inviato anche al compagnetto o compagnetta non è più di loro proprietà, e questo significa che la foto può girare poi in altre chat. La raccomandazione che viene fatta è che nel momento in cui un video, una fotografia, un messaggio vengono postati non possono essere più tolti. Tutto quello che viene postato non può più essere tolto dalla rete. E anche a distanza di anni può riuscire fuori.

Quindi insegnare agli studenti a sapersi fermare prima è fondamentale.

La nostra attività si basa appunto sulla prevenzione e li portiamo a fare un ragionamento: “Se questa fotografia che hai mandato gira nella chat di classe o della scuola, hai il coraggio poi di tornare a scuola?” Ci rispondono di no perché si vergognano. “E allora – continuiamo nel ragionamento- se non vai a scuola cosa fai?”. “Mi isolo”- rispondono – e poi la depressione. Quello che vogliamo sottolineare è che da una fotografia si può arrivare alla morte.
Come esempio a scuola portiamo sempre Carolina Picchio, suicidatasi a 14 anni dopo un video a sfondo erotico che le avevano fatto mentre era in stato di semi incoscienza. Il video è diventato poi virale e alla fine lei si è tolta la vita gettandosi dalla finestra. Dopo l’episodio fu approvata nel 2017 la prima legge sul cyberbullismo.

Cosa dire ai ragazzi che non riescono a trovare una via d’uscita?

Non devono avere paura di dirlo ai genitori o ai docenti, a qualcuno che li possa ascoltare per far sì che il problema possa essere risolto.
Qualche settimana fa siamo stati in una scuola superiore e una ragazza mentre facevamo lezione – si parlava dei rischi quando si chatta con persone che non si conoscono – ci ha detto in lacrime che l’anno precedente era stata adescata in una chat e quando doveva avvenire l’incontro con la persona conosciuta in rete è riuscita a parlare con i genitori. E’ stata coraggiosa e un esempio per i compagni di classe.

Per quanto riguarda invece i bambini, dove si possono incontrare i rischi maggiori?

Spesso vanno sui videogiochi e si isolano giocando online con persone che non conoscono. In una scuola elementare si è parlato proprio di questo: rischi e pericoli nel rilasciare informazioni personali a persone che non si conoscono.

Nelle scuole superiori com’è la situazione?

Fra i ragazzi più grandi, ad esempio nelle quinte superiori, riscontriamo la convinzione di essere onnipotenti e che a loro queste cose non possono succedere. Spesso ci sentiamo dire “tanto a me queste cose non capitano”.

Incontrate anche i genitori?

Facciamo anche gli incontri con i genitori ma vediamo poca partecipazione da parte loro. I genitori stessi spesso difendono a prescindere i propri figli e sono loro i primi che non capiscono i rischi. Alcuni danno il telefonino o il tablet ai figli pur di non averli intorno.
Ci capitano anche casi di ragazzi che non parlano con i genitori. Queste sono le dinamiche che si trovano nelle scuole.

La scuola ha anche per questo un ruolo importantissimo?

Sì, la scuola gioca un ruolo importante, ma i docenti ci dicono che non sono educatori bensì insegnanti. Il compito dell’educazione spetta al genitore. La verità è che spesso dietro ai figli non c’è una famiglia.

Quale altro suggerimento vuole dare ai ragazzi che la leggeranno?

C’è un’applicazione della Polizia di Stato, YouPol, che può essere scaricata direttamente sul cellulare. Nel momento in cui dovessero venire a conoscenza di atti di bullismo, spaccio di droga o altri reati possono mandare una segnalazione alle questure di riferimento, rimanendo nell’anonimato. Le Forze dell’ordine provvedono immediatamente a risolvere la situazione. E poi suggerisco di non pubblicare sui social maggiori ad esempio Facebook o Instagram fotografie che possano ricondurre alla vita privata perché tutto può essere utilizzato da altri in maniera poco consona.
I ragazzi devono riconoscere il limite tra reale e virtuale.

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