Ringraziamento a Dacia Maraini. Lettera

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inviata da Cettina Lupoi – Ho letto in questi giorni, sul Corriere della Sera, l’editoriale di Dacia Maraini rivolto alla classe docente del nostro Paese.

Istintivamente mi sono sentita stimolata dai toni genuini che lo animano, propri dello spirito di una brava scrittrice oltre che operatrice sociale. Nel ringraziarla, in qualità di docente in pensione ormai da qualche anno, per la sua sensibilità e capacità percettiva verso un mondo, quello della Scuola, molto complesso e spesso mal interpretato, desidero anche esprimere qualche mia breve riflessione sul tema.

Ho operato nella Scuola per oltre quarant’anni offrendo, come migliaia di altri colleghi, quel poco o tanto per aiutare i ragazzi a crescere come studenti oltre che come persone. Mi sono sobbarcata ai vari oneri, che la professione comporta, con la consapevolezza che perseguire nobili finalità riscatti, alla fine, da ogni fatica. Condivido ed apprezzo la metafora del Colapesce, di cui la Maraini si è servita, poiché rende egregiamente una situazione, propria dei luoghi preposti alla formazione, gravosa e seria come lo sono poche nel nostro Paese. Ho sempre pensato che nel nostro quotidiano e non solo si è, generalmente, protesi verso le cose urgenti a discapito di quelle importanti e che quando ci si accorge dei propri errori i rimedi giungono spesso tardivi o magari si palesano “peggiori del male”. Ma con la Scuola c’è poco da scherzare o disattendere e bisogna capire che non è più possibile revoca alcuna, né far sostenere così gravosi pesi ai soli “volontari dell’istruzione”, pena la rovina “dell’ultimo baluardo” in una deriva sociale senza precedenti.

La Scuola, in quanto tale, non è e non potrà mai essere un istituto di beneficenza, essa è il luogo preposto alla formazione dei nostri ragazzi, futuri pilastri su cui si reggeranno le sorti del nostro Paese ed i docenti tutti, in quanto professionisti dell’istruzione, vanno incoraggiati e valorizzati in tale direzione. In una società dove, purtroppo, gli imperanti “Falsi Profeti” occupano sempre maggiori spazi, mortificando il bene della vera conoscenza, non è più possibile derogare tra negligenze istituzionali ed indifferenza collettiva. Costruire conoscenza richiede, da parte di tutti, un prezzo da pagare in termini di lungimiranza, impegno, sacrificio, sete di verità, ma anche di decisi e mirati interventi istituzionali, per costruire il futuro dei nostri giovani e dirimere i problemi che vi si agitano turbando l’andamento delle cose. Interventi condivisi, che scaturiscono da un confronto razionale tra i vari protagonisti e dal rispetto delle loro specificità.

Concludo servendomi di un noto aforisma di Ernesto Che Guevara: “L’unico modo di conoscere davvero i problemi è accostarsi a quanti vivono quei problemi e trarre da essi, da quello scambio, le conclusioni.”

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