Rilancio passa per asili, poveri e disabili: esperti chiedono piano nazionale di tutela. Anief, welfare deve contare su fondi pubblici

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Anief – Avviare un progetto nazionale di salvaguardia per la frequenza dei nidi (ferma al 25%) di un maggior numero di bambini tra zero e tre anni, predisporre misure ad hoc e azioni di inclusione per coinvolgere anche a livello occupazionale le persone con disabilità, prevedere un fondo di contrasto alla povertà alimentare minorile, derivante dalla crisi economica, con il rafforzamento del servizio di refezione scolastica:

la triplice azione è indicata nel piano degli esperti per il rilancio dell’Italia, guidato dal manager Vittorio Colao, formulato con un report di 121 pagine, dal titolo “Iniziative per il rilancio – Italia 2020-2022” e consegnato alla presidenza del Consiglio. Secondo Anief occorre in effetti una rete di supporto permanente, accessibile a tutti e innovativa a supporto delle categorie più deboli e bisognose di assistenza: è un impegno imprescindibile per un Paese moderno, che va sganciato una volta per tutte dai vincoli di bilancio. Ma anche dagli interessi dei privati e dalle logiche aziendali.

Secondo Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, “bambini, poveri e disabili devono essere considerati al primo posto assieme a Scuola e Sanità. Gli investimenti sul welfare vanno considerati prioritari. Ma devono contare su finanziamenti dello Stato, per sganciarli da possibili condizionamenti e interessi di carattere privato”.

Lanciare un piano nazionale per lo sviluppo di nidi pubblici e privati (0-3 anni) per la maggioranza dei bambini, così da migliorare la conciliazione dei tempi di vita, sostenere il desiderio di maternità̀ e paternità̀ e diminuire le disuguaglianze tra bambini: a chiederlo è il piano degli esperti per il rilancio dell’Italia, guidato dal manager Vittorio Colao, attraverso un report di 121 pagine, dal titolo “Iniziative per il rilancio – Italia 2020-2022”, consegnato alla presidenza del Consiglio: tra le iniziative utili per favorire la ripresa economica del paese, gli esperti hanno incluso anche la necessità di trovare la giusta conciliazione dei tempi di vita e il sostegno alla genitorialità̀.

A.A.A. CERCASI NIDI

Per ottenere questo risultato, gli esperti di economia e problemi sociali hanno appurato che in Italia la disponibilità̀ dei nidi è ancora troppo “bassa (25%) e fortemente sperequata sul territorio. I bambini del Sud in pochissimi (10%) hanno l’opportunità di frequentare il nido ed è proprio al Sud che la fecondità è ormai più bassa. La carenza di nidi fa crescere il fenomeno delle anticipazioni delle iscrizioni (1 bambino su 4 al Sud) alla scuola dell’infanzia e poi alle primarie con conseguenze negative sugli esiti scolastici e la crescita delle disuguaglianze tra bambini”

Secondo gli esperti “la carenza dei nidi causa l’accentuarsi del problema della conciliazione dei tempi di vita e limita la possibilità di soddisfare il desiderio di maternità e paternità”. Tra le azioni da attuare, indicano l’estensione dell’offerta dei nidi raggiungendo in 3 anni il 60% dei bambini (quasi il triplo dell’attuale) eliminando le differenze territoriali tra Centro, Nord e Mezzogiorno”. Perché, sostengono, “il nido è un servizio educativo a cui devono poter accedere tutti i bambini senza differenze”. Serve poi una “organizzazione dei servizi con orari flessibili e aperture anche nei giorni festivi in modo da garantirne la dovuta flessibilità nell’utilizzo”.

LA POVERTÀ E L’ALIMENTAZIONE

Tra le disposizioni a favore delle categorie meno protette, il gruppo, guidato dal manager Vittorio Colao, ha indicato anche l’esigenza di introdurre un “fondo di contrasto alla povertà alimentare minorile, derivante dalla crisi economica in atto, attraverso il rafforzamento del servizio di refezione scolastica. L’intervento proposto mira al miglioramento della salute dei bambini e degli adolescenti in condizione di povertà attraverso una migliore qualità dell’alimentazione; nonché alla promozione di attività di micro imprenditorialità territoriale femminile in contesti svantaggiati”.

Secondo gli esperti, infatti, “il momento del pasto a scuola è un importante strumento di prevenzione della povertà minorile, della malnutrizione e dell’obesità infantile, fenomeni diffusi anche in Italia: più di 1 milione e 200mila minori sono in povertà assoluta, quasi 1 bambino su 10 è obeso e 2 su 10 sono in sovrappeso; il 3,9% dei bambini non consuma un pasto proteico adeguato al giorno, percentuale che al Sud e nelle Isole sale al 6,2%. Con la crisi la povertà alimentare minorile è fortemente aumentata: una recente indagine di Save the Children su un campione rappresentativo di 1.000 famiglie italiane con figli ha rilevato che oltre il 47% delle famiglie aveva ridotto, a seguito della crisi, i consumi alimentari. E solo il 51% degli alunni della scuola primaria in Italia, si legge ancora nel documento, ha accesso ad una mensa, con disparità enormi nei sistemi di refezione scolastica e una distanza sempre maggiore tra Nord e Sud.

LE POLITICHE PER I DISABILI

Infine, gli esperti chiedono di attivare “politiche del lavoro per le persone con disabilita”. Per centrare questo obiettivo, scrivono, bisogna “sistematizzare politiche del lavoro per le persone con disabilità, attraverso la proposta di misure ad hoc e di azioni di inclusione: istituzione report periodico unico ISTAT sui lavoratori con e senza disabilità, istituzione di un albo nazionale tutor per il sostegno al lavoro delle persone con disabilità, sistematizzazione degli istituti legislativi già esistenti”.

Le persone che lavorano in condizioni di disabilità (dati Istat) sono 2.992.000 (1.357.000 donne) di cui 328.000 con gravi limitazioni (136.000 donne). Sono 360.000 gli occupati in base alle quote obbligatorie di cui alla legge 68/99. Le persone con disabilità in cerca di un impiego sono 676.000 (2015 relazione al Parlamento). Secondo i risultati di inclusione lavorativa in Italia, in linea con l’art. 27 della CRPD, il rischio di divenire disoccupati alla riapertura delle aziende dopo il Covid-19 è più alto rispetto agli altri lavoratori. Vanno tutelate le condizioni di maggiore rischio in caso di comorbilità. Va realizzata la banca dati del collocamento mirato per unificare il mercato del lavoro e sostenuta l’occupazione non solo attraverso la legge 68/99, largamente insufficiente, ma con politiche attive del lavoro.

Sempre per gli esperti, tra le azioni da adottare c’è l’individuazione “di un sistema di protezione per tutti i lavoratori con disabilità che nella fase di riapertura delle attività lavorative non fossero ritenuti in condizione di riprendere immediatamente i posti di lavoro per ragioni di salute a rischio. Il triage dovrebbe basarsi su criteri clinici oggettivi. Sulla base dei principi di non discriminazione ed eguaglianza di opportunità (CRPD, art. 3 Costituzione, legge 67/2006, art 5 della CRPD) i lavoratori con disabilità vanno anche proposti accomodamenti ragionevoli (obbligatori in base all’art. 9 della legge 9 agosto 2013, n.99) – per es. smart working, turnazioni appropriate, tutoraggi, meccanismi di conservazione del posto di lavoro, etc.); per i lavoratori con disabilità intellettive e relazionali e quelli con disabilità psico-sociali si propone il ritorno al lavoro con una dote per un’azione di tutoraggio di qualche settimana”. Infine, chiedono l’istituzione, presso i centri per l’impiego, di albi provinciali di associazioni o di esperti certificati in grado di fornire sostegni di tutoraggio per lavoratori con disabilità intellettive e relazionali e con disabilità psico-sociali”.

 

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